Taiwan Files – Tra armi Usa e crisi costituzionale

In Taiwan Files by Lorenzo Lamperti

L’amministrazione Trump annuncia la vendita di un maxi pacchetto di armamenti a Taipei, dove nel frattempo esplode un pericoloso scontro costituzionale tra il governo del DPP e lo yuan legislativo guidato dall’opposizione, che si muove per chiedere un (complicato) impeachment del presidente Lai Ching-te

Ne avevamo parlato solo pochi giorni fa, con la fase che ho definito di ultra polarizzazione a Taiwan si è resa manifesta nel modo più evidente possibile: una profonda crisi costituzionale e uno scontro tra lo yuan legislativo (il parlamento guidato da una risicata maggioranza dell’opposizione) e il governo del presidente Lai Ching-te. Nel frattempo, arriva il via libera degli Stati Uniti alla vendita di un maxi pacchetto di armi. E così, Taiwan si trova a vivere una fase molto delicata, sia sul fronte interno che su quello esterno.

Partiamo dalle armi. Giovedì 18 dicembre, l’amministrazione Trump ha annunciato la potenziale vendita di otto pacchetti di armamenti a Taipei, per un costo stimato di 11,1 miliardi di dollari. Se approvato dal Congresso, si tratterà del più grande pacchetto mai venduto dagli Usa a Taiwan e il secondo dopo il ritorno di Trump alla Casa bianca. Rispetto ai vistosi ma poco utili acquisti del recente passato, come i carri armati, la lista mostra una strategia più precisa: spiccano 82 sistemi lanciarazzi ad alta mobilità Himars e 420 sistemi missilistici tattici Atacms, simili a quelli forniti da Joe Biden all’Ucraina per difendersi dalla Russia. Inclusi anche 60 sistemi di obici semoventi, missili Javelin, pezzi di ricambio per elicotteri, software militare e oltre un miliardo di dollari di droni, utili a rafforzare le capacità di guerra asimmetrica.

All’affare si lavorava da tempo. In assenza di dialogo diretto e con il disgelo tra Usa e Cina, suggellato dalla tregua siglata a fine ottobre da Trump e Xi Jinping, Taiwan punta sull’acquisto di armi per ingraziarsi la Casa bianca. A Taipei non sfugge che fin qui si parla di vendite, non di aiuti militari come accaduto in due occasioni durante l’amministrazione Biden. Anzi, a conferma del suo approccio transazionale, Trump nei mesi scorsi avrebbe congelato un pacchetto da 400 milioni indirizzato all’isola.

Ma il via libera è destinato a rassicurare l’amministrazione Lai, che si era visto negare un transito a New York la scorsa estate, con Trump impegnato a non compromettere i negoziati commerciali con Pechino. La scorsa settimana, il Senato americano ha peraltro approvato una legge volta ad accelerare le vendite di armi e il trasferimento di equipaggiamenti militari. Una lista in cui verrebbe inserita anche Taiwan, che potrebbe ricevere un trattamento paragonabile a quello riservato ad alleati o partner “Nato plus” come Giappone, Corea del sud, Australia e Nuova zelanda. La legge passa ora al Congresso prima dell’eventuale via libera presidenziale.

La Cina, come prevedibile, ha reagito con rabbia. “Gli Usa smettano immediatamente di armare Taiwan”, ha dichiarato il ministero degli esteri, sostenendo che gli acquisti di armi “non faranno altro che accelerare un maggiore pericolo militare”. Pechino sostiene che quelle che chiama “forze separatiste” resistano alla “riunificazione con la forza, sperperando i soldi guadagnati con fatica dalla gente comune”.

Argomento simile a quello utilizzato dal Kuomintang (KMT), principale partito d’opposizione a Taipei, per criticare la linea del riarmo. Nelle scorse settimane, Lai ha annunciato un aumento esponenziale delle spese militari, destinate a superare il 3% del pil nel 2026 e potenzialmente il 5% entro il 2030. A questo va sommato un extra budget da 40 miliardi per i prossimi otto anni, utile a costruire un sistema di difesa aerea T-Dome. Il modello dichiarato è Israele, dove nelle scorse settimane si sarebbe recato in una visita segreta il vice ministro degli esteri taiwanese François Wu.

Come detto, il tutto si innesta su un gravissimo scontro tra potere esecutivo e legislativo, che sta creando forti turbolenze al sistema democratico di Taipei. Il premier del Partito progressista democratico (DPP) si è rifiutato di firmare gli emendamenti presentati dal parlamento, dove l’opposizione è in maggioranza, alla legge annuale sulla ripartizione delle entrate fiscali. Ragione ufficiale: l’aumento dei sussidi ai governi locali, dove il KMT ha una presa molto forte. Lo yuan esecutivo (cioè il governo) sostiene che gli emendamenti, che aumentano i sussidi ai governi locali, costringerebbero il governo centrale a indebitarsi oltre il tetto legale del 15% nel 2026, in rapporto alle spese annuali.

Sebbene la proposta di bilancio 2026 del governo non sia ancora stata approvata dal parlamento, la portavoce del gabinetto Michelle Lee ha affermato che non sarebbe fattibile apportare tali modifiche in una fase così avanzata del processo. Chung Chia-pin, membro della leadership del gruppo parlamentare del DPP, ha dichiarato che il rifiuto della controfirma funge da meccanismo di salvaguardia contro una legge potenzialmente incostituzionale, dato che la Corte Costituzionale di Taiwan non è attualmente in grado di svolgere il controllo di costituzionalità.

A rischio non solo il budget 2026, ma molto di più. La mossa del premier Cho Jung-tai, sostenuta da Lai, è senza precedenti e secondo l’opposizione rappresenta una “manipolazione” della costituzione, ai sensi dell’articolo aggiuntivo 3 della Costituzione: “Qualora più della metà del numero totale dei membri dello yuan legislativo confermi il disegno di legge originario, il presidente dello yuan esecutivo deve accettare immediatamente tale disegno di legge”.

Peccato che la corte costituzionale non possa pronunciarsi, visto che sette dei suoi 15 seggi sono vacanti da mesi, causa il mancato accordo parlamentare sulle nomine. “Lai vuole una monarchia costituzionale”, attacca il KMT, che parla di “regime autoritario”, mentre il DPP sostiene che i rivali vogliono sabotare il governo centrale e le spese di difesa. “Lai probabilmente sperava che il Movimento Bluebird e i successivi voti di revoca raggiungessero i loro obiettivi, dato che furono proprio questi problemi con il parlamento a determinarne l’ascesa”, sostiene Courtney Donovan Smith. “Ma hanno fallito (approfondimento qui, ndr) e, con le prossime elezioni previste per il 2028 e il parlamento ora in sessione che approva leggi chiave per il prossimo anno, sembra che il DPP abbia ritenuto di non avere altre opzioni. Si tratta di un rischio enorme”, conclude.

Cho ha quasi sfidato l’opposizione a un voto di sfiducia, che aprirebbe la strada a elezioni anticipate su cui il DPP userebbe come sempre la carta identitaria. Il KMT, che sta lavorando a un possibile incontro tra la sua neo leader Cheng Li-wun e Xi Jinping, teme la trappola. A conferma di questo, l’opposizione ha scelto una strada diversa. La Commissione per la Giustizia e le Leggi Organiche dello Yuan Legislativo di Taiwan ha infatti votato per proporre allo Yuan di Controllo di mettere sotto accusa  Cho.

Lo yuan di Controllo è il massimo organo di controllo governativo di Taiwan. Un’eventuale azione contro Cho scaturita da questo organo (dove peraltro la presa del DPP è aumentata negli ultimi anni) non prevede lo scioglimento dello yuan legislativo. Un voto parlamentare di sfiducia sul governo di Cho avrebbe invece potuto innescare lo scioglimento dell’assemblea legislativa ed elezioni anticipate. Cho ha dichiarato che l’uso da parte dei parlamentari dell’opposizione di meccanismi costituzionali per metterlo sotto accusa dimostra che Taiwan non è una dittatura.

Ma l’altra forza di opposizione, il Partito del popolo di Taiwan, ha annunciato l’intenzione di chiedere l’impeachment di Lai. Difficile che la possibile mozione passi: servono due terzi dei voti e la maggioranza dell’opposizione è risicata. Lai sarebbe chiamato a presentarsi allo yuan legislativo a dare spiegazioni. L’ultra polarizzazione rischia di creare nuove fratture, in una Taiwan esposta alle sempre più forti turbolenze internazionali.

Altre notizie

La Fujian, la portaerei più avanzata della Cina da poco entrata in servizio, ha attraversato per la prima volta lo Stretto di Taiwan. Lo ha dichiarato nei giorni scorsi il ministero della Difesa di Taiwan affermando che la nave era probabilmente diretta all’isola di Changxing, a Shanghai, dove è situato il principale cantiere navale cinese. La marina taiwanese ha monitorato il transito durante il quale non sarebbero state condotte attività militari. La Fujian è la terza portaerei cinese ed era entrata formalmente in servizio il mese scorso. Dotata di un ponte di volo piatto e catapulte elettromagnetiche per il lancio di aerei, potrebbe ricoprire un ruolo cruciale in caso di azione militare sullo Stretto, su cui Taipei sostiene che la Russia potrebbe fornire supporto.

Taiwan ha adottato misure per inasprire le regole sulla coscrizione dopo una serie di casi di alto profilo che hanno coinvolto celebrità e giovani che hanno falsificato le loro cartelle cliniche per eludere il servizio militare obbligatorio. Inoltre, le modifiche proposte renderebbero obbligatorio anche il servizio alternativo per le persone transgender e intersessuali, una mossa che ha suscitato reazioni negative da parte di gruppi per i diritti umani e di altri cittadini.

Qui un approfondimento su Kinmen, dove negli anni scorsi ho scritto diversi reportage, come questo.

Il Taiwan Higher Education Union ha esortato il governo a rafforzare il sostegno agli insegnanti e al personale delle scuole private, migliorando le indennità di buonuscita e le pensioni per contribuire ad alleviare l’impatto del calo delle nascite. In una conferenza stampa, il sindacato ha dichiarato di aver lanciato una petizione per contribuire a proteggere i diritti dei dipendenti delle scuole private, chiedendo alle scuole di fornire un’indennità di buonuscita al personale che si dimette involontariamente, con un minimo di metà stipendio mensile.

Il film taiwanese “Left-Handed Girl” (左撇子女孩) è stato selezionato come uno dei 15 film candidati all’Oscar per il miglior lungometraggio internazionale dall’Academy of Motion Picture Arts and Sciences. Il film sta avendo un buon riscontro anche in Italia, dove è uscito con il titolo “La mia famiglia a Taipei”.

Di Lorenzo Lamperti