Nello stesso anno, il film d’animazione «Ghost in the Shell» e l’attacco al gas sarin alla metro di Tokyo.


Un filo rosso collega la Tokyo della fine degli anni ‘80, in cui si immaginava un futuro distopico di sorveglianza e «hackeraggi» cerebrali, alla metropoli colpita da un attacco terroristico pochi anni dopo. Nel 1989, esce il manga Ghost in the Shell ambientato in un futuro in cui gli uomini vivono costantemente «on the grid» e in cui l’intelligenza artificiale prende cronicamente il sopravvento sull’uomo. Nel 1995 il fumetto viene adattato in un lungometraggio animato di successo.

Il 20 marzo di quell’anno, la capitale giapponese viene colpita da un attentato i cui contorni hanno tratti di distopia fantascientifica.

Quel giorno, Tokyo si ferma intorno alle 9 del mattino, poche ore dopo essersi svegliata. Alcuni uomini perforano sacche di gas sarin in forma liquida liberando la sostanza nervina in cinque treni della metropolitana di Tokyo. Tredici persone rimangono uccise mentre altre 5,500 riportano danni, anche permanenti, alla salute. Per il paese del Sol levante è la madre di tutti gli attentati terroristici. È la fine del mito del paese «più sicuro» al mondo. È la fine di un’epoca — quella dell’economia di bolla — e il simbolico inizio della crisi di un modello socio-economico di successo fino alla fine degli anni ’80.

Le indagini sul caso avrebbero rivelato in seguito che gli attentatori erano legati a una setta religiosa chiamata Aum Shinrikyo fondata da un «santone», Shoko Asahara, che promuoveva un culto messianico ibrido di buddhismo tantrico e cristianesimo. Tra le armi di propaganda della setta, gli investigatori scoprirono pubblicazioni, video, anime agiografici, ma anche sostanze psicotrope e perfino calotte per il controllo delle onde cerebrali degli adepti prodotte sulla base degli studi scientifici di alcuni membri della setta.

Un praticante della setta Aum Shinrikyo. Foto: IBTimes UK

L’obiettivo di queste macchine era coordinare le onde cerebrali dei singoli adepti a quelle di Asahara. Raggiungere una perfetta armonia delle volontà dei componenti della setta era un passaggio fondamentale nel processo di «liberazione» del Giappone dai mali della contemporaneità — l’asservimento agli Stati Uniti e al capitalismo — ideato dal guru della Aum: tutti gli adepti della setta avrebbero pensato e voluto ciò che il santone e i suoi più stretti collaboratori pensavano o volevano. Sarebbe stato l’inizio di un nuovo corso, a immagine e somiglianza di Asahara.

Neanche due mesi dopo l’attentato, però, il santone semicieco che aveva «hackerato» le menti di migliaia di giapponesi venne arrestato. Fu ritrovato in una delle sedi della sua organizzazione. A riprova della pericolosità attribuita all’uomo, da 12 anni nel braccio della morte, le operazioni della polizia furono supportate anche dall’aviazione delle forze di autodifesa nazionale.

In determinati periodi storici realtà e finzione sembrano intrecciarsi o, per lo meno, correre su binari paralleli molto vicini. Quello stesso anno esce nelle sale cinematografiche il film Ghost in the Shell, lungometraggio animato di Mamoru Oshii. Il film, oltre che uno dei capolavori dell’animazione giapponese, è una delle più celebrate opere del genere cyberpunk. Per il 2017 è prevista l’uscita della sua versione hollywoodiana per la regia del britannico Rupert Sanders e con protagonista Scarlett Johanson.

Le immagini diffuse negli ultimi mesi attraverso i trailer del film mostrano una certa fedeltà al lungometraggio di animazione di Oshii: le atmosfere sono quelle di un Giappone ipermoderno e i richiami ai costumi e alle tradizioni del paese arcipelago sono mantenute. Nonostante le accuse di «appropriazione culturale» e «whitewashing», il film desta curiosità. Anche per l’attualità dei temi trattati: la pervasività della Rete, la sorveglianza digitale, il cyberterrorismo, la sempre più ingombrante presenza dell’intelligenza artificiale.

Tratto dall’omonimo manga di Masamune Shirow, il film è ambientato in Giappone alla metà del 21esimo secolo. Il mondo immaginato da Shirow e portato sul grande schermo da Oshii è molto diverso da quello che conosciamo. È facile pensare che un evento come quello di Tokyo nel 1995, in un mondo totalmente informatizzato e «on the grid» sarebbe stato impossibile.

Una guerra nucleare e una quarta guerra mondiale hanno sconvolto gli equilibri del pianeta. Le diseguaglianze politico-economiche tra stati-nazione sono sempre più accentuate e all’interno degli stessi vecchi confini nazionali nascono continui rivoluzioni e conflitti civili. Flussi migratori spingono decine di migliaia di persone dalle periferie del mondo verso il centro di megalopoli labirintiche e ipertecnologiche. Il tempo di Ghost in the Shell è un futuro non lontano in cui — come specificano i titoli di testa del film — «la rete delle grandi corporation mondiali ha oscurato le stelle, elettroni e luci attraversano il mondo» e in cui «l’informatizzazione non ha spazzato via razze e nazioni».

Il maggiore Kusanagi interpretato da Scarlett Johansson. Foto: comingsoon.net

In questa situazione, anche per il suo isolamento geografico, il Giappone è un paese relativamente stabile ed economicamente avanzato. Nonostante la guerra abbia cambiato totalmente la conformazione del paese e distrutto alcuni dei suoi principali centri urbani, la tecnologia ha raggiunto livelli di sviluppo senza pari. Il «miracolo giapponese» assume un significato diverso: in questo futuro alternativo è il nome dato alla tecnologia capace di assorbire il fallout nucleare causato dalle bombe atomiche attraverso la nanotecnologia.

Il futuro dipinto dal film è un tempo in cui l’intelligenza artificiale assume connotati naturali. Un futuro in cui macchine e uomini coesistono e si integrano in esseri meticci, i cyborg, con corpi e cervelli parzialmente o interamente meccanici. Lo sviluppo e il perfezionamento da parte dell’uomo ha portato l’intelligenza artificiale a prendere coscienza di sé e a voler essere come il suo creatore fino a desiderare un’apparato biologico e riproduttivo necessario a replicarsi.

Nella distopia di Shirow, chi possiede un cyber-cervello non ha bisogno di computer o smartphone per accedere alla «Rete»: lo fa naturalmente, sfruttando il proprio organo «cyberizzato». Ciò comporta vantaggi e svantaggi. Gli apparati di sorveglianza dei governi sono ipertrofici: chiunque abbia un cyber-cervello può essere facilmente rintracciato in Rete. D’altra parte, il mondo di Ghost in the Shell è teatro di continui attacchi informatici. Le capacità aumentate degli organi cerebrali sono infatti equilibrate da un’estrema vulnerabilità: i cyber-cervelli possono essere hackerati e controllati da altre entità virtuali senzienti. Questi bug o virus, creati molto spesso dagli stessi governi con compiti di spionaggio e sorveglianza, rubano i dati e li sostituiscono con ricordi falsi. Memoria e coscienza di sé vengono strappate dagli individui e sostituite con memorie create ad hoc. O semplicemente lasciate vuote.

In una delle sequenze iniziali del film del 1995, i due protagonisti, la maggiore Motoko Kusanagi e il suo secondo Bato, membri di un corpo speciale dell’apparato di sicurezza giapponese con il compito di combattere il crimine informatico, inseguono un sospetto, hackerato da un virus conosciuto come «il Burattinaio», per le strade di una futuristica metropoli sinogiapponese, Niihama. Dopo uno scontro a colpi di arti marziali, Kusanagi interroga l’uomo. «Ricordi il tuo nome? Ricordi quello di tua madre, o quale fosse il suo aspetto fisico?» La risposta è un lungo silenzio, amplificato dallo sguardo vuoto del fuggitivo.

Lo stesso sguardo vuoto, e lo stesso silenzio, di chi, dopo gli attacchi di Tokyo del 1995 ha capito di essere caduto vittima dell’«hackeraggio» di un culto messianico.

di Marco Zappa

Scritto per il manifesto — Speciale Asia, dicembre 2016. Qui gli altri articoli di Marco per China Files.