Fuori dal paese arcipelago la chiamerebbero un supergruppo: da Yukihiro Takahashi e Towa Tei fino a Cornelius e Leo Imai, i suoi componenti sono più o meno famosi in patria e all’estero. Il loro stile è un melange di pop, rock, funk e elettronica. Da Tokyo, i Metafive.

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Nati «a progetto» nel 2014 — un loro brano figura nella colonna sonora di uno dei 5 episodi della mini serie Ghost in the Shell: Arise —  e reduci da diversi live nella capitale a risuonare i classici degli Yellow Magic Orchestra (YMO) — di cui faceva parte anche un certo Ryuichi Sakamoto, dice niente? —, nel 2016 i Metafive (anche se loro sono in sei) hanno pubblicato il loro primo album da band fatta e finita. I componenti sono artisti con anni, anzi decenni, di carriera alle spalle. Di più, si tratta di una band intergenerazionale, che raggruppa artisti nati dagli anni 50 ai primi anni 80.

Basti pensare che il cantante e chitarrista Leo Imai — padre giapponese e madre svedese, perfettamente anglofono e buon prodotto della scenda indie tokyoita — è nato nel 1981, quando il batterista e vero fulcro del gruppo Yukihiro Takahashi — classe 1952 — era all’apice della fama proprio con gli YMO. E proprio di quelle atmosfere anni ’80 si riappropriano i Metafive rielaborandoli in chiave elettronica con sonorità quasi 8 bit — il tocco è quello di Towa Tei, guru della house made in Japan — e schitarrate funky — fornite da Keigo Cornelius Oyamada, già leader dei Flipper’s Guitar, pionieri dello Shibuya kei, un pop-rock con inserti elettronici, sonorità molto simili al brit-pop dei Blur e qualche richiamo agli anni ’60. Ognuno porta il proprio bagaglio musicale in questo intrigante e a tratti bizzarro pastiche.


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