Il Terremoto e maremoto del Tōhoku che ha causato il disastro di Fukushima è stato un punto di svolta nella storia contemporanea del Giappone. Dieci anni fa, l’11 marzo 2011, una scossa di magnitudo 9 provoca uno tsunami dalla violenza imprevista. L’Agenzia per la Ricostruzione istituita per rispondere all’emergenza del post-maremoto – il Fukkō-chō – ha calcolato che sono 19 mila le morti accertate, mentre ancora 2,500 persone sono date per disperse da quel giorno. A febbraio 2017 erano ancora 150 mila gli sfollati, mentre si stima che il danno economico direttamente connesso allo tsunami sia stato di 235 miliardi di dollari.

Tanti movimenti all’interno della società hanno ripreso forza da quel giorno: come risvegliati nel pieno di una crisi latente, Fukushima ha aperto nuove e vecchie ferite all’interno della società, della politica e delle strutture economiche giapponesi.

Per comprendere la realtà dei movimenti sociali nel Giappone di oggi e di come Fukushima sia stato un momento cruciale per la ripresa dell’attivismo nella società giapponese, China Files ha intervistato il professore David Chiavacci. Docente dell’università di Zurigo, si occupa di sociologia politica ed economica, studiando i movimenti sociali e il tema delle disuguaglianze in Giappone. Tra le sue ultime pubblicazioni ricordiamo Japanese Political Economy Revisited: Abenomics and Institutional Change (con Sébastien Lechevalier per Routledge, 2019) e Civil Society and the State in Democratic East Asia: Between Entanglement and Contention in Post High Growth (con Simona Grano and Julia Obinger per Amsterdam University Press, 2020).

 

Parliamo della storia dei movimenti sociali in Giappone: come sono cambiati nel tempo?

I movimenti sociali non hanno mai avuto un grande impatto in Giappone. Mentre in stati come Regno Unito o Germania riescono addirittura ad aggregarsi e formare dei veri e propri partiti – penso soprattutto ai Verdi, in Giappone non si è mai arrivati a questi risultati anche a causa del sistema politico. La forte centralizzazione del potere e della burocrazia rendono di fatto impossibile a movimenti minori di emergere e avere un impatto sul processo di policy making.

I movimenti sociali contemporanei nascono insieme alla stabilizzazione dell’apparato statale giapponese del dopoguerra, e crescono di importanza quando negli anni Settanta il lancio verso la modernizzazione del paese inizia a generare i primi squilibri. Ad esempio, i gruppi che chiedono un rallentamento dell’industria pur di ridurre l’inquinamento, in quegli anni diventato intollerabile. All’inizio degli anni Ottanta il governo risponde istituendo il ministero dell’Ambiente, uno dei primi a nascere nella regione asiatica. All’epoca c’era una maggiore rilevanza nazionale dei movimenti sociali, oggi è tutto invece più localizzato e lo stesso ministero dell’Ambiente ha oggi meno slancio rispetto alle controparti dei paesi del vicinato.

Si può però aggiungere che a livello locale crescono le opportunità di impatto dei movimenti sociali, e dopo Fukushima c’è stato un forte slancio dal basso per influenzare il governo centrale nelle proprie decisioni.

 

L’evento, tra le tante cose, ha riacceso il dibattito sul nucleare. Come viene visto questo tipo di tecnologia nel paese?

Come per altri settori economici, il nucleare si trova inserito in un quel triangolo di rapporti più o meno ufficiali creatosi durante gli anni Sessanta e Settanta: burocrazia, Liberal Democratic Party (LDP) e gli interessi economici – rappresentati in questo caso dalle compagnie che lavorano nel settore nucleare, che siano le aziende energetiche, imprese edili o fornitori di tecnologie per questo tipo di operazioni.

Proprio in quegli anni si studiano i compromessi che hanno spinto l’economia giapponese a sfruttare l’energia nucleare come fonte alternativa di elettricità. Da un lato in quanto memori dello shock petrolifero del 1973 – e quindi la paura di rimanere “tagliati fuori” da processi sui quali non potevano avere grande potere negoziale; dall’altro per sostenere gli obbiettivi economici che avrebbero garantito una maggiore ricchezza per il paese e i suoi abitanti.

Oggi il nucleare viene considerato anche “energia verde”, in quanto tecnicamente non produce emissioni – anche se questo ragionamento tende a sottovalutare l’impatto su salute e ambiente delle scorie nucleari. In un’ottica di decarbonizzazione entro il 2050, Tokyo è ulteriormente motivata a rendersi autonoma con questi mezzi, ma il tema è comunque dibattuto.

A preoccupare dopo Fukushima è soprattutto il rischio che altri eventi di questo tipo possano danneggiare gli impianti e quindi rilasciare le radiazioni. Ma si discute molto anche dell’esportazione di tecnologie nucleari all’estero, che viene vista come una forma di doppiogiochismo mentre il governo cerca di crearsi una nuova identità più vicina alle istanze ambientaliste.

 

Questo ha portato a dei cambiamenti negli ultimi anni?

Diciamo che il LDP ha cercato di adattare nuovi regolamenti alle critiche emerse nell’opinione pubblica del post-Fukushima, più per garantirsi la vittoria alle elezioni che per una genuina “riconversione” del paese in chiave green. Tant’è che su alcune leggi fa continui passi avanti e indietro, come nel caso delle feed-in tariffs (gli incentivi che un privato riceve se decide di collegare la propria produzione energetica – ad esempio l’energia in eccesso dei pannelli fotovoltaici – alla rete elettrica locale). A rallentare la crescita delle rinnovabili è anche una certa arretratezza nella ricerca.

Per guadagnare fiducia – anche a livello internazionale – il Giappone sta investendo di più sulle rinnovabili, mentre è difficile che si parli di veri e propri nuovi impianti per l’energia nucleare. In questo senso ci sono delle prefetture che spingono per riprendere i lavori – di fatto una centrale nucleare rappresenta una buona entrata per le casse dei governi locali – ma i vicini tendono a fare opposizione perché si sentono esposti ai rischi senza trarre alcun vantaggio. Sarà interessante vedere se Suga, sempre che rimanga al potere, cercherà di costruirsi un nuovo profilo orientato alla nuova “economia green” per distinguersi da Abe.

 

Parlando di movimenti sociali, c’è qualche differenza tra quello che accade in Giappone e nel resto dell’Asia orientale? In particolare, rispetto alle altre due grandi democrazie dell’area: Taiwan e Corea del Sud?

In Corea la spinta democratica è più forte, c’è molta partecipazione in termini di associazionismo rispetto al vicino giapponese. I movimenti sociali sono inoltre meno frammentati e coprono una scala più ampia: questo vale tanto per l’ambientalismo quanto altre realtà che ruotano intorno alla giustizia sociale.

In Giappone, invece, partecipare a manifestazioni e gruppi che esprimono una certa dose di antagonismo nei confronti dell’establishment è ancora visto da molti come una forma di “estremismo”. A ciò hanno contribuito alcuni casi di violenza da parte di piccoli nuclei di manifestanti, anche per questo non è semplice che i movimenti riescano a rimanere molto attivi e coesi su larga scala. Taiwan si trova più o meno a metà di questi due poli.

Una cosa che inficia la crescita dei movimenti sociali in Giappone, inoltre, è la rapida diffusione che stanno avendo i cosiddetti “contromovimenti”. Movimenti di estrema destra, xenofobi, anti-immigrazione eccetera. Al momento non sono ancora grandi realtà, ma si stanno dimostrando molto solidi e unitari nelle proprie azioni. L’esistenza di questi gruppi ha ravvivato il dibattito sullo hate speech al punto da impattare in maniera importante sull’agenda politica di Tokyo. Un caso noto è quello delle discriminazioni nei confronti della minoranza Burakumin, sui quali pesa da secoli lo stigma di appartenere a una “casta” inferiore al punto che ancora oggi si possono trovare sui muri di Osaka i graffiti con il kanji per il numero quattro, yottsu, per indicare i Burakumin come “animali” – esseri a quattro zampe.