Il presidente degli Stati Uniti sospende l’accordo commerciale appena raggiunto con la Corea del Sud, fino a quando non sarà chiaro l’esito dell’incontro tra le due Coree. Nel timore che la conciliazione promossa da Moon possa andare troppo in là.


Mercoledì scorso Stati Uniti e Corea del Sud hanno trovato un accordo su alcune modifiche altrattato di libero scambio — il cosiddetto Korus — tra i due Paesi.

Le cose sembravano ormai fatte: Seul avrebbe ridotto del 30 per cento le proprie esportazioni di acciaio verso Washington — la Corea del Sud è il terzo fornitore del metallo per gli Usa — a garanzia dell’esclusione dalle tariffe del 25 per cento sulle imposte dall’amministrazione americana. Ed è il primo accordo di libero scambio varato dal presidente che ha dato inizio a una nuova stagione protezionista

Poche ore più tardi però, Donald Trump ha dichiarato la sua intenzione di tenere in sospesol’accordo prima di un vero passo avanti con Pyongyang. Tutto fermo, fino a nuovo ordine.

Di fronte ai lavoratori di un centro di addestramento in Ohio, dove Trump si trovava per presentare il piano infrastrutturale della sua amministrazione, il presidente Usa ha spiegato le ragioni per il passo indietro. E tutte portano in una direzione: Pyongyang. «Le cose con la Corea del Nord procedono bene», ha confermato Trump. «Di certo la retorica si è fatta un po’ meno aggressiva». Tuttavia, ha aggiunto il presidente Usa, il trattato di libero scambio con Seul «È una carta importante e voglio assicurarmi che tutti gli attori coinvolti siano trattati in modo equo».

I negoziati per le modifiche del trattato sono iniziate a gennaio di quest’anno, su richiesta di Washington. Obiettivo della Casa Bianca quello di ridurre il deficit commerciale con Seul salito nel 2017 a 22,8 miliardi di dollari. Anche per questo a latere del nuovo trattato, i due Paesi hanno firmato un accordo che vincola Seul a non svalutare il won — la valuta sudcoreana — a scopi competitivi, al fine cioè di vendere maggiori quantitativi di acciaio.

Siglato nel 2007, emendato per la prima volta nel 2010 ed entrato in vigore due anni più tardi, il Korus era stato definito «orribile» dal nuovo inquilino della Casa Bianca. Più volte, in campagna elettorale, Trump aveva promesso di rivedere i trattati commerciali allora in vigore.

La firma sul trattato di libero scambio era stata inizialmente interpretata come un modo per serrare i ranghi del fronte contro la Corea del Nord, in vista dei prossimi incontri diplomatici tra i rappresentanti delle due Coree e di un eventuale vertice a maggio tra Kim Jong-un, leader di Pyongyang, e lo stesso Trump.

Secondo alcuni osservatori, l’annuncio del raggiungimento di un accordo tra Washington e Seul avrebbe dovuto appianare le rimanenti differenze e risparmiare ulteriori estenuanti trattative tra i due Paesi alleati, soprattutto il giorno dopo la conclusione del viaggio diplomatico in Cina, il primo da quando è diventato leader supremo del suo Paese, di Kim Jong-un.

Il passo indietro di Trump sembra teso invece a esercitare pressione proprio su Seul. L’atteggiamento troppo disponibile verso Pyongyang del governo sudcoreano non convince fino in fondo gli Stati Uniti, preoccupati del raggiungimento di un accordo troppo morbido tra le due Coree.

Ci sarebbero aree della diplomazia Usa che vedono in Seul l’anello debole del triangolo Usa-Giappone-Corea del Sud.

Nonostante la dichiarata disponibilità di Trump a incontrare Kim e le dichiarazioni di Kim sull’impegno del suo Paese verso la denuclearizzazione, Washington continua a sostenere, con Tokyo, il mantenimento della linea dura. In un tweet a stretto giro dal termine della missione di Kim Jong-un a Pechino, Trump ha scritto: «Non vedo l’ora di incontrare (Kim, ndr), ma per il momento, e sfortunatamente, dobbiamo mantenere il massimo delle sanzioni e della pressione».

E non è un caso che, poche ore dopo lo stop del presidente Usa al Korus, l’ambasciatrice americana presso le Nazioni Unite Nikki Haley abbia annunciato l’approvazione da parte del Consiglio di Sicurezza di un nuovo pacchetto di sanzioni contro Pyongyang, mirate specificamente a interrompere i traffici marittimi del regno eremita.

D’altra parte Seul continua con la linea della conciliazione.

A inizio marzo, una delegazione di diplomatici sudcoreani si è recata a Pyongyang per incontrare i vertici del governo nordcoreano e vagliare la loro disponibilità a mantenere il dialogo tra i due Paesi divisi dalla fine della guerra di Corea nel 1952 e fissare una roadmap per nuovi incontri al vertice.

La scorsa settimana, i governi dei due Paesi hanno fissato data e luogo del meeting tra i rispettivi leader: Moon e Kim si vedranno il prossimo 27 aprile nel villaggio di frontiera di Panmunjom. Sarà un banco di prova in cui verrà testata la serietà delle posizioni conciliatorie di Pyongyang degli ultimi mesi.

Oltre agli incontri degli sherpa della diplomazia intercoreana, il clima di distensione sta favorendo gli scambi culturali tra i due opposti del 38esimo parallelo. Dopo il concerto una delegazione di 190 artisti, atleti, giornalisti e funzionari govenativi sudcoreani, guidati dal ministro per la cultura Pak Chun-nam, è atterrata sabato a Pyongyang.

Grandi nomi del panorama della musica pop sudcoreana come Cho Yong-pil, le Red Velvet e Seohyun, attrice e cantante, saranno i protagonisti di una due giorni di performance per il pubblico della capitale nordcoreana. La kermesse sarà intitolata simbolicamente Spring Comes, la primavera arriva.

di Marco Zappa

[Pubblicato su Eastwest]