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“Trattare con Putin”. La via cinese alla “sicurezza globale”

In Relazioni Internazionali by Lorenzo Lamperti

Xi Jinping arriva a Mosca e manda subito un messaggio all’esterno. Come si inserisce la visita nelle relazioni con la Russia e nella postura in politica estera della Cina, ma anche nella sua visione di sicurezza che ha in testa il Sud globale. Intanto Fumio Kishida va a Nuova Delhi da Modi: Giappone e India più vicine. E l’escalation sulla penisola coreana si inserisce nella contesa tra Washington e Pechino

«So che l’anno prossimo la Russia terrà le elezioni presidenziali. Sotto la sua forte leadership, la Russia ha fatto grandi passi avanti nel suo prospero sviluppo. Sono sicuro che il popolo russo continuerà a darle il suo fermo sostegno». Tra le parole pronunciate da Xi Jinping nella sua prima giornata di visita a Mosca, sono forse le più rivelatrici. Il messaggio è chiaro: «Si deve trattare con Vladimir Putin». Risposta indiretta al mandato d’arresto emesso dalla Corte penale internazionale e a chi l’ha utilizzato per criticare il viaggio del presidente cinese, che nel suo articolo pubblicato sulla stampa russa ha chiarito i contorni del rapporto.

L’AMICIZIA non è più «senza limiti» ma «duratura» e «tradizionale», legata a doppio filo con «la stretta relazione di lavoro» con Putin. Sfumature necessarie per inserire le relazioni nella politica estera della «nuova era» (formula non a caso utilizzata anche da parte russa) targata Xi. Dimensione bilaterale: non alleanza, non ostilità verso terzi, cooperazione win-win. Dimensione globale: “vero” multilateralismo, concezione olistica della sicurezza e destino condiviso. Sono le basi della retorica cinese su Belt and Road e Global Security Initiative, secondo cui la sicurezza della Cina dipende da quella globale e la sicurezza globale da quella della Cina. Assioma da applicare anche a Russia o Corea del Nord, cioè i paesi che Pechino (pur ribadendo di voler mantenere una posizione «obiettiva e imparziale» sulla guerra) non vede carnefici ma vittime di «egemonia, dominazione e bullismo». Il riferimento agli Stati uniti stavolta è implicito, ma resta evidente.

ANCHE PERCHÉ la scorsa settimana alle iniziative cinesi si è aggiunta quella di «civiltà globale», che come spiega Xi stabilisce che «non esiste un paese superiore agli altri, nessun modello di governo è universale». In sostanza: modernizzazione non significa occidentalizzazione. Postura che rivela una volta di più l’ambizione della Cina di mostrarsi punto di riferimento per il cosiddetto “Sud globale”. L’ha fatto favorendo l’accordo tra Arabia saudita e Iran, ma anche proiettandosi in America latina, che sta dando parecchie soddisfazioni a Pechino tra la prossima visita del presidente brasiliano Lula e la decisione dell’Honduras di avviare relazioni diplomatiche ufficiali a detrimento di Taipei.

A PROPOSITO DI TAIWAN, è stata annunciata la visita in 5 città della Cina centrale di Ma Ying-jeou. Sarà il primo presidente o ex presidente taiwanese a recarsi nella Repubblica popolare dalla fine della guerra civile. E proprio in concomitanza del doppio scalo negli Stati uniti dell’attuale presidente Tsai Ing-wen tra fine marzo e inizio aprile. Una vicenda in relazione alle presidenziali taiwanesi del gennaio 2024, però la visita di Ma consentirà a Xi (che l’ha incontrato in uno storico summit del 2015 a Singapore) di continuare a presentare la Cina come «potenza responsabile» e «garante di stabilità». Il possibile incontro di Ma con Wang Huning, numero tre della gerarchia del Partito comunista con in mano il dossier taiwanese sul fronte “concettuale”, potrà essere presentato come un passo avanti sulla strada del dialogo tra le due sponde dello Stretto. Limitando dunque la muscolarità della reazione all’incontro tra Tsai e Kevin McCarthy in California.
Ma, intanto, le manovre “blindate” su mari e oceani asiatici si moltiplicano. Il premier giapponese Fumio Kishida ha incontrato l’omologo indiano Narendra Modi a Nuova Delhi: annunciati nuovi investimenti da 75 miliardi di dollari per infrastrutture e sicurezza a sostegno della strategia nipponica dell’Indo-Pacifico.

LA GUERRA IN UCRAINA ha aumentato le tensioni tra Pechino e i suoi vicini. Accogliendo Kishida, il ministro degli Esteri indiano S. Jaishankar ha descritto come «fragile e pericolosa» la situazione al confine conteso con la Cina. Se Nuova Delhi si mantiene ondivaga, la Corea del sud è sempre più inserita negli ingranaggi delle alleanze americane. E le tensioni tra Usa e Cina rischiano di peggiorare l’attuale escalation sulla penisola coreana, motivo di scontro in questi giorni alle Nazioni unite. Promuovere davvero la sicurezza è complicato se le due potenze non si parlano.

Di Lorenzo Lamperti

[Pubblicato su il Manifesto]