La prova è mantenere la leggerezza regolatoria senza trasformarla in debolezza normativa. Ma intanto le nuove tecnologie rischiano anche di accelerare le diseguaglianze
Tra chi sta provando a regolare l’intelligenza artificiale c’è anche Taiwan, uno dei principali poli globali di un comparto sempre più strategico. A metà gennaio, è stata promulgata la “legge fondamentale sull’intelligenza artificiale”, approvata a dicembre 2025 dallo Yuan legislativo, il parlamento unicamerale di Taipei. Un passaggio giunto dopo un lavoro durato oltre un anno e che ha visto impegnati una serie di attori: il National Science and Technology Council (NSTC) in una prima fase, il ministero degli Affari Digitali, infine il parlamento.
Il testo si pone l’obiettivo di costruire una “Taiwan intelligente”, capace di promuovere ricerca, industria, sicurezza applicativa e tutela dei diritti fondamentali in un unico quadro di governance. Ufficialmente, la legge si fonda sull’idea di un’intelligenza artificiale “centrata sull’essere umano, conforme all’etica sociale, rispettosa dei valori culturali e funzionale al rafforzamento della competitività internazionale”.
Sul piano internazionale, la legge ha anche una funzione diplomatica. Taiwan, spesso esclusa da molte organizzazioni internazionali a causa del suo status politico, ha bisogno di dimostrare di essere un partner normativamente affidabile. Allineare il proprio quadro AI agli standard globali consente a Taipei di rafforzare la cooperazione con democrazie tecnologicamente avanzate, attrarre aziende straniere e inserirsi nelle reti di fiducia dell’economia digitale. In un mondo in cui le catene del valore sono sempre più divise tra ecosistemi geopolitici concorrenti, avere regole credibili diventa un vantaggio competitivo.
Cosa dice la legge
Il cuore della legge è costituito da sette principi: sostenibilità e benessere, autonomia umana, protezione della privacy e governance dei dati, cybersicurezza e sicurezza, trasparenza e spiegabilità, equità e non discriminazione, responsabilità. Sono principi ormai ricorrenti nella regolazione globale dell’AI, ma nel caso taiwanese assumono un significato particolare. Taiwan non sta semplicemente cercando di “regolare” l’intelligenza artificiale: sta cercando di usarla per rafforzare la propria posizione in un mondo sempre più polarizzato. L’isola è già indispensabile nella filiera dei chip grazie al colosso TSMC, ma questa forza hardware non basta più. Il futuro dell’AI dipende anche da dati, modelli, cloud, software, talenti, sicurezza informatica e capacità di costruire sistemi affidabili. La legge prova dunque a spostare Taiwan da potenza manifatturiera dell’AI a ecosistema completo dell’AI.
Dal punto di vista industriale, la legge invia un messaggio molto netto: Taiwan vuole attrarre investimenti, sviluppare talenti e diventare una piattaforma affidabile per l’AI globale. Il provvedimento prevede sostegno di bilancio, sussidi, incentivi fiscali e finanziari, promozione delle infrastrutture, sandbox regolatorie e cooperazione pubblico-privata. L’obiettivo è creare un ambiente in cui aziende, università e governo possano collaborare allo sviluppo di applicazioni AI, modelli locali, data center e servizi digitali. In questo senso, la legge è anche uno strumento di politica industriale. Non si limita a dire cosa l’AI non deve fare, cerca semmai di creare le condizioni affinché l’AI diventi una nuova leva di crescita.
La prima cosa da notare è che Taiwan non ha scelto una via normativa pesante. A differenza dell’Unione Europea, che con l’AI Act ha costruito un sistema molto dettagliato di obblighi, divieti, classificazioni e sanzioni, Taipei ha preferito un modello più flessibile, basato su principi generali, coordinamento istituzionale e successiva regolazione settoriale. È un’impostazione più vicina alla logica di Stati Uniti e Giappone: fissare la direzione, creare un quadro istituzionale, ma lasciare margine all’innovazione e all’adattamento. Secondo gli analisti, questa scelta ha una sua razionalità. Taiwan è un’economia fortemente esposta alla competizione tecnologica globale e non può permettersi di soffocare sul nascere un settore che considera decisivo per la propria sicurezza economica e nazionale.
Quale modello?
Il modello è, dunque, quello di una governance “a ombrello”: un centro politico e tecnico definisce la direzione generale, mentre i regolatori settoriali dovranno poi tradurre i principi in regole specifiche per sanità, finanza, lavoro, pubblica amministrazione, trasporti, istruzione e altri ambiti sensibili. Questo approccio ha il vantaggio della flessibilità, ma porta con sé anche un rischio evidente: molto dipenderà dalla qualità delle norme attuative. Ciò significa che le agenzie competenti agire rapidamente e con chiarezza.
Il punto della responsabilità è forse quello più complesso. La legge parla di accountability, ma il modo in cui questa sarà distribuita tra sviluppatori, fornitori, utilizzatori, enti pubblici e regolatori non è ancora completamente definito. Nei sistemi AI moderni, la catena di responsabilità è spesso frammentata: un modello può essere sviluppato da un soggetto, addestrato su dati di altri, integrato da un fornitore, venduto a un’amministrazione e usato da operatori finali. Quando qualcosa va storto, stabilire chi risponde non è semplice. Taiwan dovrà evitare che la flessibilità normativa diventi opacità giuridica.
Taiwan deve, poi, superare la sua relativa fragilità sul fronte software. Non dispone di equivalenti locali di OpenAI o Google, non ha la stessa massa di dati, capitale e piattaforme delle grandi potenze tecnologiche, e deve colmare un divario significativo nella costruzione di modelli linguistici, servizi AI e applicazioni scalabili. Taipei sa che servono modelli linguistici capaci di funzionare in cinese tradizionale, radicati nel contesto culturale taiwanese. Questo anche perché punta a schermarsi dai condizionamenti in arrivo dalla Repubblica Popolare Cinese. La legge, insistendo su data governance, cybersecurity, standard internazionali e infrastrutture, cerca di costruire uno “scudo AI” per proteggere anche lo spazio informativo.
Allo stesso tempo, alcuni analisti sottolineano come una legge costruita attorno alla sicurezza può generare tensioni con i diritti civili. Il testo parla di autonomia umana, non discriminazione, privacy, diritti dei lavoratori e tutela dei minori, ma resta meno chiaro sul ruolo concreto della società civile nella definizione e nel controllo delle politiche. L’auspicio è insomma quello di un’inclusione continuativa di associazioni, accademici indipendenti, sindacati, gruppi per i diritti digitali, comunità linguistiche e minoranze sociali. Senza questa partecipazione, il rischio è che il principio di “AI centrata sull’essere umano” resti una formula retorica.
Una legge che va oltre l’AI
Come sottolineato dagli analisti di Law Asia, l’Europa ha un approccio normativo e prescrittivo, volto alla protezione dei cittadini prima ancora di massimizzare l’innovazione. Taiwan, invece, sembra partire dall’esigenza opposta: non perdere la finestra storica dell’AI. Nel caso di Taiwan, la prova sarà capire se si riuscirà a mantenere la leggerezza regolatoria senza trasformarla in debolezza normativa.
Si tratta di un aspetto importante, anche per l’intreccio con aspetti sociali. La legge promette tutele per i lavoratori, riduzione del divario di competenze, aumento della partecipazione al lavoro e assistenza a chi sarà colpito dall’automazione. Ma la questione è più ampia. In un clima di ultra polarizzazione politica, a Taiwan iniziano ad apparire anche tensioni sociali. Da una parte c’è una crescita molto forte dell’economia e del prodotto interno lordo grazie al traino dell’export tecnologico, nonché al boom dell’AI. Dall’altra parte, permangono salari stagnanti in molti settori, costo della casa molto elevato, divario tra lavoratori dell’industria elettronica e resto dell’economia, pressione sui giovani e crescente senso di esclusione.
Tradotto: l’AI può essere sia una soluzione sia un acceleratore di disuguaglianze. Può aiutare a compensare la carenza di manodopera e l’invecchiamento della popolazione, ma può anche concentrare ancora di più ricchezza, capitale e opportunità in pochi settori altamente qualificati. Se Taiwan investirà soltanto in data center, modelli e grandi imprese tecnologiche, rischierà di rafforzare un’economia a due velocità. Se invece accompagnerà l’AI con formazione diffusa, riqualificazione professionale, accesso equo agli strumenti digitali e protezioni per i lavoratori esposti all’automazione, allora la tecnologia potrà diventare un fattore di inclusione. La scommessa, insomma, è riuscire a connettere innovazione e coesione sociale.
Di Lorenzo Lamperti
[Pubblicato su GariwoMag]
Classe 1984, giornalista. Direttore editoriale di China Files, cura la produzione dei mini e-book mensili tematici e la rassegna periodica “Go East” sulle relazioni Italia-Cina-Asia orientale. Responsabile del coordinamento editoriale di Associazione Italia-ASEAN. Scrive di Cina e Asia per diverse testate, tra cui La Stampa, Il Manifesto, Affaritaliani, Eastwest. Collabora anche con ISPI. Cura la rassegna “Pillole asiatiche” sulla geopolitica asiatica.
