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Tra Xi e Kim non si parla più di denuclearizzazione

In Relazioni Internazionali by Lorenzo Lamperti

La visita del presidente cinese a Pyongyang è servita a Pechino per rilanciare i rapporti con la Corea del nord, ma non ha prodotto accordi significativi. E il tema della denuclearizzazione della penisola coreana, come prevedibile vista la situazione regionale e internazionale, è sparito dai resoconti ufficiali

La parola più importante è quella che non si sono detti: denuclearizzazione. Dopo il fugace colloquio dello scorso settembre a Pechino, a margine della parata militare per l’80esimo anniversario della resa del Giappone, Xi Jinping e Kim Jong-un sono tornati a vedersi per un vertice bilaterale. Erano trascorsi ben sette anni dalla precedente (e sino a due giorni fa unica) visita del presidente cinese a Pyongyang. Era giugno 2019, a ridosso dell’ultimo incontro tra il leader supremo nordcoreano e Donald Trump alla zona demilitarizzata tra le due Coree. Come allora, Xi e la moglie Peng Liyuan sono stati accolti in aeroporto da Kim e consorte, che li hanno poi accompagnati a una magniloquente cerimonia di benvenuto su piazza Kim Il-sung, con onori militari e gigantografie dei due leader. L’apparato scenografico è parso in linea con quello del 2019 e del giugno 2024, quando a Pyongyang era stato Vladimir Putin per la firma del trattato di mutua difesa. Un’intesa che ha aperto all’invio di decine di migliaia di soldati nordcoreani a combattere contro l’Ucraina, in cambio di una cifra cospicua e di trasferimento tecnologico utile allo sviluppo satellitare e militare. Un accordo a cui la Cina ha guardato con silenzioso fastidio, per il collegamento diretto tracciato tra fronte europeo e Asia orientale, che ha sempre voluto evitare.

Nei colloqui di ieri e lunedì, c’è stata molta retorica su un’amicizia definita “indissolubile” e “forgiata nel sangue” della “resistenza contro l’aggressione degli Stati uniti”. Kim ha dichiarato che le relazioni con la Cina sono la priorità strategica di Pyongyang, un modo per dire che l’avvicinamento alla Russia non ha scalfito i legami con Pechino. Si è parlato di rafforzamento degli scambi in diversi settori, compreso quello militare, mentre Xi ha chiesto una riapertura dei valichi di frontiera e la ripresa di voli e treni. Prima del Covid, i turisti cinesi erano la stragrande maggioranza dei visitatori stranieri in Corea del nord, che non ha mai riaperto i confini se non ad alcuni gruppi provenienti dalla Russia.

Nonostante la nutrita presenza di funzionari e ministri cinesi, come quello della difesa Dong Jun, non sono stati annunciati accordi concreti o firmate nuove intese. La vera notizia è l’assenza della denuclearizzazione, mai menzionata nei resoconti ufficiali, così come la “penisola coreana”. Una grande differenza con la visita del 2019, quando era stato il tema centrale dei colloqui. La Cina si è a lungo opposta, anche pubblicamente, allo sviluppo nucleare della Corea del nord, col timore che questo possa rafforzare l’alleanza tra Corea del sud, Giappone e Stati uniti. Portando movimenti militari indesiderati nei pressi del suo confine terrestre, prima vera priorità strategica di Pechino.

L’anno scorso però Mosca ha appoggiato esplicitamente il programma atomico di Kim, che dopo la cattura di Maduro e la guerra contro l’Iran vede nelle armi nucleari una garanzia di sopravvivenza. Non a caso, la scorsa settimana Kim ha visitato diversi siti militari rilanciando le ambizioni atomiche. Alla vigilia dell’arrivo di Xi, la potente sorella Kim Yo-jong ha dichiarato che il programma nucleare non è negoziabile. Un avviso sia alla Cina che agli Stati uniti, che dopo il recente summit avevano definito la denuclearizzazione un “obiettivo comune” di Xi e Trump. Passaggio non confermato da Pechino, da cui ora non arriva un assenso ma quello che sembra un tacito riconoscimento dello status nucleare de facto di Pyongyang, a cui d’altronde ha fatto riferimento in più di un’occasione lo stesso Trump.

La priorità per Xi è sembrata essere quella di riaffermare la centralità della Cina nel doppio triangolo di relazioni con Kim, Putin e Trump, tutti incontrati nel giro di poche settimane. Un modo per provare a temperare l’influenza russa, ma anche per gestire la potenziale riapertura del dialogo tra Pyongyang e Washington.

Di Lorenzo Lamperti

[Pubblicato su il Manifesto]