Chi non ha mai visto in fotografia i paesaggi idilliaci del sudest asiatico? Panorami da cartolina, che a guardarli senti il vento caldo soffiarti sulle guance. La Thailandia è uno di questi paradisi, se non il primo, ad aver fatto fortuna con il boom dei viaggi intercontinentali degli ultimi decenni. Allo stesso tempo, il paese è diventato presto una sede importante delle catene del valore globale, con il Giappone a fare da capofila sugli investimenti negli anni Ottanta. Un paese affascinante, con un’attrattività turistica e industriale crescente grazie alla posizione strategica nella regione.

In pochi anni Bangkok ha visto l’intera struttura economica e sociale evolvere verso un’economia votata alle esportazioni e ai servizi turistici: la velocità del processo non ha risparmiato l’ecosistema locale dall’onda della modernizzazione.

È di novembre la notizia dei nuovi accordi presi tra autorità locali e comunità dei nomadi Moken, nel sudovest del paese, sulla costa del mare delle Andamane. Il patto per ora trasmetterà a 45 famiglie il diritto di vivere nell’area della foresta di mangrovie nei pressi di Ranong, con il compito di monitorarne l’ecosistema. In pratica, i cittadini coinvolti in questo progetto-pilota avranno il supporto del governo locale per costruire abitazioni e portare avanti le attività lavorative: in cambio dovranno curare la foresta e controllare che non si compiano illeciti che possano danneggiarla. Al memorandum d’intesa hanno collaborato diverse ONG, tra cui la Chumchonthai Foundation, che in un’intervista alla Reuters ha parlato di un vero e proprio “nuovo modello di cooperazione tra comunità, organizzazioni civiche e governo che può lavorare per i senza terra nelle aree protette”. Il contratto prevede di estendere questi diritti ad altre comunità distribuite in 484 villaggi, tra le provincie di Krabi e della più nota Phuket.

Con Sustainalytics abbiamo spesso toccato il tema delle minoranze e della gestione del territorio: il caso dei Moken residenti in Thailandia potrebbe diventare un esempio di coesistenza tra enti locali e tribù nomadi per preservare l’integrità di un’area protetta. La logica dietro a queste scelte deriva dall’assunto che le tradizioni che legano un popolo alla propria terra aiutino a mantenere la salute dell’ecosistema.

Non è un segreto che molti governi stiano cercando di ripristinare alcune zone naturali sia per trarne maggiori profitti, che per tamponare gli effetti collaterali del degrado ambientale. Nel caso della Thailandia, le aree costiere offrono risorse abbondanti e hanno un alto potenziale turistico. In questo contesto le foreste di mangrovie sono la chiave di volta che mantiene in equilibrio l’intero sistema.

Le mangrovie innanzitutto difendono l’entroterra dalle infiltrazioni di acqua marina, nociva per i raccolti. Ma non solo: è stato dimostrato che la loro distruzione comporta una drastica riduzione della fauna marina, complice anche l’inquinamento delle acque che vengono rilasciate in mare. Se prima i pescatori che vivevano sulle coste del mare delle Andamane potevano rientrare a casa ogni giorno con venti – a volte quaranta – chili di pescato, oggi si ritengono fortunati se riescono a metterne insieme dieci.

Tra le cause di maggiore rilievo vi sono – inaspettatamente – i progetti di sviluppo per la Thailandia co-finanziati dai principali enti economici internazionali, tra cui la Banca Mondiale (BM) e la Banca Asiatica di Sviluppo (Adb) tra il 1947 e il 1997. I finanziamenti permettevano al governo di avviare indiscriminatamente la costruzione di allevamenti di gamberi in oltre il 50% delle aree occupate dalle foreste di mangrovie…e dalle popolazioni nomadi. Se da un lato l’acidificazione-salificazione di acqua e suolo hanno portato a una lenta eliminazione della biodiversità, dall’altro i nuovi impianti non hanno generato l’inclusione sociale e i posti di lavoro che le nuove politiche governative promettevano.

In questo senso il memorandum tra governi locali e i Moken rappresenta una delle prime risposte da parte delle autorità a un dibattito in corso da decenni. Le lotte per la richiesta di maggiore indipendenza e libertà dalle grandi corporation in Thailandia hanno alle spalle una lunga storia di opposizione locale generata dall’appropriazione illecita dei diritti sulla terra. In Asia il problema della gestione dei terreni è molto sentito tra le minoranze e le fasce più deboli della popolazione, oltre ad essere la prima causa (e indicatore) di povertà nelle aree rurali. Secondo le stime in Thailandia vi sono aree – come nel caso di Chachoengsao, a 50 km da Bangkonk – dove oltre il 94% dei terreni non appartiene all comunità locale che li abita.

Oggi, le proteste emergono soprattutto quando vengono lanciati nuovi piani di sviluppo e investimento per la creazione di altre Zone Economiche Speciali (ZES). La riconfigurazione dei piani per la ZES a Chiang Kong prevista dal 2015, ad esempio, sta avvenendo grazie alla pressione delle comunità locali che chiedono di non distruggere il bacino idrografico per creare nuove centrali idroelettriche per alimentare le future fabbriche. L’esempio della Thailandia è emblematico per capire una tendenza diffusa in tutto il sudest asiatico, dove il paradigma della sostenibilità può avere dei risvolti controversi. Tra questi la definizione stessa di “progetti sostenibili” che richiedono comunque costi ambientali importanti, la mancata trasparenza nella verifica dei processi di concessione dei terreni e la sostenibilità sociale di tali iniziative.

Anche il turismo – cavallo di battaglia per sostenere la tutela delle aree con più alto potenziale attrattivo – non può essere l’unica soluzione a motivare il processo di ridefinizione delle responsabilità delle comunità locali. Lo scoppio della pandemia di Covid-19 ha dimostrato come sia facile mettere in ginocchio questo settore quasi del tutto dipendente dagli ingressi dall’estero, mentre ha favorito la ripresa delle attività di pesca dei locali. Per gli abitanti di Phuket, i Chao Lay, ha permesso di riappropriarsi di un’area che di norma accoglie oltre nove milioni di turisti l’anno.

Il potenziale “green” del turismo in Thailandia fa parte dei progetti di riqualificazione del settore portati avanti dal 2011, e promette di conferire all’esperienza del turista la qualità di un soggiorno autentico nei villaggi abitati dai locali. Le policy in atto promettono sgravi fiscali fino al 15% per gli operatori in grado di convertire la propria attività a soluzioni più sostenibili, mentre per la gestione dei parchi si pensa a progetti di cessione dell’usufrutto dei terreni come nel caso della foresta di Ranong. Anche questi progetti avranno bisogno di una prima fase di prova prima di poterne verificare la bontà, senza che possano crearsi circoli viziosi di sfruttamento del lavoro, traffici illeciti e land-grabbing. La clausola della concessione dei diritti di usufrutto, ma non di proprietà nel MoU tra Moken e governo locale sarebbe pensata per evitare che i terreni vengano venduti senza supervisione di un ente competente.

I recenti scontri tra l’establishment governativo e i manifestanti pro-democrazia rischiano di inasprire la presa del governo centrale sul paese. Ciò potrebbe rallentare il percorso di ridefinizione dei diritti delle popolazioni marginalizzate, in un paese dove coesistono 70 etnie diverse, di cui un milione senza cittadinanza. È un processo complesso e la transizione non sarà facile: difficile comprendere quali siano le priorità di Bangkok in un momento così delicato per gli equilibri politici e il potenziale aumento del rischio paese, oltre che davanti alla possibilità di una ripresa economica a cui il paese non era abituato da tempo. Nel frattempo, una prima mossa è stata lanciata e non passerà in sordina tra le popolazioni che chiedono da anni maggiore attenzione – e fiducia – dalle autorità.