“Pure invenzioni e calunnie malevole”. Pechino respinge con durezza le accuse di Donald Trump, secondo cui la Cina avrebbe interferito nelle presidenziali americane del 2020, acquisendo illegalmente i dati di 220 milioni di elettori e tentando di ostacolare la sua rielezione. “La Cina non ha alcun interesse nelle elezioni statunitensi e non vi ha mai interferito”, ha dichiarato il portavoce del ministero degli Esteri Lin Jian, ribadendo il principio di non ingerenza negli affari interni degli altri paesi. Lin ha inoltre invitato Washington a non “utilizzare la Cina come argomento di campagna elettorale”.
È proprio questo il punto che preoccupa maggiormente Pechino. Le parole di Trump vengono interpretate come il possibile ritorno della Cina al centro dello scontro politico interno americano, a pochi mesi dalle elezioni di metà mandato. Le autorità cinesi sono convinte che le carte non dimostrino nulla a loro carico. Anche la valutazione ufficiale dell’intelligence americana del 2021 aveva concluso che nessun attore straniero era riuscito ad alterare gli aspetti tecnici delle elezioni, escludendo operazioni clandestine cinesi dirette a modificare il risultato. Secondo Pechino, Trump sovrappone quindi fenomeni diversi: raccolta d’informazioni, spionaggio, propaganda, influenza politica e manipolazione tecnica del voto. L’esistenza delle prime attività non dimostra automaticamente l’ultima.
La durezza del discorso ha sorpreso Pechino anche perché arriva dopo mesi di moderazione. Dalla visita nella capitale cinese a maggio, Trump aveva elogiato più volte Xi Jinping e presentato il rapporto personale tra i due leader come lo strumento per stabilizzare le relazioni. Il vertice aveva prodotto una tregua limitata ma significativa: nuovi acquisti cinesi di prodotti agricoli e aerei americani, colloqui sui dazi e creazione di organismi permanenti per gestire commercio e investimenti.
Le accuse sul voto incrinano improvvisamente questa cornice, visto che Trump colloca Pechino tra le potenze sospettate di avere cercato di compromettere la democrazia americana. Per la leadership cinese, resta da capire se si tratti di una svolta strategica oppure di un messaggio destinato all’elettorato interno. Pechino teme di essere nuovamente trasformata in un bersaglio elettorale bipartisan. Dazi, restrizioni tecnologiche, commercio e Taiwan potrebbero così essere subordinati alle esigenze della campagna americana, rendendo ogni intesa più fragile e reversibile.
Il paradosso è che la nuova polemica arriva mentre le diplomazie preparano un altro incontro tra Xi e Trump, in programma a Washington a settembre. Nei prossimi giorni, il viceministro degli Esteri cinese Ma Zhaoxu è atteso negli Usa per valutare quali risultati concreti possano essere concordati prima del vertice. Pechino non vuole che Xi si rechi alla Casa bianca soltanto per una fotografia. Una visita di tale importanza richiederebbe progressi su commercio, controlli tecnologici e gestione delle crisi. La missione di Ma servirà ora anche a capire se le accuse elettorali siano un episodio isolato o l’inizio di una nuova fase di pressione. Il dubbio è che la volontà di raggiungere una “stabilità strategica” possa essere offuscata dalla necessità di rendere la Cina un “nemico necessario”.
Il rischio più grave riguarda Taiwan. Washington valuta nuove forniture militari all’isola, mentre la Cina ha già collegato il dialogo con il Pentagono alla decisione americana sulle armi. Dopo avere accusato Pechino di minacciare la democrazia statunitense, per Trump potrebbe diventare politicamente più difficile mostrare flessibilità sul dossier taiwanese. Una nuova vendita potrebbe spingere la Cina a rispondere con sanzioni contro aziende americane, sospensione dei colloqui militari o esercitazioni attorno all’isola, trascinando con sé anche i progressi raggiunti sul commercio. La tregua non è finita, ma è tornata a essere una scommessa.
Di Lorenzo Lamperti
[Pubblicato su il Manifesto]
Classe 1984, giornalista. Direttore editoriale di China Files, cura la produzione dei mini e-book mensili tematici e la rassegna periodica “Go East” sulle relazioni Italia-Cina-Asia orientale. Responsabile del coordinamento editoriale di Associazione Italia-ASEAN. Scrive di Cina e Asia per diverse testate, tra cui La Stampa, Il Manifesto, Affaritaliani, Eastwest. Collabora anche con ISPI. Cura la rassegna “Pillole asiatiche” sulla geopolitica asiatica.

