Sul piano giuridico, il cambio di passo pone la nuova normativa in chiara antitesi alla Legge sull’Autonomia Etnica Regionale del 1984, che, come dice il nome, per decenni ha protetto i diritti di autogoverno nelle regioni popolate dalle minoranze, riconoscendone le caratteristiche identitarie. Mentre questa tutela le diversità, la Legge sulla promozione dell’unità etnica persegue il “rafforzamento della comunanza” come priorità dello Stato.
“Forgiare un forte senso di comunità per la nazione cinese, promuovere la costruzione di una comunità per la nazione cinese e il ringiovanimento nazionale”. Fin dal preambolo, la Legge sulla promozione dell’unità etnica e del progresso mette in chiaro le sue finalità. Approvata a marzo dall’Assemblea nazionale del popolo, il parlamento cinese, la normativa dà veste legale alla “sinizzazione” avviata dal presidente Xi Jinping nell’ultimo decennio. Obiettivo conclamato: plasmare un’identità nazionale “cinese” unitaria, precondizione imprescindibile per raggiungere la “grande rinascita nazionale”; la missione con cui il leader ambisce a riportare la Cina alla grandeur di epoca imperiale.
La scalata di Xi al potere è stata scandita nelle fasi iniziali da alcune delle proteste etniche più violente della storia cinese recente. Gli anni dell’ascesa dell’ISIS in Medio Oriente hanno coinciso con la recrudescenza della resistenza uigura nello Xinjiang, la regione autonoma al confine con l’Asia Centrale, storicamente a maggioranza musulmana e di cui una piccola parte della popolazione non ha mai smesso di nutrire rivendicazioni secessioniste. Pechino ha risposto duramente. Ha rinnegato il modus operandi relativamente conciliante nei confronti dei gruppi minoritari mutuato da Stalin in epoca maoista, ritenendolo tra le principali cause della caduta dell’Unione sovietica. Non lo ha fatto solo nello Xinjiang e in Tibet, altra regione associata a vecchie istanze indipendentiste. La stretta del governo su usanze e costumi locali ha coinvolto anche aree meno sensibili e più stabili, come la Mongolia Interna.
Secondo gli esperti, si tratta di una netta regressione nella tutela dei diritti nella Repubblica popolare, che vanta ben 56 ceppi etnici, di cui il gruppo maggioritario Han rappresenta il 99% della popolazione cinese. Per utilizzare la terminologia del partito comunista, stiamo assistendo a una transizione verso le cosiddette “politiche etniche di seconda generazione”. Promosso fin dai primi anni Duemila, questo approccio si differenzia per la crescente privazione di elementi autoctoni genuini, pur mantenendo una parvenza di pluralismo etnico attraverso l’esaltazione di aspetti “ornamentali”: balli coreografici, abiti sgargianti, cibo “esotico” danno al paese un’apparente ricchezza culturale svuotata di quegli elementi religiosi e valoriali che potrebbero rappresentare una minaccia per l’autorità del Partito.
Sul piano giuridico, il cambio di passo pone la nuova normativa in chiara antitesi alla Legge sull’Autonomia Etnica Regionale del 1984, che, come dice il nome, per decenni ha protetto i diritti di autogestione nelle regioni popolate dalle minoranze, riconoscendone le caratteristiche identitarie. Mentre questa tutela le diversità, la Legge sulla promozione dell’unità etnica persegue il “rafforzamento della comunanza” come priorità dello Stato con l’intento ufficiale di assicurare progresso economico a tutto il paese. Trasforma l’assimilazione etnica in un obbligo legale nel nome di un’identità centralizzata. E attribuisce valore normativo al termine “Zhonghua” (“civiltà cinese”), concetto inclusivo, seppur vago, introdotto nel 2014 da Xi che riconduce a millenni prima della fondazione della Repubblica popolare l’esistenza di un’identità cinese astorica comune, a cui farebbero capo tutte le etnie. Una visione espressa nella legge con la parola zhulao (“forgiare”), che richiama un processo di fusione tra elementi differenti in un’entità omogenea e inseparabile.
Da una parte c’è il tentativo di emancipare i gruppi minoritari vietando le discriminazioni, stabilendo che “tutti i cittadini della Repubblica Popolare Cinese sono uguali davanti alla legge”, e sostenendo gli scambi interregionali in ambito educativo e professionale. Dall’altra emerge la convinzione che la prosperità delle comunità locali dipenda dal mantenimento della stabilità. Una stabilità che Pechino vede pregiudicata da ciò che sfugge al proprio controllo.
L’articolo 15 impone la priorità assoluta della lingua nazionale comune – parlata e scritta – nella sfera pubblica, imponendo specificamente il mandarino come lingua di insegnamento di base in tutte le scuole, fin dall’istruzione prescolare. Provvedimento che rende vincolante su scala nazionale una pratica già ampiamente adottata negli ultimi anni in Tibet, Xinjiang e Mongolia Interna con regolamenti locali sull’ “unità e il progresso etnico”, che il governo giustifica con la necessità di fornire un mezzo di comprensione reciproco per lo sviluppo delle aree geografiche più arretrate. Secondo il sistema del bilinguismo introdotto negli anni ’80, il cinese standard era già obbligatorio dai sei anni in su, anche se alcune materie potevano essere insegnate negli idiomi minoritari.
La richiesta di coesione assume una dimensione fisica con l’appello agli enti locali di promuovere la costruzione di “comunità interconnesse”, anche attraverso lo stanziamento di risorse statali per perseguire l’integrazione a tutti i costi. L’articolo 23, ad esempio, cita la pianificazione urbana, le politiche abitative e gli strumenti di gestione della popolazione come strumenti necessari per dissolvere le enclavi etniche minoritarie in virtù di una “convivenza armoniosa mista”. Non solo. La legge arriva fin dentro le case. Annullando la distinzione giuridica tra sfera pubblica e privata, l’articolo 20 obbliga i genitori a educare i minori ad “amare ardentemente” il partito e la nazione.
E’ esplicitamente vietato – e punibile con sanzioni amministrative – instillare pensieri ritenuti dannosi per l’unità etnica, come insegnare privatamente una versione della storia o una dottrina religiosa non conformi alla linea ufficiale. Per garantire la totale adempienza, gli articoli 57-61 prevedono una rete onnipresente di responsabilità vicaria che interessa ogni strato della società e costringe legalmente le istituzioni a controllare i propri membri: le aziende e le organizzazioni sociali sono chiamate a correggere immediatamente le violazioni, mentre gli operatori di internet sono sottoposti a severi obblighi di censura. I funzionari locali che non interverranno proattivamente per fermare le attività illecite saranno puniti con severe sanzioni disciplinari o penali.
Il giro di vite non coinvolge solo le comunità cinesi. Compiendo un ulteriore passo decisivo, l’articolo 63 estende giurisdizione extraterritoriale nei confronti di organizzazioni e individui al di fuori della Repubblica popolare. Una misura che potenzialmente fornisce una base normativa per la repressione transnazionale, concepita per intimidire soprattutto la diaspora tibetana e uigura, e dissuadere le organizzazioni non governative all’estero con azioni legali.
E’ una svolta che non ha solo valore giuridico. Piuttosto, interessa l’architettura amministrativa della Repubblica popolare. Come osserva Carl Minzner, senior fellow del Council on Foreign Relations, infatti, i capitoli centrali della legge sono sviluppati attorno a slogan politici ripresi direttamente dalla “dottrina sul lavoro etnico” di Xi Jinping, anziché seguire categorie giuridiche in senso proprio. Risulta, così, ulteriormente sfumato il confine tra regolamenti del Partito e leggi dello Stato, con i primi che acquisiscono maggiore importanza sui secondi. Come intuibile, questo comporta il rischio che la nuova normativa venga utilizzata come strumento coercitivo al servizio del potere politico anziché come mezzo per assicurare ai cittadini un trattamento equo.
Di Alessandra Colarizi
[Pubblicato su GariwoMag]
Classe ’84, romana doc. Direttrice editoriale di China Files. Nel 2010 si laurea con lode in lingua e cultura cinese presso la facoltà di Studi Orientali (La Sapienza). Appena terminati gli studi tra Roma e Pechino, comincia a muovere i primi passi nel giornalismo presso le redazioni di Agi e Xinhua. Oggi scrive di Cina e Asia per diverse testate, tra le quali Il Fatto Quotidiano, Milano Finanza e il Messaggero. Ha realizzato diversi reportage dall’Asia Centrale, dove ha effettuato ricerche sul progetto Belt and Road Initiative. È autrice di Africa rossa: il modello cinese e il continente del futuro.
