Le novità delle esercitazioni annuali a Taiwan. I pattugliamenti dopo l’accordo Giappone-Filippine e le manovre sulle isole minori. Nuove teorie sulla “riunificazione”. I summit tra Xi e Trump. Cheng Li-wun negli Usa. Politica interna verso le elezioni locali. Economia boom, ma non per tutti. Il confronto intrastretto sul grande schermo. La rubrica di Lorenzo Lamperti con notizie e analisi da Taipei (e dintorni)
Frank Huang, presidente e fondatore del produttore di chip Powerchip Semiconductor Manufacturing Corp (PSMC), è morto il 31 luglio a causa di un’insufficienza cardiopolmonare. Una perdita grave per chi voleva sapere che cosa pensasse l’ industria tech di Taiwan. Lui diceva sempre anche on the record quello che gli altri dicono solo off the record. Qui (dal minuto 26) un esempio, in un’intervista del 2024.
Le esercitazioni Han Kuang
Mercoledì 5 agosto sono cominciate a Taiwan le Han Kuang, le esercitazioni militari più importanti dell’isola. Si tengono ogni estate dal 1984 e servono a testare la capacità delle forze armate della Repubblica di Cina di reagire a un eventuale attacco dell’Esercito Popolare di Liberazione della Cina continentale. Fino al 14 agosto si sviluppano dieci giorni e nove notti di simulazioni, integrate quest’anno con l’esercitazione di mobilitazione Tongxin n. 36.
Il ministero della Difesa di Taipei ha costruito uno scenario in quattro fasi. Nella prima, Pechino userebbe le proprie manovre periodiche come copertura per un addestramento anfibio su larga scala, dietro cui nascondere i preparativi di uno sbarco anfibio. Nella seconda, l’Esercito Popolare di Liberazione avrebbe completato il caricamento delle forze e i preparativi per l’attraversamento dello Stretto. Nella terza si simulano gli sbarchi veri e propri, con bombardamenti congiunti e convogli anfibi lungo più direttrici. Nella quarta, le forze di Pechino avrebbero superato le spiagge e avanzerebbero verso l’interno.
Sul piano militare, debuttano i carri armati americani M1A2T Abrams, appena entrati in servizio e assegnati alla 584ª Brigata Corazzata per la difesa delle aree strategiche del nord dell’isola, comprese spiagge e centri di comando. Debutta anche il nuovo Comando di Combattimento Costiero, inaugurato il 1° luglio, che riunisce sotto un’unica struttura missili antinave, radar mobili, sorveglianza costiera e sistemi senza pilota. Per la prima volta, inoltre, due brigate di riservisti saranno mobilitate a pieno organico, una nel nord e una nel sud dell’isola, per un totale di circa 5.000 uomini.
Le novità più significative riguardano però il fronte civile. Per la prima volta viene simulato il trasferimento delle linee di produzione bellica: diverse aziende civili dovranno mostrare di saper continuare a produrre equipaggiamento militare anche in caso di attacco ai centri industriali. E soprattutto, il 10 e il 13 agosto, la rete mobile verrà deliberatamente rallentata per circa trenta minuti in alcune aree di Taiwan, in coincidenza con le esercitazioni di allerta aerea: non un blackout totale, ma una connessione abbastanza lenta da rendere difficile l’uso delle app della vita quotidiana, per testare la reazione di cittadini e istituzioni a un eventuale cyberattacco o interruzione delle comunicazioni.
È un cambio di impostazione piuttosto evidente, che ha due obiettivi: alzare la consapevolezza nei taiwanesi e dimostrare all’esterno che si sta investendo nella capacità di difesa. Va tenuto presente, come sottolineato lo scorso anno, che spesso gli annunci vanno al di là della pratica. Secondo diversi analisti, restano però delle lacune, sia nella capacità di approvvigionamento di armi che nel loro dispiegamento. Taiwan attende ancora la consegna di armi già acquistate dagli Stati Uniti (tema di cui ho parlato qui) e il via libera a un nuovo pacchetto da 14 miliardi di dollari, congelato da Donald Trump nella fase di tregua con Xi Jinping. Sul fronte interno, l’opposizione (che ha la maggioranza in parlamento) ha tagliato nei mesi scorsi un budget speciale per la difesa proposto dal governo (che Pechino considera “secessionista”), insieme a un programma per lo sviluppo di droni militari autoctoni, e continua a spingere per un rilancio del dialogo con Xi Jinping.
Ne ho scritto qui.
A giugno c’è stato il primo lancio di prova del sistema missilistico Himars di fabbricazione USA, in direzione della Cina continentale.
Rallentano invece le manovre militari di Pechino. Nella prima metà di quest’anno, il numero di caccia dell’Esercito Popolare di Liberazione rilevati nei pressi dell’isola è più che dimezzato rispetto all’anno precedente, attestandosi a 1.334 unità. Si tratta del dato più basso degli ultimi tre anni e del ritmo operativo più contenuto dal 2023. Potrebbero incidere sia le espulsioni tra i militari, sia soprattutto la tregua con gli Stati Uniti e il congelamento della vendita di armi operato (almeno per ora) da Trump.
I pattugliamenti dopo l’accordo Giappone-Filippine e le manovre sulle Pratas
A giugno, Tokyo e Manila hanno annunciato l’avvio dei negoziati per delimitare i rispettivi confini marittimi lungo la cosiddetta “prima catena di isole”, un’area strategica che comprende anche Taiwan e che Pechino considera direttamente collegata alle proprie rivendicazioni territoriali. A pochi giorni di distanza è arrivata la risposta cinese, sotto forma di una nuova operazione marittima nelle acque a est dell’isola.
Pechino ha inviato una flottiglia di navi governative nella zona, inducendo Taiwan a dispiegare proprie unità della guardia costiera. L’iniziativa è stata presentata dalle autorità cinesi come una speciale operazione di applicazione della legge marittima, organizzata dal ministero dei Trasporti con il coinvolgimento delle amministrazioni per la sicurezza marittima del Fujian e del Guangdong. Secondo la versione ufficiale, lo scopo è rafforzare le capacità di pattugliamento d’altura, esercitare la giurisdizione amministrativa nelle acque considerate di interesse nazionale e garantire la sicurezza della navigazione.
A rendere l’operazione particolarmente rilevante è anche la composizione della flottiglia. Tra le unità impiegate figurano la Haixun 09, la più grande nave pattuglia civile cinese con un dislocamento di circa 10 mila tonnellate, la nave idrografica Haixun 08 da 7.500 tonnellate, la nave di soccorso oceanico Haixun 06 e la nave di recupero Donghaijiu 113. Si tratta di mezzi destinati formalmente a compiti di controllo, ricerca, soccorso e monitoraggio, ma che contribuiscono anche a consolidare la presenza cinese nelle aree marittime contese. Secondo la piattaforma specializzata Marine Equipment & Government Vessel Information, si tratterebbe inoltre della prima operazione coordinata tra autorità marittime e guardia costiera della Repubblica Popolare nella zona. I pattugliamenti si sono poi ripetuti anche nelle scorse settimane.
Se una prima lettura porta a interpretare gli eventi come l’ennesimo capitolo del confronto tra Pechino e Taipei, il contesto regionale suggerisce un messaggio più ampio, rivolto soprattutto a Giappone e Filippine. Proprio nei giorni scorsi Tokyo e Manila hanno annunciato l’apertura di negoziati formali per delimitare le rispettive zone economiche esclusive e le piattaforme continentali. Si tratta di un dossier che interessa aree marittime situate a est di Taiwan e che la Cina considera strettamente connesso alle proprie rivendicazioni.
A questo si aggiunge il recente vertice di Tokyo tra il presidente filippino Ferdinand Marcos Jr. e la premier giapponese Sanae Takaichi, che ha impresso un’ulteriore accelerazione alla cooperazione in materia di sicurezza tra due alleati degli Stati Uniti. I due leader hanno concordato di avviare colloqui sulla condivisione di intelligence militare e di accelerare il trasferimento alla marina filippina di sei cacciatorpediniere della classe Abukuma. Parallelamente, le esercitazioni Balikatan hanno visto, per la prima volta dalla fine della Seconda guerra mondiale, la presenza di truppe giapponesi sul territorio filippino.
Dal punto di vista di Pechino, questi sviluppi vanno ben oltre una normale cooperazione bilaterale. La leadership cinese teme infatti che un coordinamento sempre più stretto tra Tokyo e Manila possa limitare la propria libertà di azione in caso di una futura crisi legata a Taiwan. Non a caso il Quotidiano del Popolo, organo ufficiale del Partito comunista cinese, ha accusato Giappone e Filippine di alimentare una “logica di contrapposizione tra blocchi”.
Ne ho scritto qui.
Il governo ha riaffermato la sovranità su alcune zone coinvolte nella questione, ma l’opposizione lamenta l’assenza di proteste contro Manila sulle rivendicazioni nel Mar Cinese Meridionale.
Secondo i media di Stato, Pechino ha completato un rilevamento dei fondali nelle complesse acque a est di Taiwan. È la prima volta che le autorità marittime della Cina continentale conducono operazioni di rilevamento idrografico nella zona per integrare i dati di mappatura dei fondali, in precedenza incompleti.
La nuova strategia marittima viene definita “governance delle acque adiacenti“. Spinta dal passaggio dalla strategia del “prendere tempo” a quella dell’azione proattiva, Pechino sta trasformando le acque a est di Taiwan in un’area soggetta a una gestione di routine.
Sempre a giugno, Taiwan aveva denunciato la presenza congiunta di una nave della guardia costiera cinese e di un’unità per la ricerca oceanografica nei pressi delle isole Pratas, remoto atollo controllato da Taipei col nome di Dongsha nel Mar Cinese Meridionale. Secondo la guardia costiera taiwanese si è trattato del primo caso osservato di operazione coordinata tra queste due tipologie di imbarcazioni, interpretato come un ulteriore segnale della pressione sulle aree periferiche amministrate da Taiwan.
Inedite manovre anche intorno all’isola di Taiping.
Per la prima volta, Taiwan ha portato dei politici stranieri a bordo di navi della guardia costiera intorno a Kinmen: una mossa simbolica rivolta a Pechino.
Taiwan sta sviluppando cani robot armati che potrebbero pattugliare le remote isole del Mar Cinese Meridionale.
Trump-Xi: tra un vertice e l’altro
A livello politico, prosegue il momento di incertezza dopo il primo summit di maggio tra Xi e Trump, che di ritorno da Pechino aveva rilasciato dichiarazioni contraddittorie (analisi qui). Non c’è ancora stato il via libera alla vendita al maxi pacchetto da 14 miliardi di dollari di armi che Trump ha congelato in attesa dei colloqui con Xi, anche se nei giorni scorsi il deputato Michael McCaul ha garantito durante la sua ennesima visita a Taipei che l’ok arriverà presto. Non c’è stata nemmeno la telefonata con Lai Ching-te, eventualità di cui pare non si sia mai parlato in modo approfondito. Possibile che la situazione resti congelata in vista del secondo vertice tra Xi e Trump, in programma per il 24 settembre alla Casa Bianca.
Secondo un sondaggio pubblicato da un’organizzazione no-profit taiwanese composta da esperti di relazioni tra le due sponde dello Stretto, intanto, la percentuale di persone a Taiwan che respinge il principio di “un’unica Cina” di Pechino come precondizione per i negoziati politici è calata drasticamente dal 2023. Effetto anche di Trump, sostiene Domino Theory.
Nel frattempo, Lai ha regalato alla Casa Bianca una copia dell’autobiografia del fondatore di TSMC, Morris Chang, dopo le ripetute accuse di Trump all’industria taiwanese di aver “scippato” l’America.
Un po’ di analisi. Secondo Richard Haas, Xi potrebbe raggiungere il suo obiettivo senza combattere. C’è chi crede che le purghe nell’esercito rallentino le mire di Pechino. Brent Christensen sostiene che le relazioni tra Taipei e Washington siano più forti di quanto si racconti. Asia Society analizza i possibili calcoli di Pechino sulle opzioni militari, mentre il Global Taiwan Institute fa un bilancio quattro anni dopo la visita di Nancy Pelosi a Taipei.
Raymond Greene, direttore AIT a Taipei, sostiene che Taiwan debba spendere in modo più intelligente i fondi per la difesa, mentre esperti invitano Taipei a decentralizzare il sistema energetico. Lo stesso Greene è stato preso di mira da Pechino per alcune sue dichiarazioni.
Qui qualche considerazione di Zhou Bo su Trump, seguito da Shao Yuqun. Qui i pensieri di altri analisti cinesi.
Due posizioni molto diverse. Il 10 luglio, l’Agenzia di stampa di Hong Kong ha pubblicato un commento di Wang Jianmin intitolato secondo cui “insistere sulla riunificazione pacifica opponendosi al contempo alla riunificazione con la forza equivale a non avere alcuna riunificazione“. Una prospettiva inusualmente vigorosa, a cui va invece aggiunta quella di Zhu Weidong, direttore dell’Istituto di Studi su Taiwan presso l’Accademia Cinese delle Scienze Sociali, secondo cui si può arrivare a una “riunificazione senza dichiarare la riunificazione”. L’idea di fondo è perseguire una riunificazione de facto come processo in divenire, plasmando la realtà sul campo senza attendere un atto formale e dichiarato.
Il viaggio di Cheng Li-wun negli Stati Uniti
Dopo essere stata in Cina continentale per incontrare Xi Jinping ad aprile (mia analisi qui), dal 1° al 15 giugno Cheng Li-wun ha compiuto la sua prima visita negli Stati Uniti da quando ha assunto la guida del Kuomintang (KMT). Un tour di due settimane tra San Francisco, Boston, New York, Washington e Los Angeles, nel tentativo di ritagliarsi un ruolo di ponte tra Pechino e Washington.
A San Francisco, Cheng ha reso omaggio alla statua di Sun Yat-sen a St. Mary’s Square (dove il fondatore della Repubblica di Cina raccolse i fondi che finanziarono l’insurrezione di Wuchang), ha visitato la sede statunitense del partito e la storica Bing Kung Tong Association. Durante un banchetto con la comunità cinese d’oltremare, Cheng avrebbe lasciato intendere una propria possibile candidatura alle presidenziali del 2028. Il KMT ha smentito.
Dopo una visita nella contea di Santa Clara, cuore della Silicon Valley, Cheng si è spostata a Boston dove si è confrontata con il direttore del Fairbank Center for Chinese Studies di Harvard, difendendo la proposta del KMT di un’approvazione graduale degli acquisti di armamenti americani, contro quello che ha definito un “assegno in bianco” chiesto dal DPP, ha criticato la politica antinucleare del governo e la “de-sinizzazione” nel sistema educativo.
A New York, Cheng è salita sul palco dell’Asia Society e del Council on Foreign Relation. A Washington, Cheng ha incontrato membri del Congresso e funzionari dell’amministrazione. Tra gli incontri resi pubblici, quello con il senatore repubblicano Steve Daines, alleato di Trump che proprio in questi giorni è tornato a Pechino per preparare il vertice di settembre con Xi. L’incontro è stato poi smentito. Proprio la riservatezza sugli incontri di Washington ha alimentato polemiche. Alcuni media hanno insinuato che gli incontri fossero meno significativi di quanto dichiarato. In un’intervista al South China Morning Post, Cheng ha nel frattempo corteggiato Trump, che in ogni caso non ha incontrato.
Il viaggio non avrebbe convinto tutti. Alla vigilia della partenza, il direttore dell’American Institute in Taiwan, Raymond Greene ha espresso alcune perplessità sulle posizioni di Cheng. Altri credono che non vada sottovalutata. All’interno del KMT ci sarebbero comunque anime diverse.
Subito dopo Cheng, è stato negli Usa anche Han Kuo-yu, presidente dello Yuan legislativo ed ex candidato del KMT alla presidenza. Han ha avuto un incontro di alto livello col presidente della Camera dei Rappresentanti Mike Johnson, e potrebbe avere nuove ambizioni. Così come il sindaco di Taipei Chiang Wan-an.
Politica interna e intrastretto
Il parlamento ha approvato gli emendamenti alla normativa sulle telecomunicazioni che permettono di esentare caso per caso operatori stranieri dai limiti su proprietà e governance, rimuovendo gli ostacoli che finora avevano impedito a Starlink di operare sul suo territorio. Taipei punta d’altronde a rafforzare la resistenza delle sue comunicazioni, dopo episodi come il taglio dei cavi sottomarini verso l’arcipelago di Matsu nel 2023. Pechino minimizza. Elon Musk non ha mai goduto di grande stima a Taipei, per le sue passate uscite ad apparente supporto della “riunificazione”.
Un massiccio aumento della spesa dà intanto slancio al programma spaziale di Taipei, col progetto di una costellazione satellitare autoctona, di una base di lancio e del primo razzo entro il 2034.
Sabato 25 luglio, oltre 200.000 persone si sono radunate a Taipei per una manifestazione promossa dall’opposizione, chiedendo risposte al governo in merito alla gestione di uno scandalo alimentare. Livelli eccessivi di benzoapirene sono stati rilevati in lotti di olio di soia grezzo destinato alla cottura, portando al ritiro dal commercio di oltre 500 prodotti e coinvolgendo più di 1.300 aziende. Tra i partecipanti figuravano gruppi della società civile, operatori sanitari e amministratori locali.
Il Consiglio per gli Affari della Cina Continentale ha ampliato il divieto ai funzionari locali di partecipare allo Straits Forum, l’evento annuale che si tiene ogni anno a Xiamen per promuovere l’integrazione intrastretto (per esempio tra Xiamen e Kinmen) e durante il quale è intervenuto Wang Huning.
Il Taiwan People’s Party (TPP), alleato del KMT in parlamento, ha inviato la sua prima delegazione ufficiale nella Cina continentale dalla sua fondazione.
La disputa sui fondi per i missili mette a rischio il piano di difesa aerea “T-Dome” di Taiwan.
Continua il blocco al turismo dei cinesi continentali a Taiwan, mentre il KMT accusa il DPP di penalizzare gli agricoltori con legami d’affari con la Cina continentale.
Si stanno intensificando i controlli sui cosiddetti “coniugi continentali“, cittadini cinesi sposati con taiwanesi, dopo il caso di una donna accusata di aver agito per conto del Partito comunista cinese per influenzare la politica locale. Il caso ha riacceso il dibattito su come evitare infiltrazioni senza trasformare centinaia di migliaia di persone in sospetti per la loro sola origine. Molti continentali denunciano infatti un clima crescente di diffidenza e il rischio di essere discriminati nonostante vivano sull’isola da anni.
Taipei ha lanciato un sito web per incoraggiare i cittadini della Repubblica Popolare a segnalare informazioni di intelligence.
Il ministero dell’Interno ha annunciato l’intenzione di chiedere la messa al bando del Chinese Unification Promotion Party (CUPP), citando presunti legami con la criminalità organizzata, interferenze elettorali e minacce alla sicurezza.
Sollevata dall’incarico la rappresentante commerciale di Taiwan, Yang Jen-ni, in seguito a un rapporto dell’Esecutivo che ha accertato atti di vessazione nei confronti della sua defunta vice, Yen Huai-hsing.
La deputata del DPP Lin I-chin è stata condannata a sette anni di carcere per aver ottenuto illegalmente oltre 14 milioni di dollari taiwanesi in sussidi per gli assistenti.
Lai ha proposto una serie di misure volte a invertire il calo del tasso di natalità, tra cui l’estensione dei congedi di maternità e paternità e un sussidio mensile per i figli fino ai 17 anni di età. Proposte che hanno fatto registrare reazioni contrastanti.
L’opposizione sostiene un referendum che prevede l’introduzione della fustigazione come pena giudiziaria per i responsabili di determinati reati gravi.
Continua lo scandalo interno alla fondazione dell’ex presidente Ma Ying-jeou. Può diventare un fattore alle elezioni locali?
A novembre, insieme alle elezioni locali si voterà anche per dei referendum. Ci saranno fino a sei proposte, che spaziano dall’energia nucleare al voto per corrispondenza.
Economia boom, ma non per tutti
L’economia di Taiwan corre grazie al boom dell’IA e dei semiconduttori: il PIL è cresciuto dell’8,6% nel 2025 e del 13,7% nel primo trimestre 2026. I benefici, però, sono molto concentrati nel settore tecnologico, mentre servizi e industria tradizionale soffrono salari più bassi e costi crescenti. Il peso di TSMC (dove ci sono anche dei problemi) e dei chip sta creando quella che la banca centrale definisce un’economia «a K», con settori e patrimoni che crescono molto più rapidamente degli altri. Nonostante il boom di Borsa, aumentano così le disuguaglianze e l’ansia per costo della vita e prezzi delle case, soprattutto tra chi resta fuori dall’economia tecnologica. Scende invece l’interscambio con la Cina continentale.
Ne ha scritto Al Jazeera, ne avevo scritto anche io qui.
TSMC predispone nuovi maxi investimenti negli Stati Uniti, garantendo come sempre che la produzione chiave resterà a Taiwan, per cercare di calmare le preoccupazioni di chi teme un’erosione del cosiddetto scudo di silicio.
Nvidia aumenta gli investimenti a Taiwan, dopo che Jensen Huang ha effettuato l’ennesima visita sull’isola.
A proposito di chip, nuove restrizioni sulle vendite in Cina continentale. E c’è un caso giudiziario sul presunto traffico di chip Nvidia verso la Cina continentale via Giappone. Due dipendenti di Super Micro Computer sono stati arrestati per contrabbando.
Accusati ex dipendenti di TSMC di aver sottratto segreti sui chip per venderli a Pechino. Si tratta del primo rinvio a giudizio ai sensi della legge sulla sicurezza riguardante un tentativo di favorire le ambizioni cinesi nel settore dei chip.
Alla fiera Computex di Taipei è stato possibile vedere numerosi robot contendersi l’attenzione del pubblico e la larghezza di banda di Internet mentre sollevavano scatole, camminavano, gesticolavano e conversavano. A volte queste macchine faticavano a muoversi o a parlare, dando l’impressione che la robotica, almeno a Taiwan, si trovi ancora alla frontiera dell’intelligenza artificiale. Diversi fornitori taiwanesi si avvalgono di tecnologie provenienti dal mercato cinese, più economico e ricco di componenti per la robotica.
Un tema di cui avevo parlato in merito ai droni e su cui ci sono state voci anche su Thunder Tiger.
I capitali taiwanesi affluiscono nel mercato immobiliare giapponese mentre si ritirano gli investitori della Cina continentale. Un modo per sfruttare la debolezza dello yen.
Confronto in sala e lo stop al kolossal sulla “riunificazione”
“La riunificazione è inevitabile”. È uno degli slogan che accompagnano il trailer di Battle of Penghu, il kolossal storico che la Cina porterà nelle sale il prossimo 25 luglio. Il film racconta la vittoria dell’ammiraglio Qing Shi Lang nella battaglia navale del 1683 che portò alla conquista del piccolo arcipelago sullo Stretto di Taiwan, noto a livello internazionale come Pescadores e ancora oggi amministrato da Taipei. Quella battaglia fu un anticipo dell’integrazione di Taiwan all’interno dell’impero Qing. La promozione della pellicola collega apertamente quel noto episodio storico alle tensioni contemporanee, trasformando una battaglia del XVII secolo in un racconto che parla direttamente del presente.
Sempre nelle prossime settimane, nelle sale taiwanesi arriva invece Before the Bright Day, ambientato durante la terza crisi dello Stretto del 1996. Mentre Pechino lancia missili nelle acque vicine all’isola in vista delle prime elezioni presidenziali dirette della storia taiwanese, il protagonista del film è un ragazzo di 15 anni alle prese con la scuola, gli amici, la famiglia e i primi amori. La crisi resta sullo sfondo, ma influenza lentamente ogni aspetto della vita quotidiana. Un botta e risposta sul grande schermo che mostra come su entrambe le sponde dello Stretto si stia alzando il livello delle proprie narrazioni, attraverso l’utilizzo del cinema.
Ne ho scritto qui.
Eppure, va registrata anche la sospensione all’ultimo momento di The Belief, kolossal storico che celebrava la conquista di Taiwan da parte della dinastia Qing con lo slogan “la riunificazione non può essere fermata”. Più che alimentare il nazionalismo militare, Pechino sembra voler evitare messaggi che possano compromettere la strategia attuale: mantenere alta la pressione su Taipei, ma continuare a presentare la riunificazione come un obiettivo da perseguire in modo pacifico e senza apparire sull’orlo di un conflitto imminente.
Altre notizie
È iniziato un nuovo servizio di traghetti che collega Keelung, a Taiwan, all’isola di Ishigaki, nell’arcipelago giapponese di Okinawa. Secondo quanto mi risulta, non si tratta di un semplice progetto turistico. I traghetti potrebbero anche essere utilizzati a scopo di evacuazione nel caso di una crisi.
La recente diffusione pubblica di dettagli sul programma segreto “Project Starlight”, che da decenni consente alle forze armate di Singapore di addestrarsi a Taiwan, non sarebbe casuale ma rifletterebbe un cambiamento nella strategia di Taipei. L’isola punta a mostrare di non essere isolata sul piano della sicurezza e sempre più propensa a rendere visibili cooperazioni militari che in passato venivano mantenute riservate.
I taiwanesi osservano con preoccupazione la sorte dei librai indipendenti di Hong Kong, dopo una serie di arresti avvenuti negli ultimi mesi.
La Lituania ha fatto passi indietro nella cooperazione con Taipei, così come Papua Nuova Guinea.
Un film racconta la vicenda dei taiwanesi prigionieri di guerra in Siberia.
L’ex presidente Tsai Ing-wen è stata in Italia.
Da Domino Theory: “Taiwan va fiera delle propria libertà, ma a volte privilegia il contrasto a quelle che definisce “guerra cognitiva” rispetto a valori più universali, come la libertà di stampa”.
Un nuovo documentario affronta le dinamiche strutturali che stanno soffocando il settore dell’informazione a Taiwan: dai monopoli delle piattaforme e dal giornalismo guidato dai volumi di traffico fino agli investimenti pubblicitari che alimentano questo meccanismo.
Possibile avere una posizione “di sinistra” su Taiwan?
Di Lorenzo Lamperti
Tutte le altre puntate di Taiwan Files
Classe 1984, giornalista. Direttore editoriale di China Files, cura la produzione dei mini e-book mensili tematici e la rassegna periodica “Go East” sulle relazioni Italia-Cina-Asia orientale. Responsabile del coordinamento editoriale di Associazione Italia-ASEAN. Scrive di Cina e Asia per diverse testate, tra cui La Stampa, Il Manifesto, Affaritaliani, Eastwest. Collabora anche con ISPI. Cura la rassegna “Pillole asiatiche” sulla geopolitica asiatica.
