Il presidente cinese ribadisce che Taiwan è al centro delle relazioni tra Pechino e Washington. Il presidente americano resta inizialmente vago, ma una volta terminata ne parla. E lo fa in modo problematico. Il nodo non è l'”indipendenza”, ma la vendita di armi. Può esserci un impatto non banale, sia a Taipei sia sulle azioni (e reazioni) di Xi. Poi: budget militare, Lai a eSwatini, isole minori. La rubrica di Lorenzo Lamperti con notizie e analisi da Taipei (e dintorni)
“Taiwan? Meno se ne parla e meglio è, la soluzione per la sua sicurezza e non avere una soluzione”, diceva pochi giorni fa Jaw Shau-kong, figura di rilievo del Kuomintang (KMT), in un incontro coi media internazionali. “L’omissione di riferimenti a Taiwan da parte della Casa bianca è positiva, significa che il tema non è negoziabile”, sostenevano altri esperti subito dopo il summit di Pechino tra Xi Jinping e Donald Trump.
Peccato che poi, una volta chiuso il vertice, Trump di Taiwan ne abbia parlato a Fox News. Le sue parole generano forti preoccupazioni a Taipei, con qualche passaggio passibile di generare tensioni anche con Pechino. La Casa bianca e Marco Rubio sostengono che la politica degli Stati uniti su Taiwan “non è cambiata” e che Trump ha ribadito l’ambiguità strategica. Almeno in parte, però, quella componente essenziale di uno status quo in via di rimodulazione è stata erosa.
Che cosa ha detto Xi Jinping
Questa “coesistenza pacifica”, secondo Xi, è legata alla gestione della questione di Taiwan. Il presidente cinese ha ribadito che si tratta della “prima linea rossa” nelle relazioni tra Cina e Stati Uniti. Il messaggio non è nuovo, ma è stato più esplicito del solito, in particolare per l’inquadramento all’interno della “trappola di Tucidide”. È un segnale che Xi potrebbe avere più fiducia nell’avanzare il destino di Taiwan nell’ordine delle priorità. Le ragioni sono sostanzialmente due. Primo: la rinnovata speranza in una futuribile soluzione pacifica, dopo che lo scorso mese Xi ha ricevuto Cheng Li-wun, la leader dell’opposizione taiwanese che propone un riavvicinamento a Pechino (su cui sono tornato qui dopo l’annuncio di un viaggio negli Usa a giugno).
Secondo: la sensazione che con Trump si possano rendere negoziabili anche temi considerati intoccabili. Non sarà Xi a fare richieste esplicite su un tema considerato “interno”, ma la sua speranza è che legare a doppio filo il futuro delle relazioni sino americane al tema di Taiwan possa indurre la Casa Bianca a ridurre il supporto con Taipei. Per la Cina, non è così decisivo che ci siano annunci in tal senso, forse nemmeno che avvenga davvero. La prima chiave è legata alla percezione. Amplificare la già crescente sfiducia nella stabilità del supporto americano tra i taiwanesi, pensa Xi, potrebbe portarli a privilegiare le forze politiche più inclini a un appeasement.
Che cosa ha detto Trump
Già alla vigilia, come ho raccontato qui, c’era un po’ di timore su che cosa avrebbe potuto accadere tra Xi e Trump. “Ciò che più temiamo è che Taiwan diventi oggetto di discussione tra Xi e Trump. Siamo preoccupati”, ha detto a Bloomberg il vice ministro degli Esteri François Wu, in una rarissima ammissione esplicita di un timore assai presente, ma solitamente tenuto riservato.
Durante la sua permanenza a Pechino, Trump non ha menzionato Taiwan, così come non lo ha fatto il resoconto ufficiale della Casa Bianca. Marco Rubio e Scott Bessent hanno sottolineato che non c’è nessun cambiamento alla politica degli Usa su Taiwan e la stessa cosa l’ha ribadita Trump, aggiungendo che lui è l’unico a sapere se gli Usa interverrebbero a difesa di Taipei in caso di conflitto. E, ancora, sostenendo che Xi non “si muoverà” finché alla Casa Bianca c’è lui, ma “potrebbe farlo dopo”. Poi, in un’intervista a Fox News, una serie di messaggi contraddittori.
Trump sembra oscillare tra deterrenza, accomodamento e pragmatismo economico. E questa ambiguità produce effetti simultanei e opposti. A Taipei alimenta il timore che Washington possa ridurre gradualmente il sostegno politico all’isola. A Pechino non garantisce certezza su eventuali concessioni future, ma potrebbe far credere a Xi che con Trump persino temi tradizionalmente non negoziabili possono diventare improvvisamente fluidi.
Il (non) tema dell’indipendenza
Tutti si sono concentrati sulla presa di posizione legata all’indipendenza. “Meglio che la situazione rimanga com’è. Non permetteremo che qualcuno dica: diventiamo indipendenti perché gli Stati uniti ci appoggiano”, ha detto Trump. In realtà, questo è tutt’altro che il punto centrale. Washington si oppone da sempre a “modifiche unilaterali” allo status quo, il che significa sia una “riunificazione” ottenuta con la forza dalla Cina sia una dichiarazione di indipendenza formale da parte di Taiwan.
Di più: dire no all’indipendenza di Taiwan non equivale a disconoscere l’autonomia de facto di Taipei, esercitata entro il perimetro Repubblica di Cina, fondata da Sun Yat-sen sul “continente” e trasferita da Chiang Kai-shek a Taiwan (e altre decine di isole) dopo la guerra civile. Taipei voleva ricordare proprio questo quando ha reiterato la sua sovranità. Lo stesso Lai, nella sua risposta ufficiale, ha menzionato la Repubblica di Cina come l’antità statuale “già indipendente”, specificato in seguito che con “indipendenza” intendeva che Taiwan “non appartiene a Pechino”. Lai ha poi scritto su Facebook che “Taiwan non sarà sacrificata né barattata” aggiungendo che “la vendita di armi statunitensi all’isola rappresenta un impegno di sicurezza basato sulla legge”.
Un’indipendenza formale, che sarebbe da dichiarare nei confronti della Repubblica di Cina e non della Repubblica Popolare, è peraltro uno scenario quasi impossibile.
Dalla presidenza di Tsai Ing-wen, il DPP sostiene che non serva più dichiarare l’indipendenza, perché di fatto Taiwan lo è già, seppure con simboli, nomi e confini non ideali nella sua prospettiva. A Pechino non basta, perché il DPP continua a non riconoscere il “consenso del 1992” e l’esistenza di una “unica Cina” (pur senza stabilire quale, come sostiene il KMT), interpretando le due sponde dello Stretto come due entità non interdipendenti e separate l’una dall’altra.
Anche nella remota ipotesi che il governo volesse mai procedere in tal senso, avrebbe bisogno di una maggioranza di tre quarti del parlamento, quando oggi è persino in minoranza. Tanto che l’opposizione ha appena tagliato di oltre un terzo il budget speciale per il riarmo proposto dall’esecutivo.
La vendita di armi e i chip
Non è uno snodo decisivo nemmeno il rifiuto a prendere impegni nella difesa di Taiwan in caso di conflitto. I veri punti critici sono altri, a partire dal tema delle armi. La vendita di armi a Taiwan? “È una buona carta da giocare” nei negoziati con Pechino, ha detto Trump, che ha ribadito il fatto dio aver discusso del tema con Xi. In gioco c’è un pacchetto da 14 miliardi di dollari, già approvato dal Congresso e congelato dalla Casa Bianca. Sin qui, il supporto difensivo a Taipei non è mai stato negoziabile, anche per i documenti che regolano le relazioni non ufficiali. Ora, invece, Trump ha ufficialmente legato la sua decisione alla dinamica delle relazioni con Pechino. Un danno incalcolabile alla fiducia di Taiwan nei confronti degli Stati uniti.
E ancora: “Se si considerano le probabilità, la Cina è un paese enorme e molto potente. Quella è un’isola piccolissima. Pensateci: dista 95 chilometri. Noi siamo a 15 mila chilometri. È un problema non da poco. Se guardiamo alla storia, Taiwan si è sviluppata perché noi abbiamo avuto presidenti che non sapevano cosa diavolo stessero facendo. Ci hanno rubato l’industria dei chip”, ha accusato Trump, che ha poi invitato i colossi taiwanesi del settore a “trasferirsi in America”. “Mi piacerebbe vedere tutti quelli che producono chip a Taiwan trasferirsi in America. La situazione è tesa, e non ci sono dubbi su questo. Ci aspettiamo di arrivare ad avere tra il 40% e il 50% del settore mondiale dei semiconduttori entro la fine del mio mandato, e penso che dovrebbe essere anche di più. Credo che tutte queste aziende di chip, se sono intelligenti, dovrebbero iniziare a trasferirsi in Arizona, o dove stanno costruendo i loro impianti. Questo risolverà i vostri problemi”. Intanto, segnalati ritardi sulle fabbriche di TSMC a Phoenix.
Dichiarazioni destinate ad alimentare l’ansia di chi già teme che Washington voglia portarsi in casa l’industria più preziosa di Taiwan, per poi scaricarla.
Non a caso, i media legati al Partito comunista hanno dato ampio risalto alle dichiarazioni di Trump. “Le forze indipendentiste di Taiwan vengono sempre più emarginate e assomigliano sempre più a una scarpa che potrebbe essere calciata via in qualsiasi momento”, scrive il Global Times. Un clima che potrebbe sfavorire l’attuale governo di Lai Ching-te, che si fonda sulla non accettazione delle precondizioni di Pechino al dialogo e sul supporto degli Usa.
“Parlare con chi governa Taiwan”
Trump potrebbe però inquietare anche Xi, quando dice: “Dovrò parlare con chi governa Taiwan”. Nel 2016 c’era già stata una telefonata con l’allora presidente Tsai Ing-wen, episodio che ha scatenato un effetto domino non ancora interrotto. Ma un’ipotetica conversazione con Lai sarebbe la prima tra un leader taiwanese e un presidente americano in carica dal 1979. Da sottolineare un aspetto che spesso sfugge: una eventuale telefonata con Lai e lo stop alla vendita di armi sono due facce della stessa medaglia, se non sono mosse inserite all’interno di una strategia coerente. Dare segnali di “abbandono” di Taipei se è considerato funzionale ai rapporti con Pechino, ma anche al contrario dare segnali di esplicito supporto per “sfidare” Pechino: sono entrambi sintomi che si legano le dinamiche Washington-Taipei a quelle Washington-Pechino, sia in un senso che nell’altro. Oscillazioni che aumentano il rischio di errori di calcolo.
Le conseguenze delle parole di Trump
Come si muoverà Xi? Possibile che nel prossimo futuro ci siano nuove esibizioni muscolari con esercitazioni sullo Stretto, ma un conflitto non è inevitabile. Pechino continua a preferire una strada politica. L’incertezza causata da Trump potrebbe rivelarsi un assist per l’opposizione di Taipei, che vuole il rilancio del dialogo con Xi. Ne abbiamo parlato a lungo nelle scorse settimane, in merito all’incontro tra Xi e Cheng Li-wun, passaggio da tenere a mente per capire le attuali dinamiche, e in merito al prossimo viaggio negli Usa della stessa leader del KMT, che ha peraltro auspicato di incontrare Trump.
Bisogna ricordare, soprattutto con Trump, che un conto sono le parole e un conto sono le azioni. Allo stesso tempo, bisogna ricordare che mai come su Taiwan (dove il resoconto dei media sul summit anche le parole e le percezioni sono importanti. Non è certo detto che l’intervista di Trump a Fox cambino la politica di Washington, né che fermino le vendite di armi. Ma le sue parole hanno in ogni caso creato un impatto (o un danno, a seconda dei punti di vista) difficilmente rimarginabile. E crea maggiori rischi.
In che senso? Se Pechino si convince che Trump possa davvero negoziare su Taiwan, potrebbe spingere sull’acceleratore per testare questa opportunità. Condivide questa prospettiva anche Ryan Hass: “Mettendo in dubbio se gli Stati Uniti continueranno a sostenere il loro approccio tradizionale alle questioni dello Stretto, Trump sta invitando un’ondata di pressioni da parte di Pechino sia su Washington sia su Taipei. Spingerà Pechino a intensificare i propri sforzi per testare i limiti di ciò che può ottenere nell’allentare l’impegno americano verso la sicurezza di Taiwan”, scrive.
Dopo aver reso la vendita di armi a Taiwan un tema apparentemente negoziabile, le reazioni di Xi a un eventuale “scongelamento” del pacchetto da 14 miliardi di dollari o altri, avrà implicazioni maggiori rispetto al passato. Fin qui, le vendite di armi sono stati una sostanziale “prassi” per decenni, che Pechino ha sempre visto con ostilità ma a cui non ha mai reagito in modo sconsiderato, fermandosi a proteste ufficiali e sanzioni alle aziende coinvolte.
Questo perché era un binario che veniva ritenuto non facilmente influenzabile, a sé stante. Ora Trump lo ha portato al centro delle dinamiche dei negoziati, e dunque del rapporto tra Washington e Pechino. Significa che ora nuove vendite potrebbero portare a reazioni più forti da parte di Pechino. Non solo in termini di esibizioni muscolari, ma anche di ritorsioni dirette agli Stati Uniti.
Me lo ha detto, anche prima delle parole di Trump a Fox, l’ex ufficiale dell’esercito cinese Zhou Bo, che ho intervistato su La Stampa del 15 maggio. “Credo che gli Stati Uniti avranno sempre più difficoltà sulle vendite di armi. In passato, la Cina protestava soltanto. Ora credo potrebbe reagire con restrizioni sulle terre rare, sanzioni o esercitazioni militari sempre più sofisticate intorno a Taiwan. Il costo per gli Usa aumenterà”.
Secondo Axios, invece, alcuni “stretti collaboratori” di Trump temono che “il risultato sostanziale più importante del vertice con la Cina sia l’accresciuto rischio che il presidente cinese Xi Jinping invada Taiwan nei prossimi cinque anni, potenzialmente interrompendo la fornitura di chip utilizzati per alimentare l’intelligenza artificiale alle aziende statunitensi”. Da ricordare che sono diversi anni che da Washington arrivano pronostici sulle tempistiche di un’eventuale azione militare. Per anni si è parlato del 2027, partendo da basi piuttosto fumose a suffragio di una tesi diventata a sprazzi convinzione, salvo poi ora aggiustare la finestra temporale. Non ci sono garanzie che non avvenga, ma si tratta di pronostici da tarare con estrema cautela, seppure come detto le parole di Trump abbiano introdotto nuovi elementi di incertezza.
Il budget speciale per la difesa
Lai a eSwatini
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Isole minori
Poche ore prima dell’arrivo a Pechino di Trump, Taiwan ha condotto un’esercitazione a fuoco vivo a Kinmen, a pochi chilometri da Fujian. Spicca il primo lancio a fuoco di due missili anticarro Javelin di fabbricazione statunitense.
Niente atleti continentali ai giochi LGBT di Kaohsiung
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Di Lorenzo Lamperti
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Classe 1984, giornalista. Direttore editoriale di China Files, cura la produzione dei mini e-book mensili tematici e la rassegna periodica “Go East” sulle relazioni Italia-Cina-Asia orientale. Responsabile del coordinamento editoriale di Associazione Italia-ASEAN. Scrive di Cina e Asia per diverse testate, tra cui La Stampa, Il Manifesto, Affaritaliani, Eastwest. Collabora anche con ISPI. Cura la rassegna “Pillole asiatiche” sulla geopolitica asiatica.


