“Per garantire il diritto del paese all’esistenza e allo sviluppo, dissuadere la guerra e proteggere la pace, la Repubblica popolare democratica di Corea porta avanti lo sviluppo delle armi nucleari”. Tre anni dopo l’emendamento costituzionale fatto approvare da Kim Jong-un, la Corea del nord non è più sola a riconoscere il suo status nucleare de facto. Da qualche tempo c’è il supporto esplicito della Russia, frutto dell’alleanza militare siglata con Vladimir Putin nel 2024. Ora sembrano farlo implicitamente anche gli Stati uniti. “Pyongyang possiede 57 armi nucleari molto potenti”, ha detto ieri Donald Trump, ribadendo di andare comunque “molto d’accordo” con Kim.
La Corea del sud ha subito corretto il presidente americano. “Di bombe ne stimiamo tra le 80 e le 120”, ha detto il ministro della difesa Ahn Gyu-back. Assai inusuale che Washington e Seul forniscano queste cifre. Il nucleare di Kim c’è, ma tradizionalmente non si quantifica per evitare di dargli un riconoscimento. Da qui, più che dalla discordanza numerica, lo sgomento sudcoreano di fronte all’uscita di Trump. Seul teme che la Casa bianca stia di fatto cancellando l’obiettivo della denuclearizzazione. Una chimera, ormai, a maggior ragione dopo che la cattura di Maduro e l’uccisione di Khamenei hanno ulteriormente convinto Kim a tenersi stretto il nucleare come salvavita. Eppure, le uscite unilaterali di Trump rischiano di esporre la Corea del sud e mettere Pyongyang in una posizione negoziale più forte, in vista della possibile riapertura del dialogo.
Il tycoon vorrebbe incontrare Kim a novembre, durante il viaggio in Asia per il summit Apec di Shenzhen. Nel frattempo Kim Yo-jong, la potente sorella del leader supremo, ha smentito l’esistenza di contatti diretti recenti tra i due ma non ha escluso futuri incontri. Con la precondizione che non si parli di denuclearizzazione. Il tono è invece sprezzante verso Seul, presa in giro per il ridimensionamento delle esercitazioni militari congiunte con gli Usa: “Un giusto castigo per le illusioni irrealistiche di chi segue ciecamente il proprio padrone”, ha detto Yo-jong. Nelle stesse ore, Pyongyang ha lanciato 10 missili balistici a corto raggio verso il mar del Giappone. Una risposta programmata alle esercitazioni, ma anche un messaggio di forza ai rivali.
Le manovre annuali Washington-Seul si concludono oggi, sei giorni prima del previsto. Per Trump, un modo per compiacere Kim e insieme “punire” l’alleato che a suo dire non farebbe (o meglio, non spenderebbe) abbastanza per garantirsi l’ombrello americano. Anche il presidente democratico Lee Jae-myung vuole riaprire il dialogo con Kim, a cui ha offerto colloqui di pace per chiudere formalmente la guerra di Corea. Ma Seul ha bisogno della deterrenza garantita dagli Stati uniti, che vacilla sia per la diplomazia transazionale di Trump che per ragioni più pratiche. La guerra contro l’Iran sta prosciugando le risorse di Washington, che nei giorni scorsi ha ritirato dall’Asia-Pacifico l’ultima portaerei che era rimasta nella regione.
Lee ne ha approfittato per rilanciare uno dei suoi cavalli di battaglia, il trasferimento del controllo delle forze armate sudcoreane in tempo di guerra. “Va completato entro il 2030”, ha dichiarato subito dopo il taglio delle esercitazioni. La Corea del sud gestisce le sue truppe in tempo di pace, ma in caso di conflitto il controllo passerebbe a Washington, che nel paese ha circa 29 mila soldati. Lee ha anche chiesto di velocizzare lo sviluppo di sottomarini a propulsione nucleare, pur sottolineando che maggiore autonomia non significherebbe abbandonare l’alleanza con gli Usa. Una garanzia ribadita a Xavier Brunson, potenziale comandante dell’esercito di Seul in caso di guerra, avvistato due giorni fa al ministero della difesa senza rilasciare dichiarazioni.
Ieri, invece, in Corea del sud c’era il ministro degli Esteri cinese Wang Yi, alla prima visita dal 2021. Il tempismo è rilevante, così il fatto che sia stato ricevuto dallo stesso Lee. Segnale che si vuole sondare la disponibilità di Pechino a favorire il dialogo con Kim, senza lasciare l’iniziativa al solo Trump. Seul ha abbassato la soglia d’ingresso ai negoziati, parlando di blocco o arresto del programma nucleare nordcoreano, piuttosto che di un suo smantellamento. Una posizione che sembra in sintonia con quella della Cina. Lanciando i missili nel giorno in cui Wang incontra Lee, Kim lascia però intendere che, dopo la sua alleanza con Putin, forse l’influenza di Pechino non è più sconfinata.
Di Lorenzo Lamperti
[Pubblicato su il Manifesto]
Classe 1984, giornalista. Direttore editoriale di China Files, cura la produzione dei mini e-book mensili tematici e la rassegna periodica “Go East” sulle relazioni Italia-Cina-Asia orientale. Responsabile del coordinamento editoriale di Associazione Italia-ASEAN. Scrive di Cina e Asia per diverse testate, tra cui La Stampa, Il Manifesto, Affaritaliani, Eastwest. Collabora anche con ISPI. Cura la rassegna “Pillole asiatiche” sulla geopolitica asiatica.
