Lo scontro politico-identitario sempre più radicalizzato tra il DPP e il KMT. Lai Ching-te annuncia spese di difesa record e stringe i rapporti con Israele. L’opposizione di Cheng Li-wun condivide la visione di Pechino su Putin e Ucraina. E prepara un possibile incontro con Xi Jinping. Poi la crisi Cina-Giappone, i segnali da Trump e dal nuovo piano quinquennale cinese. Il boom economico è tech, non per tutti. La rassegna di Lorenzo Lamperti con notizie e analisi da Taipei (e dintorni)
Seguendo un esempio diffuso ormai a qualsiasi latitudine, la politica taiwanese è entrata in una fase di ultra‑polarizzazione. Il confronto tra il Partito Democratico Progressista (DPP) e il Kuomintang (KMT) non è mai stata soltanto una normale competizione elettorale tra due forze politiche, ma è sempre stato anche uno scontro identitario. Ma ora le confliggenti visioni di mondo e della stessa Repubblica di Cina (Taiwan) tendono a radicalizzarsi, ampliando una distanza destinata a fomentare la non accettazione dell’avversario, che viene sempre più percepito come minaccia. A differenza di molte altre società polarizzate, qui la posta in gioco non è solo il controllo del governo, ma la sopravvivenza stessa dell’ordine politico, viste le tensioni sullo Stretto di Taiwan.
A Taiwan, la polarizzazione non riguarda solo politiche pubbliche o programmi economici: tocca la definizione stessa di cosa sia Taiwan, quale sia la sua relazione con la Repubblica Popolare Cinese e quale futuro debba immaginare per sé. Il cuore dell’ultra‑polarizzazione taiwanese è da sempre la questione identitaria. Il DPP tende a rappresentare Taiwan come una comunità politica distinta, con una propria storia, cultura e destino. Da Tsai Ing-wen, il DPP sostiene di non perseguire più una dichiarazione di indipendenza formale (che peraltro richiederebbe passaggi parlamentari assai complessi), perché si considera di fatto già indipendente dalla Cina continentale, seppure con il nome ufficiale di Repubblica di Cina.
A differenza del KMT, questa autonomia effettiva assume una sfumatura in più: per il DPP post Tsai, Taiwan e Repubblica Popolare sarebbero due entità separate non interdipendenti l’una dall’altra. Un passo ulteriore è stato fatto nella retorica del presidente Lai Ching-te, che ha più volte trattato la cornice e il nome della Repubblica di Cina come un semplice sinonimo di Taiwan, non come la sua sovrastruttura statuale.
Il KMT considera invece Taiwan parte della Cina. Non della Repubblica Popolare Cinese, ma della Repubblica di Cina, appunto. In ossequio al consenso del 1992 siglato dai funzionari delle due sponde per stabilire (secondo la narrativa del KMT) che “esiste una sola Cina, con diverse interpretazioni”. Prodotto politico-semantico che ha consentito per decenni la prosecuzione di uno status quo che ormai pare sempre più eroso, da tutte le parti coinvolte. Pur non sostenendo apertamente l’unificazione, il KMT difende una visione in cui Taiwan è parte di una storia cinese comune e in cui la stabilità passa dal dialogo con Pechino.
Queste due visioni non sono semplicemente alternative: sono percepite come mutuamente esclusive. Per il DPP, il KMT rappresenta un rischio esistenziale, una possibile porta d’ingresso all’influenza di Pechino. Per il KMT, il DPP è un partito irresponsabile, pronto a trascinare Taiwan verso il conflitto in nome di un idealismo identitario.
Nel 2025, le due visioni si sono ulteriormente allontanate. Sia sul fronte interno, sia sul fronte internazionale. Con conseguenze operative rilevanti. Tsai era riuscita a portare il DPP al centro, conferendogli lo scettro di “partito dello status quo”, sin qui quasi sempre stella polare dell’elettorato taiwanese. Complici un KMT in crisi d’identità (e di ricambio generazionale), il pensionamento anticipato dell’autonomia di Hong Kong e la progressiva stretta di Pechino attraverso coercizioni diplomatiche e militari, Tsai è riuscita a conquistare ampia parte dell’elettorato moderato.
Lai ha avuto sin da subito un approccio diverso, ancor prima nella forma che nella sostanza. Ma, soprattutto a Taiwan, anche la forma è sostanza. Il DPP ha rafforzato una narrativa di resistenza: difesa della democrazia, rafforzamento militare, alleanze internazionali, soprattutto con gli Stati Uniti. Ogni forma di dialogo con Pechino viene presentato come una minaccia diretta alla sovranità e alla libertà. Una tendenza che ha portato al maxi voto di revoca della scorsa estate contro i parlamentari del KMT, che si sono salvati in blocco.
Il KMT, invece, insiste sull’importanza di ridurre le tensioni e mantenere canali aperti con Pechino. Tuttavia, in un clima di sospetto permanente, questa posizione viene spesso interpretata come appeasement o addirittura collusione. In questo scenario, il partito ha scelto come nuova leader Cheng Li-wun, entrata in carica a inizio novembre, che ha sin da subito adottato una strategia retorica molto più audace del predecessore Eric Chu. In particolare, ha insistito sull’obiettivo di far sentire i taiwanesi “orgogliosi di essere cinesi” e ha lanciato più di un segnale sulla storia e a Pechino.
Questa frattura si riflette nei media, nei social network e nel dibattito pubblico. Le piattaforme digitali amplificano le posizioni estreme, riducendo lo spazio per il dialogo. La politica diventa una questione di identità personale: sostenere un partito significa affermare chi si è e da che parte della storia si sta. Un simbolo evidente dell’ultra‑polarizzazione è il comportamento parlamentare. I blocchi dell’aula e le accuse reciproche (stavolta anche le risse) non sono semplici episodi folkloristici, ma la manifestazione di un sistema in cui lo yuan legislativo diventa un’arena di scontro simbolico, più che un luogo di mediazione.
L’ultra‑polarizzazione ha un costo concreto sulla capacità di governo. Le riforme strutturali – dalla difesa alla transizione energetica, dal welfare alla gestione economica – diventano spesso ostaggi della competizione identitaria. Ogni politica viene giudicata più per il suo valore simbolico che per la sua efficacia.
Ora, il fenomeno arriva chiaramente anche sulla politica estera. L’amministrazione Lai ha assunto una posizione sempre più chiaramente filo‑israeliana, soprattutto dopo il 2023. Una tendenza non modificata, anzi accentuata, dopo il lunghissimo massacro compiuto a Gaza. Questo orientamento non nasce da legami storici profondi o da una tradizionale cooperazione diplomatica – Taiwan e Israele non intrattengono relazioni formali – ma da una identificazione strategica e simbolica.
A guidare questa identificazione sono anche (forse soprattutto) gli Stati Uniti, che non mancano occasione di indicare a Taiwan di seguire la “lezione” di Israele, che diventa un modello narrativo potente per le esigenze di riarmo di Washington e del DPP: una democrazia tecnologicamente avanzata, isolata diplomaticamente, circondata da attori ostili e costretta a vivere in uno stato di allerta permanente. In questa cornice, il parallelismo tra Israele e Taiwan viene utilizzato per rafforzare tre messaggi chiave. Primo: la legittimità dell’uso della forza a scopo difensivo. Secondo: l’idea di “pace attraverso la forza” come unica deterrenza credibile. Terzo: la necessità di una società resiliente, militarmente preparata e psicologicamente compatta.
A ottobre, Lai ha ricevuto per la prima volta una delegazione dell’AIPAC, la potente lobby israeloamericana. Lai si è riferito in quella sede al paradigma “Davide contro Golia”, mostrando come Israele venga assunto a metafora geopolitica più che a semplice partner. L’episodio segnala peraltro uno dei tanti tentativi di Lai di rientrare in contatto con l’ambiente Maga e l’amministrazione Trump, sin qui fredda su Taiwan per non rovinare i negoziati commerciali con Pechino. Ma una parte dell’opinione pubblica taiwanese, soprattutto tra giovani e attivisti, guarda con crescente disagio al sostegno incondizionato a Israele, percepito come incoerente con i valori dei diritti umani che il DPP afferma di difendere.
Negli scorsi mesi è stato peraltro diffuso un report, secondo cui aziende taiwanesi hanno sostenuto lo sforzo bellico israeliano. Si era d’altronde parlato del tema dei cercapersone utilizzati da Israele per colpire Hezbollah e i loro legami con Taiwan, così come dei possibili aiuti finanziari alla costruzione di un ospedale all’interno dei territori occupati. Di recente, il viceministro degli Esteri di Taiwan Francois Wu avrebbe effettuato una visita segreta(e inedita) in Israele. Forse, pensa qualcuno, per un aiuto sulla costruzione di un T-Dome sul modello di quello israeliano.
Il KMT, al contrario, tende a collocarsi in una posizione che molti osservatori definiscono di pragmatismo continentale. La sua vicinanza alla Cina non è tanto ideologica quanto strutturale: storicamente, economicamente e culturalmente, il KMT vede nel dialogo con Pechino uno strumento indispensabile per garantire stabilità e prosperità. Questa impostazione si riflette anche in una maggiore comprensione verso le posizioni della Russia, per quanto riguarda la guerra in Ucraina. Una parte del discorso KMT adotta una narrativa multipolare, critica dell’egemonia statunitense e scettica verso l’espansione delle alleanze occidentali. In questa visione la Russia viene talvolta descritta come potenza “provocata” dall’Occidente, mentre la NATO e gli Stati Uniti sono ritenuti corresponsabili dell’escalation. In sostanza, il conflitto ucraino è letto come monito contro politiche considerate troppo provocatorie. Trasposta su Taiwan, questa lettura implica un messaggio implicito ma chiaro: evitare di “fare la fine dell’Ucraina” significa non spingersi troppo oltre sul piano identitario e militare.
Nella sua prima intervista a un media internazionale dopo la sua nomina, Cheng (qui un ritratto dalla prospettiva di Pechino, qui uno del New York Times) è andata oltre, negando che Putin sia un dittatore e difendendo la sua nomina attraverso elezioni. Cheng ha anche parlato con Nikkei e ha dato un’intervista al Global Times. Poco dopo la sua nomina, Cheng ha dichiarato il suo interesse a incontrare Xi Jinping per cercare la pace. Più di recente, ha ulteriormente enfatizzato il messaggio, sostenendo che “c’è bisogno del KMT per interrompere la spirale negativa” e non rischiare la guerra nei prossimi anni.
Il capo dell’ambasciata de facto di Washington a Taiwan ha nel frattempo invitato Cheng a visitare gli Stati Uniti, durante un incontro di persona presso la sede centrale del KMT. A fine dicembre, in programma intanto l’annuale summit Taipei-Shanghai, città gemellate. Taipei è guidata dal sindaco Chiang Wan-an, potenziale futuro candidato presidente del KMT e pronipote di Chiang Kai-shek.
Cheng ha fatto molto discutere anche per la sua partecipazione alla cerimonia commemorativa annuale per le vittime del Terrore Bianco, per rendere omaggio ai caduti nel parco Machangding, dove molti vennero giustiziati. Non c’erano solo benshengren (taiwanesi di etnia han la cui famiglia era presente sull’isola già prima della colonizzazione giapponese), ma anche presunti simpatizzanti comunisti. Alcuni erano vere e proprie spie come Wu Shi, inviati come agenti dalla Cina continentale. Particolarmente sensibile la coincidenza con la diffusione della serie Silent Honor che celebra proprio gli “eroi” (dalla prospettiva di Pechino) che cercarono di sovvertire il regime di Chiang Kai-shek.
Le diverse posture internazionali di DPP e KMT non sono solo scelte di politica estera, ma diventano strumenti di delegittimazione reciproca. Il DPP accusa il KMT di essere troppo vicino a Pechino e di fungere, consapevolmente o meno, da vettore dell’influenza cinese a Taiwan. Il KMT risponde accusando il DPP di allineamento acritico agli Usa, dipingendolo come irresponsabile e in grado di portare Taiwan alla rovina.
Nel 2026, queste due visioni verranno testate alle elezioni locali. Formalmente dedicate a sindaci, consigli municipali e amministrazioni locali, non mancherà chi descriverà queste consultazioni come un referendum implicito sulla linea del DPP. Per il partito di governo, il rischio è duplice: da un lato, la crescente enfasi sulla deterrenza militare e sullo scontro valoriale con la Cina potrebbe alienare una parte dell’elettorato urbano moderato, sensibile soprattutto a temi economici, costo della vita e gestione quotidiana; dall’altro, un arretramento nelle roccaforti locali offrirebbe al KMT l’occasione di rilanciarsi come forza di “normalizzazione”, capace di garantire stabilità e riduzione delle tensioni. Nell’era della ultra-polarizzazione, le elezioni locali saranno di fatto un’anticamera della campagna per le presidenziali del gennaio 2028.
Le spese di difesa e altre mosse di Taipei
Spese militari sopra il 3% del pil nel 2026 e al 5% entro il 2030. 40 miliardi di dollari statunitensi di budget aggiuntivo per la difesa nei prossimi anni. Una task force per contrastare sul fronte internazionale la narrativa della Cina sulla “riunificazione”, che a Taipei definiscono annessione.
Lai ha annunciato un ampio piano d’azione che mira a raggiungere un elevato livello di prontezza contro un’eventuale azione militare cinese. In un articolo sul Washington Post, Lai ha spiegato che i fondi finanzieranno l’acquisto di nuove armi dagli Stati Uniti e la costruzione di un sistema di difesa denominato T-Dome sull’esempio di quello israeliano. L’annuncio arriva non a caso in un momento particolarmente delicato, insieme a un “piano per la sicurezza nazionale della Taiwan democratica“.
Da una parte, è in corso una grave crisi tra Cina e Giappone, iniziata dopo che la neo premier nipponica Sanae Takaichi ha minacciato un intervento militare in caso di attacco di Pechino contro Taipei. Dall’altra parte, Washington sembra dare meno garanzie sul suo impegno alla difesa di Taiwan. Nella telefonata di fine novembre con Xi Jinping, Donald Trump ha detto di “comprendere l’importanza della questione di Taiwan per la Cina” e non ha dato alcuna rassicurazione a Taipei e Tokyo.
Promettere un aumento esponenziale delle spese militari mira anche a ingraziarsi la Casa Bianca e mostrare una maggiore prontezza al combattimento di Taipei, spesso criticata per una presunta sottovalutazione dei rischi. La Cina, come prevedibile, si è detta pronta a stroncare “ingerenze straniere” e ha avvertito che le azioni contro la “riunificazione” sono destinate a fallire.
Lai potrebbe incontrare difficoltà anche sul fronte interno. L’aumento delle spese va approvato dal parlamento, dove è in maggioranza l’opposizione. Il Kuomintang, che promuove un riavvicinamento a Pechino, ha già criticato la politica di riarmo. Proprio sapendo questo, Lai potrebbe puntare a usare il potenziale scontro interno sulle spese di difesa come arma elettorale in vista del voto locale del 2026 e, soprattutto, delle presidenziali 2028. Gli Stati Uniti criticano le divisioni in materia di spese di difesa.
Secondo un recente sondaggio, un numero crescente di taiwanesi non sarebbe disposto a dare la vita per difendere Taiwan. Il sondaggio ha rilevato che il 52,2% degli intervistati non era disposto a farlo – un aumento di 8,4 punti percentuali rispetto a un sondaggio simile condotto due anni fa – mentre il 40,8% era disposto a farlo, in calo di quattro punti percentuali rispetto al precedente.
Taiwan si è mossa per scoraggiare quello che considera un allarmante aumento dei danni deliberati ai suoi cavi sottomarini, rivedendo le sue leggi per imporre pene detentive più severe, fino a sette anni.
A giugno scorso, l’influencer taiwanese Holger Chen, noto anche con il soprannome di “direttore della palestra” (館長), ha scatenato polemiche durante un viaggio a Shanghai. La controversia si è concentrata su una domanda apparentemente semplice posta a Chen durante una diretta streaming, che lo ha fatto esitare: di che paese è? Racconta la vicenda Lingua Sinica.
Segnali da Trump e la crisi Cina-Giappone
Nel dicembre 2016, appena eletto alla Casa Bianca, Donald Trump parlò al telefono con Tsai Ing-wen, nella prima e sin qui unica conversazione tra i leader di Usa e Taiwan dal 1979. A fine ottobre, incontrando Xi Jinping a Busan, Taiwan non l’ha nemmeno menzionata. “Così sembra dare ragione a Xi che la ritiene una questione interna cinese”, ripetono i commentatori nei coloriti talk show. Il ministro degli Esteri, Lin Chia-lung, prova a tranquillizzare: “Le relazioni con Washington sono molto stabili”, dichiara. Trump ha spiegato così il suo silenzio: “Xi sa che cosa succederebbe se attaccasse, non lo farà”. Molti non sono convinti. Reportage qui.
Dopo il vertice di Busan, Trump e Xi sono tornati a parlarsi a fine novembre. Sui dossier internazionali: “La Cina sostiene gli sforzi per la pace in Ucraina e auspica quanto prima un accordo di pace equo, duraturo e vincolante”, ha detto Xi, apparentemente a sostegno dell’iniziativa del presidente statunitense. Il piano fornisce d’altronde ampie garanzie alla Russia, come desiderato da Pechino, che da sempre chiede di tutelare le “legittime preoccupazioni di sicurezza” di Mosca.
In cambio, Xi chiede però un maggiore spazio di manovra su Taiwan. Il dossier era rimasto totalmente inevaso durante l’incontro di Busan, stavolta è stato il fulcro del colloquio, quantomeno da parte cinese. “Il ritorno di Taipei alla Cina è un pilastro dell’ordine internazionale del dopoguerra” ha detto Xi a Trump, a cui ha intimato in modo mai così esplicito di salvaguardare i risultati di quella che ha definito “lotta comune contro fascismo e militarismo di 80 anni fa”.
Il messaggio è certamente diretto a Washington, dopo che nei giorni precedenti il Pentagono ha approvato due potenziali vendite di armi per circa un miliardo di dollari. Ma il destinatario implicito del messaggio di Xi è anche il Giappone, dopo che la neo premier Sanae Takaichi ha abbandonato l’ambiguità strategica minacciando un intervento militare in caso di attacco cinese contro Taiwan. Tokyo ha peraltro appena confermato che dispiegherà dei missili a Yonaguni, isola che si trova ad appena 110 chilometri dalle coste taiwanesi: una mossa che sta alimentando le continue critiche e accuse di media e funzionari cinesi contro la leader nazionalista giapponese. All’APEC, Takaichi ha incontrato il capo delegazione di Taiwan, dove è stata poco prima della sua nomina proponendo una “quasi alleanza di sicurezza”. Lai si è schierato apertamente con Takaichi, con Taipei che ha ripreso a importare i prodotti ittici precedentemente vietati da Fukushima. Qui un approfondimento sulla crisi Cina-Giappone.
La crisi col Giappone dà alla Cina anche il modo per esporre la sua visione sullo status di Taiwan, ponendone la “restituzione” al centro dell’ordine globale del dopoguerra e legandola al disarmo giapponese.
Tornando alla telefonata Xi-Trump. Secondo il resoconto cinese, Trump ha detto di “comprendere l’importanza della questione di Taiwan per la Cina”. Non si tratta di un sostegno all’obiettivo della “riunificazione” cercata da Pechino, ma la mancanza di qualsivoglia rassicurazione a Taipei è inusuale in un colloquio ufficiale tra leader di Usa e Cina. Anzi, nella successiva telefonata con Takaichi, Trump avrebbe chiesto di “non provocare la Cina” su Taiwan. Ne ho scritto qui.
Altri segnali dalla nuova strategia di sicurezza nazionale dell’amministrazione Trump. Nel 2017 e nel 2022, la Cina era definita “sfida prioritaria”. Ora Pechino non è più “la minaccia principale”. La competizione è descritta soprattutto in termini economici e la Cina è trattata come una questione pratica da affrontare più che come un avversario tout court.
Su Taiwan, Trump conferma la postura degli Usa, che “non supportano alcun cambiamento unilaterale dello status quo” e prevede di costruire un esercito “in grado di negare qualsiasi aggressione lungo la prima catena di isole”. Rispetto a Biden, però, l’elaborazione è molto più scarna: mancano riferimenti espliciti ai documenti che impegnano Washington a supportare l’auto difesa di Taipei. La sensazione è che Taiwan si collochi tra le priorità, ma non tra quelle vitali. Washington sostiene non ci sia alcuna modifica alla posizione su Taiwan.
La Casa bianca intende “mantenere un equilibrio militare favorevole”, ma preme su alleati e partner asiatici, a cui viene chiesto di “spendere e agire molto di più per la difesa collettiva”. A Taipei viene per esempio chiesto di finanziare l’espansione delle basi militari nel nord delle Filippine. Obiettivo: “dissuadere l’aggressione”. Formula che non suona come un impegno vincolante al soccorso americano in caso di crisi. Per Tokyo e Seul il documento potrebbe rendere più complesso prendere impegni anti cinesi, sul commercio o soprattutto sulla sicurezza, rischiando poi di finire esposti in prima persona. Ne ho scritto qui.
Certo, è possibile (se non probabile) che la minore durezza sulla Cina potrebbe essere volta a tutelare la tregua commerciale e la visita di Trump a Pechino ad aprile. Ma la speranza cinese è che il documento possa significare che la deterrenza dell’America in Asia orientale non cresce, ma si frammenta. Un test importante sarà osservare che cosa si diranno Trump e Xi ad aprile. Secondo Bill Bishop, curatore di Sinocism, Pechino punta a far dire al presidente americano che si “oppone” all’indipendenza di Taiwan. Qui un thread di Ryan Hass sul tema.
Restano peraltro i problemi commerciali, visto che non è ancora mai stato raggiunto un accordo per ridurre i dazi del 20% imposti da Trump sui prodotti taiwanesi.
Il 25 ottobre e lo scenario di una Taiwan “patriottica”
L’Assemblea Nazionale del Popolo ha approvato una norma per designare il 25 ottobre come Giorno della Commemorazione della Restaurazione di Taiwan. Un passaggio ufficiale che serve ad alimentare le rivendicazioni di Pechino sul fronte interno e internazionale. Il 25 ottobre appena trascorso ha segnato l’ottantesimo anniversario della fine della colonizzazione giapponese e della “restituzione” di Taiwan alla Cina. All’epoca non esisteva ancora la Repubblica Popolare Cinese del Partito comunista, ma il governo della Cina continentale era in mano al Kuomintang di Chiang Kai-shek, che portò poi la Repubblica di Cina sull’isola.
A Pechino si è tenuto un evento sull’anniversario, ma senza Xi Jinping. Presente invece Wang Huning, componente del Comitato permanente del Partito comunista e autore di un discorso che ha mixato bastone e (in questa occasione) forse più carota.
Taiwan ha risposto attaccando la visione storica di Pechino, utilizzata per rafforzare le rivendicazioni presenti sull’isola e giustificando eventuali azioni future. E a Taipei si è tenuta sempre il 25 ottobre una marcia a favore dei diritti civili e LGBT, a rimarcare l’alterità identitaria e politica. Il KMT e studiosi a esso vicini hanno chiesto invece di celebrare, a proprio modo, la data.
Il 7 novembre, l’ex presidente Ma Ying-jeou ha ricordato il suo incontro di Singapore con Xi Jinping, avvenuto esattamente dieci anni prima.
I segnali dal nuovo piano quinquennale
Dalle raccomandazioni per il nuovo piano quinquennale, si evince che il dossier Taiwan ha una maggiore urgenza rispetto al passato. Non sorprende, visto tutto quanto successo negli scorsi anni, a partire dalla visita di Nancy Pelosi a Taipei nell’estate del 2022 che ha contribuito a creare un “new normal” fatto di manovre militari pressoché quotidiane nella regione intorno all’isola. Subito dopo la promozione dello sviluppo pacifico delle relazioni tra le due sponde dello Stretto, nel documento si cita esplicitamente l’obiettivo di “promuovere la grande causa della riunificazione nazionale”, elemento che non era presente nei precedenti piani quinquennali e che dunque potrebbe essere indizio di una possibile accelerazione. Trova spazio anche l’opposizione alle “interferenze esterne”, in riferimento ovviamente agli Stati Uniti ma anche al Giappone della nuova premier Sanae Takaichi, che ha posizioni molto favorevoli a Taipei, dove peraltro è stata di recente in visita proponendo una “quasi-alleanza” di sicurezza. Ne ho scritto nel dettaglio qui.
Taiwan nuovo hub dei droni da combattimento
Camminando nel distretto di Longtan, tra i capannoni industriali e silenziosi complessi produttivi, il brusio del traffico di motorini è assai meno onnipresente di quello di Taipei. Eppure, di recente pare che sia in aumento il numero di auto che fanno una sosta all’Istituto di Scienza e Tecnologia Chung-Shan. Qui, con le montagne sullo sfondo, c’è uno dei principali team a lavorare su uno degli snodi più strategici delle catene di approvvigionamento globali: i droni da combattimento. Il nuovo modello kamikaze a lungo raggio dovrebbe effettuare il suo volo inaugurale all’inizio del 2026. Si chiamerà Chien Feng, letteralmente “possente calabrone”. Sarà dotato di sistemi di intelligenza artificiale e potrebbe essere impiegato contro bersagli terrestri o come arma anti nave.
“Nel 2024 Taiwan ha esportato circa tremila droni. Ma solo ad agosto 2025 ne abbiamo mandati diciottomila, di cui dodicimila verso la Polonia”, dice Cathy Fang, ricercatrice del think tank DSET, supportato dal governo taiwanese e specializzato sulle nuove tecnologie. La cifra impressiona: in meno di un anno, un balzo che riflette non solo la capacità produttiva ma anche un disegno strategico più ampio. Il riferimento non è casuale: mentre la Polonia rafforza le proprie difese a causa dei frequenti sconfinamenti dei droni russi, Taiwan punta a diventare un hub europeo per i velivoli senza pilota.
Il boom economico dell’I.A. non arriva ai cittadini
Chip, silicio, intelligenza artificiale, droni. Taiwan è un pilastro delle nuove tecnologie, un anello cruciale della loro industria manifatturiera. L’economia di Taipei sembra volare. E, in effetti, la crescita del prodotto interno lordo lo conferma: +8 per cento per due trimestri consecutivi, un risultato raro per un’economia sviluppata e che dovrebbe spingere la crescita del PIL del 2025 vicino al 7,4%, superando anche quella della Cina continentale. Eppure, lì dove si producono le tecnologie del futuro, molte persone faticano a immaginare il proprio. In una società da sempre celebrata per la resilienza e l’ingegno, migliaia di giovani si scoprono stanchi, disillusi, incapaci di trovare nel “miracolo taiwanese” un posto anche per loro. E così, mentre Taiwan raggiunge la ribalta internazionale grazie alla sua potenza industriale, tra i suoi cittadini cresce un sentimento di distacco, di esclusione, quasi di vertigine: quella di trovarsi davanti a un progresso che avanza senza guardarsi indietro. E senza includere tutti.
Molti cittadini percepiscono una distanza crescente tra le performance straordinarie delle grandi aziende tecnologiche, a partire dal colosso dei chip TSMC, e le condizioni reali del mercato del lavoro. L’aumento dei profitti nel settore dei semiconduttori e l’attenzione globale verso l’industria high-tech non si sono tradotti in miglioramenti tangibili per la maggioranza dei lavoratori. Anzi, nel confronto con i livelli salariali dell’Asia orientale, emerge una contraddizione evidente: pur superando Corea del Sud e Giappone in termini di PIL pro capite, Taiwan resta indietro se si osservano i salari medi, che risultano inferiori di margini significativi. Molti lavoratori faticano a comprendere come un’economia così forte possa continuare a offrire retribuzioni stagnanti, soprattutto in settori come la sanità, l’istruzione o i servizi, dove le pressioni lavorative sono elevate ma il riconoscimento economico è rimasto pressoché immutato da anni. Ne ho scritto nel dettaglio qui.
Altre notizie e segnalazioni
Il tunnel Zhaishan a Kinmen, che si trova sulla costa cinese vicino alle città di Xiamen e Quanzhou, è stato scavato a mano in granito resistente negli anni ’60, al culmine della Guerra Fredda per proteggere le navi di rifornimento dai proiettili cinesi, una delle attrazioni più note di Taiwan in tempo di guerra ha ospitato l’annuale Kinmen Tunnel Music Festival.
I tifosi del Wolverhampton, in Inghilterra, stanno esponendo bandiere di Taiwan durante le proteste contro i proprietari cinesi della squadra, la Fosun. Le bandiere sono state viste dentro e fuori dagli stadi, così come sui social media. I Wolves rischiano già la retrocessione dopo non aver vinto nemmeno una partita nelle prime 16.
Di Lorenzo Lamperti
Tutte le altre puntate di Taiwan Files
Classe 1984, giornalista. Direttore editoriale di China Files, cura la produzione dei mini e-book mensili tematici e la rassegna periodica “Go East” sulle relazioni Italia-Cina-Asia orientale. Responsabile del coordinamento editoriale di Associazione Italia-ASEAN. Scrive di Cina e Asia per diverse testate, tra cui La Stampa, Il Manifesto, Affaritaliani, Eastwest. Collabora anche con ISPI. Cura la rassegna “Pillole asiatiche” sulla geopolitica asiatica.

