Taiwan Files – Effetto Trump su Xi, armi e Lai

In Taiwan Files by Lorenzo Lamperti

Trump ha ribadito di voler parlare con Lai, aggiungendo imprevedibilità nella triangolazione Washington-Taipei-Pechino. Dopo che la vendita di armi è stata resa (almeno a parole) negoziabile, in gioco c’è anche la tenuta della “stabilità strategica” sinoamericana. Intanto, Lai è a metà mandato e Cheng Li-wun prepara il viaggio negli Usa. La rubrica di Lorenzo Lamperti con notizie e analisi da Taipei (e dintorni)

Donald Trump ha ribadito che intende parlare con Lai Ching-te prima di prendere una decisione sulla vendita di un maxi pacchetto di armi da 14 miliardi di dollari a Taiwan. Come già evidenziato nella precedente analisi sul summit di Pechino con Xi Jinping, lo aveva già detto qualche giorno fa in mezzo a diversi altri concetti nell’intervista alla Fox. Ed era un aspetto passato piuttosto inosservato al di fuori di Taipei, anche perché non era escluso che potesse trattarsi di un’espressione non del tutto voluta. Dirlo una seconda volta, e con maggiore chiarezza, impone qualche ulteriore riflessione su quanto sta accadendo (fin qui soprattutto a livello di retorica e di percezione) nella triangolazione Washington-Taipei-Pechino.

“Parlerò con lui. Parlo con tutti. Abbiamo la situazione completamente sotto controllo. Abbiamo avuto un grande incontro con il presidente Xi. Lavoreremo sul problema Taiwan”, ha dichiarato Trump. Il riferimento è appunto a Lai, il leader taiwanese che Pechino considera un “secessionista radicale”.

Se la conversazione avvenisse davvero, si tratterebbe di un passaggio storico. Dal 1979, anno in cui gli Stati Uniti interruppero i rapporti diplomatici ufficiali con Taipei riconoscendo la Repubblica Popolare Cinese, nessun presidente americano in carica ha mai avuto un colloquio ufficiale con un presidente taiwanese in carica. Nel dicembre 2016, Trump parlò con l’allora presidente taiwanese Tsai Ing-wen, ma in quel momento era “solo” presidente eletto. Pechino protestò, ma la reazione fu piuttosto contenuta: niente esercitazioni militari intorno a Taiwan, per intenderci, diventate una prassi assai più regolare dopo la visita a Taipei di Nancy Pelosi nell’agosto 2022.

La reazione fu relativamente limitata non solo — e forse nemmeno principalmente — perché Trump non era ancora entrato ufficialmente alla Casa Bianca. In quella fase Taiwan non occupava ancora le primissime posizioni nelle priorità strategiche di Xi Jinping, che stava ancora cercando di comprendere come rapportarsi alla prima amministrazione Trump. Non a caso, nonostante quella telefonata e le minacce di guerra commerciale, Xi non attese nemmeno tre mesi prima di recarsi a Mar-a-Lago per incontrare il presidente americano.

Eppure quella telefonata ha avuto un impatto profondo sulla prospettiva cinese. Da quel momento Pechino ha iniziato a osservare con crescente sospetto ogni iniziativa americana riguardante Taiwan. Una diffidenza che nel tempo si è tradotta in un rafforzamento progressivo delle proprie mosse, sia sul piano politico sia su quello militare.

È un passaggio fondamentale per comprendere perché oggi una possibile telefonata Trump-Lai assumerebbe una portata molto più significativa. Non soltanto perché Trump è oggi presidente in carica, non soltanto perché Lai viene percepito da Pechino come una figura ancora più problematica rispetto a Tsai, ma anche perché la Cina si sente oggi molto più forte e ritiene di possedere strumenti maggiori per influenzare i principali snodi della competizione strategica con Washington.

Esiste poi un altro elemento decisivo. Anche se non si può ancora sostenere che la politica americana su Taiwan sia cambiata formalmente, le ripetute dichiarazioni di Trump stanno producendo un effetto molto concreto: stanno aumentando l’incertezza. E soprattutto lo fanno dopo che il dossier Taiwan è stato esplicitamente portato sul tavolo dei negoziati tra Washington e Pechino.

Se Xi ha collegato direttamente il futuro delle relazioni sino-americane alla “gestione” di Taiwan, Trump ha definito la vendita di armi a Taipei “un’ottima arma negoziale” nei confronti della Cina. A prescindere dalle intenzioni reali della Casa Bianca o dalle future decisioni politiche concrete, questa impostazione rischia di produrre effetti significativi su tutte le direttrici della triangolazione Washington-Pechino-Taipei.

Per Taiwan, forse più che in qualsiasi altro teatro geopolitico, la stabilità dipende dalla prevedibilità. Per decenni l’equilibrio nello Stretto si è retto su un sistema fondato su ambiguità accuratamente calibrate, formule diplomatiche studiate al millimetro e linee rosse spesso non scritte ma perfettamente comprese da tutti gli attori coinvolti. Un equilibrio fragilissimo, sopravvissuto proprio perché ogni parte conosceva con relativa precisione i limiti oltre i quali non spingersi.

Negli ultimi giorni Trump ha invece inviato segnali che sembrano muoversi in direzioni differenti, alimentando contemporaneamente inquietudine a Taipei e irritazione a Pechino. Anche quando ha parlato della possibile telefonata con Lai, lo ha fatto utilizzando l’espressione “problema Taiwan”, formula tipica della leadership cinese e percepita sull’isola come il riflesso di una narrativa che riduce Taiwan a una questione interna della Repubblica Popolare.

Da Taipei, naturalmente, la disponibilità è arrivata quasi immediatamente. Il ministero degli Esteri taiwanese ha fatto sapere che Lai sarebbe pronto a parlare con Trump. Del resto il presidente taiwanese ha cercato da tempo di costruire un rapporto con il leader americano. Già un anno fa aveva dichiarato che Trump avrebbe meritato il Premio Nobel per la Pace qualora fosse riuscito a convincere Xi Jinping a rinunciare a un’azione militare nello Stretto.

Altrettanto prevedibile è stata la reazione cinese. Il portavoce del ministero degli Esteri, Guo Jiakun, ha invitato Washington alla “massima cautela”, esortando gli Stati Uniti a evitare “segnali fuorvianti alle forze separatiste favorevoli all’indipendenza di Taiwan”.

Come già raccontato, nei giorni scorsi Trump aveva invece riscontrato il favore di Pechino per le sue dichiarazioni su quattro elementi: “indipendenza” (tema di cui pochi capiscono i contorni e scenario attualmente impossibile anche qualora l’attuale governo lo volesse), ipotesi di conflitto (con Trump che ha detto di non auspicare una guerra a 9500 chilometri di distanza), chip (con l’invito ai produttori taiwanesi di spostarsi in America, alimentando l’ansia di un abbandono una volta che non ci saranno più interessi sul settore e portando anche a una risposta ufficiale all’accusa di aver “rubato” l’industria dei semiconduttori americana) e soprattutto vendita di armi. In realtà, i primi due punti non cambiano la storica opposizione di Washington a qualsiasi azione unilaterale sullo Stretto (dunque “riunificazione” con la forza di Pechino o dichiarazione di indipendenza formale di Taipei), né l’ambiguità strategica sul possibile intervento in caso di conflitto. Assai più critiche le parole sulle armi, perché come già spiegato disattendono gli impegni delle Sei Rassicurazioni.

Ma l’impatto è anche — forse soprattutto — una questione di percezione strategica. Per decenni il sostegno militare americano a Taiwan è stato mantenuto rigorosamente separato dalle trattative con Pechino. L’intera architettura delle relazioni informali tra Washington e Taipei si è fondata proprio su questa distinzione: la sicurezza dell’isola doveva restare al riparo dalle oscillazioni dei rapporti sino-americani. Trump, invece, ha riconosciuto pubblicamente di avere discusso il tema con Xi Jinping e di considerare la vendita di armi a Taiwan una leva negoziale.

Parole che hanno toccato un nervo particolarmente scoperto a Taipei. Da tempo, infatti, sull’isola esiste il timore che Washington possa puntare a trasferire progressivamente negli Stati Uniti il cuore dell’industria tecnologica taiwanese — a partire dai semiconduttori — per poi ridurre, nel lungo periodo, il proprio coinvolgimento strategico nella difesa dell’isola. Un’ansia che le dichiarazioni di Trump hanno finito per alimentare ulteriormente.

Non sorprende quindi che i media vicini al Partito comunista cinese abbiano dato risalto ai commenti del presidente americano. Il Global Times ha scritto che “le forze indipendentiste taiwanesi assomigliano sempre più a una scarpa che potrebbe essere gettata via in qualsiasi momento”, una formulazione che riflette una narrativa ben precisa: quella secondo cui Taiwan starebbe diventando una pedina sacrificabile nelle dinamiche tra Washington e Pechino.

Per Xi, del resto, potrebbe non essere nemmeno necessario ottenere una revisione radicale della politica americana verso Taiwan, obiettivo che anche a Pechino sanno essere estremamente difficile da raggiungere. L’obiettivo realistico potrebbe essere molto più sottile: dimostrare che Trump è plasmabile, influenzabile, e soprattutto alimentare dubbi sulla solidità dell’impegno americano agli occhi dei taiwanesi.

Se Taiwan inizia a mettere in discussione la prevedibilità del sostegno statunitense, l’effetto strategico potrebbe essere enorme anche senza alcun cambiamento formale della politica americana.

Dicendo di voler parlare con Lai, Trump potrebbe voler trasmettere a Xi un messaggio preciso: essere lui a detenere le carte migliori sul dossier Taiwan. Ma proprio questo approccio rischia di aprire nuovi spazi di instabilità. Lasciare intendere che Taiwan possa diventare un tema negoziabile per facilitare un “grande accordo” con Xi oppure, all’opposto, mostrare un sostegno inedito a Taipei per inviare un segnale di forza alla Cina, sono due strategie apparentemente opposte ma che finiscono per rappresentare due facce della stessa pericolosa medaglia.

Perché, al di là delle politiche concrete, entrambe introducono elementi di imprevedibilità, volatilità e ambiguità crescente, aumentando i rischi di errori di calcolo da entrambe le sponde dello Stretto. E su Taiwan, più che altrove, spesso le crisi non nascono dalle intenzioni dichiarate ma dall’incertezza su ciò che l’altra parte potrebbe fare.

In più, c’è anche il rischio di compromettere immediatamente la nuova “stabilità strategica” tra Usa e Cina. Portando Taiwan sul tavolo, Trump ha concesso un’arma potente a Xi, che non considerando il tema negoziabile si può arrogare il diritto di risposte dure e vaste ritorsioni. Lo stesso Zhou Bo, nell’intervista già menzionata, mi aveva anticipato questa prospettiva, spiegando che sulle prossime vendite di armi la risposta potrebbe andare oltre le consuete proteste o sanzioni, andando a toccare altri snodi cruciali come le terre rare.

Un primo indizio in tal senso arriva da quanto scrive il Financial Times, secondo cui la Cina ha congelato la visita dell’alto funzionario del Pentagono Elbridge Colby, destinata ad aprire la strada a un vertice di sicurezza con Pete Hegseth. Il tutto in attesa di vedere la scelta di Trump sulla vendita di armi a Taiwan.

Intanto, il segretario della Marina ad interim degli Stati Uniti, Hung Cao, ha dichiarato in un’audizione al Senato sulla difesa che Washington ha sospeso la vendita di armi a Taiwan per circa 14 miliardi di dollari. Il motivo sarebbe la necessità di dare priorità alla fornitura di munizioni per la guerra in Iran. “Ci stiamo solo assicurando di avere tutto il necessario”, ha spiegato, “poi le vendite militari all’estero riprenderanno quando l’amministrazione lo riterrà opportuno”.
Secondo Lev Nachman della NTU, Lai si troverebbe a parlare con Trump in una “posizione di debolezza”, dovendo “cercare di convincere Trump a continuare a vendere armi difensive a Taiwan”. Considerato che Trump potrebbe vedere Taiwan come un ostacolo al raggiungimento dell’accordo desiderato con Xi, la probabilità che una telefonata con Lai si concluda male per Taiwan “è relativamente alta”, sostiene Nachman, secondo cui la telefonata è “improbabile”, soprattutto perché Trump si sta adoperando per mantenere la stabilità nelle relazioni con Pechino in vista della visita di Xi negli Stati Uniti in autunno.
Secondo Wu Yongping della Tsinghua, indipendentemente dall’esito dell’incontro Trump-Xi, la tendenza su Taiwan non cambierà.
Gli effetti sul governo Lai e Cheng negli Usa

Lai ha pronunciato un discorso in concomitanza della sua prima metà di mandato, il 20 maggio, in cui ha dichiarato che la sorte di Taiwan “non può essere decisa da forze straniere”. Pechino non ha gradito. Una prima metà di mandato con pochi risultati concreti, uno scontro permanente con l’opposizione (che ha la maggioranza parlamentare) e un’opinione pubblica divisa.

Come prevedibile, nel frattempo non è passata la votazione parlamentare sull’impeachment di Lai, in una vicenda nata nella fase di grande ultra polarizzazione della politica taiwanese e di cui avevo parlato nel dettaglio qui.

Non vanno trascurate le conseguenze di questa fase di incertezza sulla politica taiwanesem perché va contro uno degli obiettivi principali di Lai: convincere l’opinione pubblica che il governo non stia trascinando Taiwan verso uno scontro. Diventano più difficili anche gli sforzi del DPP di sostenere gli sforzi del governo per costruire consenso interno attorno alla difesa e al riarmo. Da anni Washington chiede a Taiwan di aumentare gli investimenti militari, rafforzare le capacità difensive e dimostrare maggiore determinazione. Il governo di Lai ha cercato di sostenere questa linea in un contesto interno già estremamente difficile, con un parlamento diviso e un’opposizione critica sulle spese militari e sull’utilizzo dei fondi concessi.

“Ma se Trump trasforma il pacchetto da 14 miliardi di dollari in una carta negoziale, come si può chiedere ai cittadini di spendere di più per la difesa se gli Stati Uniti non approvano nemmeno ciò che Taipei ha già deciso di acquistare?”, è la domanda che si fanno molti analisti e osservatori in questi giorni. Lo ripeto, l’obiettivo realistico di Xi potrebbe essere più sottile: dimostrare che Trump è plasmabile, influenzabile, aumentando la sfiducia dei taiwanesi sulla solidità dell’impegno americano e sulla sostenibilità della linea (poco incline al compromesso, come dimostrato anche dal maxi voto di revoca promosso la scorsa estate) di Lai.

L’opposizione potrebbe sfruttare politicamente questa situazione. Proprio in questa fase, peraltro, la leader del Kuomintang (KMT) è particolarmente attiva. Dopo aver incontrato Xi ad aprile (passaggio chiave in avvicinamento alla visita di Trump, analizzato nel dettaglio qui), dal 1° giugno Cheng inizia un viaggio di due settimane negli Stati Uniti. Un eventuale, seppur non probabile, incontro con Trump avrebbe enormi implicazioni.

Altre notizie

Tre taiwanesi sono accusati di aver falsificato documenti al fine di esportare chip per intelligenza artificiale di Nvidia in Repubblica Popolare. Si tratta della prima operazione di questo tipo contro il contrabbando di semiconduttori a Taiwan.

Taiwan Travelogue, romanzo storico di Yáng Shuāng-zi, ha vinto l’International Booker Prize 2026, un primato per un’autrice taiwanese e per un libro scritto in mandarino.

Di Lorenzo Lamperti

Tutte le altre puntate di Taiwan Files