Contesto operativo, politico e globale delle ultime manovre di Pechino intorno a Taiwan, a partire dal nome “Missione di giustizia”. A Taipei prosegue la crisi politica: mozione di impeachment contro il presidente Lai Ching-te, l’opposizione blocca l’extra budget per la difesa e prepara un incontro con Xi Jinping. L’attacco con coltello del 19 dicembre. La rubrica di Lorenzo Lamperti con notizie e analisi da Taipei (e dintorni)
Lunedì 29 e martedì 30 dicembre, l’Esercito popolare di liberazione cinese ha svolto un nuovo round di esercitazioni militari intorno a Taiwan. Il generale Yang Zhibin, appena promosso da Xi Jinping alla guida del comando del teatro orientale al posto del silurato Lin Xiangyang, ha fatto entrare in azione bombardieri, droni, cacciatorpedinieri, fregate e unità anfibie. Sono le prime manovre da quelle dello scorso aprile (approfondimento di allora qui) e le seste da quelle dell’agosto 2022, in risposta alla visita da Taipei dell’allora presidente della camera dei rappresentanti americana, Nancy Pelosi. Lo status quo è progressivamente cambiato da allora, sia sul fronte politico che sul campo strategico. E Pechino non fa nulla per nasconderlo. Nel 2025 si sono registrate oltre 3600 sortite di velivoli militari cinesi nei pressi di Taiwan, un record.
Nel primo giorno di esercitazioni, sono stati impiegati circa 90 jet e 30 navi da guerra tra caccia, bombardieri, droni, cacciatorpedinieri, fregate e unità di supporto. Un’operazione multi-dominio che punta a testare la capacità di integrare le forze aeree, navali e anfibie. Le manovre hanno simulato attacchi contro obiettivi terrestri e navali. Compresi i sottomarini, uno degli elementi chiave della capacità di difesa asimmetrica di Taiwan. Testate anche le capacità di prendere il controllo dei due porti principali di Taiwan, Keelung a nord e Kaohsiung a sud. Manovre che mettono in pratica le capacità di imporre un ipotetico blocco navale intorno all’isola, potenziale preambolo di una resa o di uno sbarco. Gli analisti sostengono che sia la prova della capacità cinese di passare rapidamente dal normale addestramento al combattimento reale, agendo dunque di sorpresa.
Nel secondo giorno si sono mossi 130 velivoli e 22 navi, ma sono state mobilitate anche le forze missilistiche. Pechino ha emesso un avviso con indicate cinque aree temporanee di pericolo per esercitazioni a fuoco vivo, poi diventate sette. Solo in due di esse, però, ci sono stati lanci di razzi. In tutto sono stati 27, 10 dei quali sarebbero caduti entro le 24 miglia nautiche dalle coste di Taiwan, dunque nelle sue acque contigue. Il ministero della Difesa di Taipei aveva autorizzato le truppe a ingaggiare le forze cinesi, qualora varcassero la soglia delle 12 miglia nautiche dalle coste entrando dunque nelle acque territoriali. Cosa non avvenuta, quantomeno non ufficialmente. Secondo l’autorità dell’aviazione di Taipei oltre 100 mila viaggiatori internazionali rischiavano cancellazioni, deviazioni o ritardi. In realtà, non c’è stata alcuna cancellazione e sono stati segnalati solo alcuni ritardi o deviazioni di voli in semplice transito. Decine di voli domestici per gli arcipelaghi di Kinmen e Matsu, a pochi chilometri dalle coste della Cina continentale ma amministrati da Taipei, sono stati però effettivamente cancellati, separando di fatto il territorio della Repubblica di Cina (nome ufficiale di Taiwan) tra la sua isola principale e le sue isole minori, inglobate de facto in uno Stretto diventato “mare interno”.
Segnalato anche un incidente tra navi della guardia costiera, con la nave taiwanese che ha messo nel radar di tiro una nave cinese che era entrata nelle acque contigue.
Sebbene il numero di aerei e navi militari operativi attorno a Taiwan in questi due giorni sia stato significativo, non ha raggiunto i massimi storici. Il maggior numero di sortite aeree rilevate in un singolo giorno rimane quello dell’esercitazione Joint Sword 2024B (ottobre 2024), mentre il numero più elevato di navi militari schierate è stato registrato durante la Joint Sword 2024A (maggio 2024). Da notare anche che non hanno partecipato portaerei, contrariamente ai round precedenti.
Molto forte il flusso di materiali di propaganda dell’esercito cinese, che mostra un drone a distanza di tiro dallo skyline di Taipei e un jet militare che sarebbe entrato nello spazio aereo taiwanese senza essere intercettato. Taiwan nega e parla di disinformazione, ma restano comunque dubbi sulle capacità di difesa dei sistemi taiwanesi, a partire da quelli anti missile. Tra gli altri materiali, un video generato con l’intelligenza artificiale che mostra robot umanoidi e mini droni che attaccano Taiwan. Ma sul Quotidiano del Popolo del 30 dicembre, organo ufficiale del Partito comunista, le esercitazioni appaiono solo a pagina quattro.
La Cina parla di “avvertimento alle forze indipendentiste” e ha chiamato le manovre “missione di giustizia”, nome molto lontano da quelli belligeranti usati dal passato. Un modo per rivendicare anche sul fronte internazionali un diritto “legittimo” ad agire. Non a caso si cita l’ottantesimo anniversario della fine della colonizzazione giapponese e della “restituzione di Taiwan” come un “pilastro dell’ordine globale”. Tra i materiali di propaganda diffusi dall’esercito spicca la grafica di una corda il cui nodo si stringe intorno all’isola per “distruggere le illusioni”. Quasi a suggerire che l’obiettivo della “riunificazione” si realizzerà in modo progressivo, ma inevitabile.
Nelle scorse settimane, l’amministrazione Trump ha dato il via libera alla vendita di un maxi pacchetto da 11,1 miliardi di dollari di armi a Taipei (a cui Pechino ha risposto con delle sanzioni per lo più simboliche). Taiwan ha a sua volta annunciato un aumento esponenziale del budget di difesa. Il tutto mentre è in corso una crisi tra Cina e Giappone, per la minaccia della premier nazionalista Sanae Takaichi di un intervento di Tokyo in caso di invasione di Taiwan. Nonostante la recente visita di Trump, dietro le quinte il Giappone lamenta la mancata protezione esplicita della Casa Bianca dalle ritorsioni commerciali e strategiche cinesi. Con la nuova escalation, Xi suggerisce al vicino asiatico di non interferire su quella che viene definita “missione sacra”. E, soprattutto, che in caso di crisi rischierebbe di ritrovarsi isolato.
Pechino si è mossa nonostante la tregua commerciale con Washington (e la visita di Trump prevista per aprile), segnalando che su Taipei non è possibile negoziare. Il dossier Taiwan resta il principale ostacolo a un vero disgelo, ma Pechino è convinta di essere in una posizione di forza, grazie al dominio sulle terre rare e ai passi avanti sui chip nazionali.
Da segnalare anche la coincidenza di tempi coi colloqui sulla guerra in Ucraina. Un giorno prima dell’avvio delle esercitazioni, il ministro degli esteri russo Sergej Lavrov ha dichiarato che Mosca sosterrà la Cina in caso di escalation sullo Stretto. Peraltro, Pechino crede che la retorica utilizzata da Trump con Volodymyr Zelensky e Vladimir Putin (la cui stabilità è sempre stata la priorità della Cina dall’inizio della guerra) potrebbe indirettamente favorirla su Taiwan. Non solo. Dalla prospettiva di Xi, le mire americane sulla Groenlandia e il rilancio della dottrina Monroe sull’America latina sembrano giustificare le sue pretese su Taiwan e mar Cinese meridionale. D’altronde, è lo stesso Trump che ha parlato di G2 quando lo ha incontrato due mesi fa a Busan.
Sebbene Pechino non sia contenta del nuovo, imponente pacchetto di armi, va considerato che Trump si è dimostrato disposto a concludere accordi non convenzionali, anche in settori considerati non negoziabili dalle precedenti amministrazioni. Dato il disgelo in corso nelle relazioni tra Cina e Stati Uniti e il viaggio di Trump in Cina previsto per aprile, Pechino non intende compromettere le relazioni per una vendita di armi su cui peraltro bisogna come sempre attendere tempistiche lunghe per la consegna (attualmente Taipei aspetta circa una ventina di consegne in ritardo di armi acquistate negli scorsi anni). E lo stesso sembra fare Trump, che ha sminuito la rilevanza delle manovre cinesi, sostenendo che vanno avanti in modo simile da 20-25 anni, trascurando i clamorosi passi avanti militari e strategici compiuti dall’Esercito popolare di liberazione che sono stati peraltro recentemente riconosciuti anche da un report del Pentagono.
Per quanto riguarda il Giappone, la recente crisi con Pechino non ha frenato i rapporti tra Tokyo e Taiwan. Anzi, nei giorni precedenti alle esercitazioni militari diversi esponenti di spicco del Partito liberaldemocratico della premier nazionalista Sanae Takaichi (inclusi l’ex ministro degli Esteri Taro Kono e il segretario generale del partito Hagiuda Koichi) hanno visitato Taipei e incontrato Lai, scatenando le prevedibili critiche di Pechino.
E poi c’è il fronte interno taiwanese, in una fase di profonda instabilità. “Non provocheremo la Cina né inaspriremo le tensioni”, ha dichiarato il presidente taiwanese Lai Ching-te. I due partiti principali si stanno scambiando accuse sulle responsabilità della nuova escalation: il governo accusa l’opposizione di voler “svendere” Taiwan alla Cina, la leader del Kuomintang accusa Lai di rischiare di far fare a Taiwan “la fine dell’Ucraina”.
Il 31 dicembre, Xi ha pronunciato il tradizionale discorso di fine anno. Come gli anni scorsi, Xi ribadisce che “la riunificazione è inarrestabile”. Nonostante i titoloni internazionali, nulla di nuovo. La novità è semmai che non menziona le interferenze esterne, né il possibile utilizzo della forza. Xi cita però tra le prime parti del discorso l’istituzione della giornata della “retrocessione di Taiwan”, decisa lo scorso 25 ottobre per celebrare l’80esimo anniversario della fine della colonizzazione giapponese, sottolineando la pretesa che la “riunificazione” con Taiwan è un diritto. Il 1° gennaio, la risposta di Lai: “Difenderemo con fermezza la nostra sovranità”, ha detto, prima di intimare all’opposizione di non bloccare l’aumento esponenziale del budget di difesa. Segnale di un clima interno assai polarizzato.
La mozione di impeachment contro Lai Ching-te
Venerdì 26 dicembre, lo yuan legislativo ha approvato a maggioranza (60 voti a 51) la mozione dell’opposizione (che ha la maggioranza parlamentare) per avviare una procedura di impeachment contro il presidente Lai Ching-te. Difficilissimo che la mozione venga alla fine approvata, visto che servono i due terzi dei voti. In una fase di ultra-polarizzazione (approfondimento sul tema qui) si tratta di un obiettivo quasi impossibile. Ma la vicenda fornirà oltre cinque mesi di tempo per affilare le rispettive retoriche ed entrare sostanzialmente in campagna elettorale in vista del voto locale del novembre 2026 (su cui ha già fatto parlare di sé il candidato del Kuomintang a Tainan).
Prima del voto sulla mozione previsto per il 19 maggio, lo yuan legislativo terrà infatti udienze pubbliche il 14 e 15 gennaio per ascoltare le opinioni dei membri della società civile sul caso di impeachment. Lai sarà invitato a spiegare la sua posizione durante le sessioni di revisione del 21-22 gennaio e del 13-14 maggio. Un’udienza separata il 27 aprile inviterà funzionari governativi e altre parti interessate a testimoniare, seguita da domande da parte dei parlamentari.
Il fattore scatenante è stato il recente rifiuto di controfirmare una legge che ha dato vita a una crisi costituzionale (mio approfondimento qui), che mette a rischio anche il supporto internazionale. Lo yuan legislativo ha approvato un emendamento alla Legge che disciplina l’allocazione delle entrate e delle spese governative, ma lo yuan esecutivo ha sostenuto che la versione modificata indebolirebbe la capacità del governo centrale di adeguare e coordinare i sussidi destinati ai governi locali. Inoltre, potrebbe costringere il governo a superare il limite legale del debito pubblico, compromettendo la governance fiscale. Per questo motivo, il premier Cho Jung-tai ha annunciato che non avrebbe controfirmato la legge emendata, segnando una mossa senza precedenti.
Il 18 dicembre, i deputati del Kuomintang (KMT) e del Taiwan People’s Party (TPP) hanno formalmente presentato una petizione allo yuan di controllo per l’impeachment del premier. Una scelta cauta. Una mozione di sfiducia parlamentare avrebbe potuto portare allo scioglimento delle camere e al voto anticipato, soluzione che non piaceva all’opposizione che temeva di perdere la risicata maggioranza e che deve ancora organizzarsi intorno alla nuova leadership di Cheng Li-wen.
Nel frattempo, la Corte costituzionale si è espressa a favore del governo e dunque del Partito progressista democratico (DPP) ma il KMT ha fatto ricorso. Problema: il numero di giudici è costantemente sotto quorum dopo che la nomina dei nuovi membri è diventata ostaggio delle battaglie tra partiti. Segnale inquietante di come anche il potere giudiziario sia pienamente coinvolto nella fase di ultra-polarizzazione politica.
Cheng Li-wen verso un incontro con Xi Jinping
L’opposizione continua a bloccare l’extra budget per la difesa voluto da Lai, citando passati casi di mancata trasparenza dell’utilizzo dei fondi, e cambia focus lanciando il programma “Taiwan future account“. Secondo la bozza del piano, verrebbero istituiti conti per i minori di età pari o inferiore a 12 anni con regolare registrazione familiare a Taiwan. “Il tasso di natalità persistentemente basso di Taiwan si è trasformato in una questione di sicurezza nazionale. Il governo di Taiwan non dovrebbe concentrarsi esclusivamente su ingenti investimenti esteri trascurando le priorità interne”, sostengono KMT e TPP.
Anticipazioni confermate: Cheng sta lavorando a un incontro con Xi Jinping. L’incontro dovrebbe tenersi nei primi mesi dell’anno, in Cina continentale, poco più di dieci anni dopo lo storico colloquio tra Xi e l’allora presidente Ma Ying-jeou a Singapore. Un passaggio assai rilevante che potrebbe avere ripercussioni non solo sulla politica interna taiwanese, ma anche sul sentimento di “urgenza” con cui Pechino affronta il dossier. Per il KMT, l’incontro è mirato ad accreditarsi come “forza responsabile” e portatrice di stabilità nei rapporti intrastretto. Per Xi, il colloquio con Cheng può servire (come quello con Ma dell’aprile 2024) a mostrare al pubblico interno che si stanno facendo passi avanti sul dossier Taiwan e che l’unico ostacolo ai buoni rapporti è rappresentato da Lai e dal DPP. Una retorica funzionale anche sul fronte internazionale.
Il 27 e 28 dicembre, intanto, il sindaco di Taipei (e tra i potenziali candidati alle presidenziali 2028) Chiang Wan-an ha partecipato a Shanghai al forum annuale Taipei-Shanghai.
Attacco con coltello a Taipei
Il 19 dicembre, un cittadino taiwanese di 27 anni è stato protagonista di un raro attacco a Taipei. Armato di coltello, granate fumogene e bombe molotov ha trasformato due dei luoghi più frequentati della capitale in scenari di panico causando tre morti e 11 feriti. L’attentatore si è poi tolto la vita gettandosi dal sesto piano di un edificio mentre veniva braccato dalla polizia.
Secondo la ricostruzione delle autorità, Chang Wen ha agito in modo premeditato ma solitario. Nel tardo pomeriggio ha lanciato granate fumogene all’interno della stazione principale della metropolitana di Taipei, uno snodo cruciale per pendolari e viaggiatori. Nel caos generato dal fumo, ha colpito a caso alcuni passanti con un coltello a lama lunga. Successivamente si è spostato verso nord, raggiungendo la zona commerciale di Zhongshan, dove è entrato in un centro commerciale e ha continuato ad accoltellare persone scelte in modo del tutto casuale. Testimoni parlano di attacchi rapidi, diretti soprattutto al collo e al torace, e di una violenza che non lasciava spazio a reazioni o difesa. Con sé aveva anche bombe molotov inesplose, e prima di agire aveva dato fuoco alla propria abitazione, a un’auto e ad alcune motociclette. Elementi che rafforzano l’idea di un’azione preparata con largo anticipo, ma priva di una struttura organizzata o di complici.
I social taiwanesi sono stati rapidamente invasi da una raffica di video dell’attacco, con annesse scene di panico della folla in fuga. A Taiwan è quasi inesistente il rischio terroristico, anche se attacchi isolati con coltello (quasi sempre frutto di vicende personali o disperazione sociale) si sono verificati anche negli anni scorsi, seppur meno gravi. Il pensiero è andato immediatamente all’ultimo vero precedente, avvenuto il 21 maggio 2014, quando un ventunenne aveva lanciato un attacco con coltello a bordo di un treno della metropolitana. Il bilancio fu allora di quattro morti e 24 feriti, con il colpevole condannato a morte e giustiziato nel 2016.
A Taiwan ci si interroga ora sulle ragioni del nuovo attacco. La polizia e il governo hanno escluso con chiarezza la pista del terrorismo. Non sono emersi collegamenti con gruppi organizzati, né motivazioni ideologiche strutturate. Dalle prime indagini emerge il profilo di un uomo socialmente isolato, disoccupato, con un passato come guardia giurata e una forte attrazione per armi e equipaggiamento tattico. Da tempo non aveva contatti con la famiglia e viveva tra una casa in affitto e una stanza d’albergo a pochi metri dal luogo dell’attacco.
Un dettaglio centrale, destinato a pesare nel dibattito pubblico, è che l’attentatore era ricercato da luglio per renitenza alla leva militare. Non si era presentato al servizio obbligatorio e risultava irreperibile dopo aver omesso di comunicare il cambio di residenza. Proprio nei giorni scorsi, il governo di Taipei ha annunciato un inasprimento delle regole sulla coscrizione, in risposta a una serie di scandali che avevano coinvolto celebrità accusate di aver falsificato certificati medici per evitare il servizio militare. L’attacco è avvenuto durante una fase di crescente militarizzazione del discorso pubblico, con il governo che insiste sulla necessità di rafforzare la prontezza a combattere della popolazione.
A Taipei, come in altre città, la presenza di poliziotti armati nelle aree di trasporto pubblico è diventata improvvisamente molto più visibile, alimentando una sensazione inedita: quella di vivere in uno spazio che assomiglia alle grandi metropoli occidentali segnate dalla paura degli attacchi casuali.
Ne ho scritto nel dettaglio qui.
Altre notizie
Continua la luna di miele tra Taiwan e Israele (di cui ho parlato per esempio qui, presto un approfondimento ad hoc). Taipei si è congratulata con Tel Aviv per il riconoscimento del Somaliland, con cui Taiwan ha rapporti già da alcuni anni.
Nel 2026 Taiwan adotterà una serie di nuove normative, tra cui salari minimi mensili e orari più elevati, esami più severi per la patente di guida e multe per i proprietari di gatti che non immetteranno il microchip nei loro animali domestici.
Di Lorenzo Lamperti
Tutte le altre puntate di Taiwan Files
Classe 1984, giornalista. Direttore editoriale di China Files, cura la produzione dei mini e-book mensili tematici e la rassegna periodica “Go East” sulle relazioni Italia-Cina-Asia orientale. Responsabile del coordinamento editoriale di Associazione Italia-ASEAN. Scrive di Cina e Asia per diverse testate, tra cui La Stampa, Il Manifesto, Affaritaliani, Eastwest. Collabora anche con ISPI. Cura la rassegna “Pillole asiatiche” sulla geopolitica asiatica.

