petrolio gas mare energia

Sustainalytics – Le Filippine e la ricerca di un’energia indipendente

In Ambiente e Sociale, Sustanalytics by Sabrina Moles

Il presidente delle Filippine boccia l’accordo sulle esplorazioni di fonti fossili con la Cina, ma accetta gli investimenti *per l’energia rinnovabile. Pechino domina il mercato delle batterie e tanto altro. Da quest’anno l’appuntamento con la rubrica ambientale sarà più frequente in modo da tenere alta l’attenzione su sfide e complessità dello “sviluppo sostenibile” in Asia

Niente nuove esplorazioni congiunte per le fonti fossili nei fondali che circondano le Filippine. Pechino e Manila hanno siglato diversi accordi di cooperazione in occasione della prima visita ufficiale di Ferdinand Marcos Jr. tra il 3 e il 5 gennaio. Ma nessuno di questi riguardava il tanto atteso dialogo sulla ricerca di nuovi giacimenti di petrolio e gas nelle acque del Mar cinese meridionale. Questa è – almeno in via temporanea – una buona notizia per l’ecosistema regionale: negli ultimi vent’anni quest’area è diventata uno degli epicentri dell’economia globale e, di conseguenza, è soggetta a pesca intensiva, traffico marittimo e importanti progetti estrattivi che mirano alle risorse energetiche e minerarie della regione. Con tutto quello che ne consegue (qui per approfondire). 

La risposta di Manila, per quanto più composta rispetto al “se provate a forzare la questione sarà guerra” dell’ex presidente Rodrigo Duterte, ha poco a che vedere con la salvaguardia delle acque intorno all’arcipelago. Lunedì 9 novembre la Corte suprema delle Filippine ha confermato questa nuova linea d’azione dichiarando illegali gli accordi con la Cina e con il Vietnam del 2005. Se Manila deve ottenere l’indipendenza energetica, vuole cercare di ottenerla da sé.

L’energia da fonti fossili rimane una base solida e sicura a cui tornare, come dimostra la crisi energetica che dall’Europa all’Asia mette alla prova la resilienza delle reti elettriche connesse alle rinnovabili – pur ricordandoci che le ragioni di questa incertezza sono molto complesse e vanno dal sovraccarico energetico (qui l’esempio di Taiwan nel 2021) alle ancora insufficienti infrastrutture per la transizione energetica. È curioso, però, come invece proprio lo sviluppo di energia pulita nelle Filippine potrebbe passare soprattutto dalla Cina: il sito di informazione filippino Rappler ha redatto un elenco delle aziende cinesi che, a fronte dell’accordo firmato una settimana prima, hanno promesso investimenti multimiliardari in questo settore. 

A proposito di transizione con caratteristiche cinesi

Il Financial Times segnala come il 50% del mercato delle batterie sia oggi in mano a due sole aziende cinesi. Si tratta di CATL e BYD, due colossi che oggi forniscono le principali case automobilistiche impegnate nella progettazione di nuovi modelli ad alimentazione elettrica (qui una panoramica della notizia in lingua italiana a cura di Marco Dell’Aguzzo). 

Le batterie sono oggi una delle tecnologie chiave per capire sfide e opportunità della transizione verso le rinnovabili. Il solare, per esempio, è una fonte “intermittente”: occorre stoccare l’energia prodotta per poterne sfruttare appieno le potenzialità e non avere momenti di calo. Le auto elettriche sono già oggi la principale preoccupazione per i giganti dell’automotive, intenzionati a crescere su un mercato relativamente nuovo e favorito dalle istituzioni. La presenza cinese in questo settore è pervasiva e va dall’approvvigionamento delle materie prime, passa dagli investimenti in ricerca e sviluppo, arrivando infine alla produzione industriale massiva. Per superare la crisi del prezzo del litio in Cina, per esempio, alcune aziende della Repubblica popolare stanno sperimentando l’uso di batterie a  litio-ferro-fosfato (Lfp), materiale catodico a basso costo la cui domanda nel mercato dei veicoli elettrici globale è schizzata dal 10% nel 2018 al 40% nel 2022.

L’India a tutto…idrogeno

Prima è arrivata la promessa di sostituire i treni degli anni Cinquanta e Sessanta con nuovi modelli a idrogeno entro la fine del 2023. Pochi giorni dopo è arrivata la conferma di un fondo da 2,3 miliardi di dollari da destinarsi alla produzione di idrogeno. Entro la fine del decennio, hanno spiegato i decisori indiani, il paese sarà in grado di produrre almeno 5 tonnellate del cosiddetto idrogeno “verde”, quello prodotto attraverso l’elettrolisi generata da fonti energetiche pulite.

Martedì 10 gennaio lo European patent office (Ipo) ha pubblicato un report dedicato ai brevetti nel settore energetico in collaborazione con la International energy agency (Iea) . Secondo quanto si evince dalla ricerca, è il Giappone ad aver conquistato una posizione di leadership nelle tecnologie per l’idrogeno, registrando una crescita del 24% delle domande di brevetto in questo campo tra il 2011 e il 2020. A seguire, anche Cina e Corea del Sud hanno accelerato la loro presenza nel mondo dell’innovazione per l’idrogeno. La prima si concentra soprattutto sulle tecnologie per la produzione dello stesso, mentre Seul sta aumentando gli investimenti sull’uso “finale” di questo combustibile, come nel caso dei motori a idrogeno.

Alcuni approfondimenti

Un articolo pubblicato dal New York Times racconta la lotta della popolazione indigena di Lanyu, isola taiwanese dove oggi risiede una grande discarica di rifiuti radioattivi. I Tao denunciano la mancanza di dialogo con il governo centrale, che avrebbe esportato arbitrariamente i rifiuti delle proprie centrali nucleari tra il 1982 e il 1996. L’attuale amministrazione della presidente Tsai Ing-wen ha promesso il totale abbandono dell’energia nucleare entro il 2025 e oggi sono solo tre i reattori in funzione, i quali forniscono l’1% dell’energia elettrica prodotta.

Il buco dell’ozono si sta ritirando e potrebbe tornare allo stato originale entro il 2066. Lo affermano gli ultimi studi a cura dello United nations environmental program (Undp). Un contributo importante arriverebbe anche dalla Cina, che ha attuato misure più severe per contrastare la produzione e l’impiego dello CFC-11, uno dei gas responsabili dell’assottigliamento dello strato di ozono. È importante sottolineare, però, che il gas in questione rimane “inerte” in alcuni dei suoi utilizzi specifici, per esempio nella schiuma isolante.