Viaggio nel sinopessimismo di una Cina scettica verso il futuro. I giovani riscrivono le regole del mondo del lavoro.
Sogni dell’infanzia e ombre sul presente cinese
Negli ultimi giorni su TikTok mi è capitato spesso di vedere video in cui il creator chiedeva se anche gli altri ricordassero un sogno ricorrente dell’infanzia. Un’immagine o una serie di immagini indefinite, spesso geometriche ma anche antropomorfe, che improvvisamente si ingrandiscono vertiginosamente per poi ridiventare minuscole, così in un loop infinito. Sì, me lo ricordo bene e probabilmente abbiamo fatto tutti lo stesso genere di sogni quando eravamo piccolissimi. A pensarci oggi, la sensazione che tale ricordo mi provoca è un mix di ansia, angoscia, nostalgia, desiderio di reinfetazione. Non è un caso che un ricordo del genere torni a galla proprio in questo momento. Gli assetti socio-politici sembrano sgretolarsi sempre di più ogni giorno che passa, le bugie della crescita infinita capitalista sono più che mai realtà e lo scenario del realismo capitalista fisheriano è il nostro presente. Questa crisi profonda delle certezze porta spesso all’inazione, alla rassegnazione e alla fuga, e un conseguente desiderio di anestetizzazione del presente sembra l’unica via da seguire. Ma se questo discorso in Occidente occupa la nostra realtà da parecchi anni, cosa sta succedendo in Cina, il paese in cui il positivismo socialista e la promessa di benessere hanno trainato intere generazioni di studenti, lavoratori, intellettuali?
Sinopessimismo, involuzione e crisi generazionale
Succede che nelle vite delle generazioni più giovani comincia, già da qualche anno, ad insinuarsi un “tarlo” che lo studioso Dino Gezhang, all’interno dell’ultimo numero di Made in China Journal (Being Youth in China), ha chiamato “sinopessimismo”, un mood iniziato già a metà anni Dieci. Non è strano essere pessimisti, ma in Cina lo è un po’ di più perché già dall’epoca delle riforme lo spazio per i sentimenti negativi era ridotto al minimo. Nonostante le condizioni di vita ancora piuttosto dure, negli anni Novanta la maggior parte dei cinesi viveva divisa tra un oggettivo miglioramento della propria condizione rispetto agli anni recenti della Rivoluzione Culturale e un’idea di futuro sempre più prospera.
Dino Gezhang fa un paragone con la condizione dei giovani lavoratori migranti dagli anni Novanta agli anni Dieci citando Xiang Biao:
“I migranti erano allo stesso tempo rassegnati (“non c’è niente che si possa fare per la condizione attuale”) e fiduciosi (“le cose dovrebbero migliorare in futuro”). Xiang definisce questo una “sospensione” (come sospesi in aria), richiamando alla mente il precario equilibrio di chi cammina su una corda tesa su una fantasia”.
Oggi la situazione è cambiata. Molti giovanissimi della X-gen, ma anche tanti millennial, sembrano essere arrivati a un punto morto che trova spiegazione nel forte rallentamento che la crescita cinese sta attraversando. A fronte di un aumento della disoccupazione giovanile (a ottobre 2025 si attesta al 17,3% a fronte di una media nazionale urbana del 5,1%), molte ragazze e ragazzi cominciano a dubitare del sillogismo che ha accompagnato l’educazione delle generazioni precedenti, ovvero quello tra chī dé kǔ zhōng kǔ 吃得苦中苦 (mangiare amaro, sopportare le difficoltà) e fāng wéirén shàng rén 方为人上人 (svettare sugli altri). No pain no gain, per capirci. È in corso una vera e propria nèi juǎn 内卷, involuzione, a fronte di un futuro bloccato e di una competizione costante. Qualcosa di simile era accaduto negli anni Novanta del post Tiananmen alla generazione dei nati negli anni Sessanta. Come la Gen Z, avevano vissuto il ricordo di un’epoca radiosa filtrato attraverso la sua eco distorta, come la luce di una stella lontana. Sfiduciati nel futuro e assaliti dal virus della competizione, avevano faticato a vivere il proprio tempo e si erano spesso rifugiati nelle droghe (reali o psichiche), nell’isolamento e nella creazione di nuovi spazi vitali e di espressione. Oggi però la distanza reale tra Partito Comunista Cinese e cittadini è molto accentuata (nonostante gli sforzi di Pechino di mostrarsi ineffabile) e la pressione sui giovani è schiacciante. Come Yang Qiuhui, Wang Lin e Zhang Jiaqi hanno osservato in uno studio su Weixin:
“le politiche di riforma e apertura hanno migliorato notevolmente il livello di vita materiale complessivo della società e hanno aumentato le aspettative dei giovani nei confronti di un miglior tenore di vita ma con il rallentamento della crescita economica nazionale, i giovani della generazione Z, come successori, affrontano una pressione più severa di “pianificazione della carriera”. Nel contesto del rapido sviluppo di Internet, la Generazione Z si trova ad affrontare un problema di alienazione autocognitiva e mancanza di senso di valore professionale”
Sottoculture dell’involuzione e dreamcore
Da questo sentimento più o meno collettivo negli ultimi quindici anni sono nate delle vere e proprie sottoculture. In principio quella dei diǎosī 屌丝 (i perdenti), poi quella sang 丧 (la cosidetta mourning culture), infine la resistenza silenziosa dei tǎng píng 躺平 (gli sdraiati), giovani rassegnati non solo al presente ma anche al futuro. Un’ideale, quest’ultimo, strettamente collegato a quello più passivo e distaccato dei bǎi làn 摆烂 (lasciar marcire).
Red Note pullula di post di millennial che raccontano di come hanno scelto di andare in pensione ad appena 35 anni dopo aver messo da parte dei soldi. Il tutto corredato di tabelle precise da seguire per capire quanto risparmiare per non lavorare più e vivere ritirati dal mondo in un otium fatto spesso di vita lenta e rurale.
Una nuova società che potremmo definire post-ottimistica sta configurando quella che sarà la nuova Cina in termini di consumi, idee, rapporto con il progresso e con lo stato. Una società alla disperata ricerca di analgesici, pratici o spirituali con i suoi gen-Z e giovani millennial molto più vicini ai loro coetanei europei di quanto non siano mai stati.
Anche in Cina, ogni sottocultura o controcultura che si rispetti, ha avuto la propria colonna sonora. Il suono infatti ha avuto un ruolo cruciale nel raccontare gli shamate 杀马特,gli yabi 亚逼 e quando li si poteva considerare ancora sottoculture, anche il rock 摇滚 o il punk 朋克.
La colonna sonora della sottocultura dell’involuzione ci parla di fughe, di isolazionismo, di passività come quasi mai prima d’ora. Ma stavolta le band, i dischi, i locali o i luoghi d’incontro si smaterializzano fino a scomparire. Tutto corre in uno spazio liminale e onirico che porta il nome di dreamcore (in cinese menghe 梦核 ). L’immaginario dell’estetica dreamcore si sviluppa intorno a video ed immagini che riportano a non luoghi: corridoi di passaggio, parcheggi deserti, interni di scuole chiuse, sotterranei di ospedali, stanze vuote dove non compaiono mai persone. La qualità delle immagini richiama sempre un passato recente ma allo stesso tempo indefinito e fortemente nostalgico. I brani altro non sono che brevi spaccati di malinconia, solitamente composti da una base a bassa frequenza (spesso solo rumore bianco) e da un giro di note ripetitivo e straniante. Nessuna parola, nessuna voce umana: uno scenario volutamente post-nucleare. Provate a sentire due tre di questi pezzi nelle centinaia di playlist che popolano le piattaforme streaming cinesi o nella colonna sonora di un videogioco e scommetto che dopo due minuti quel sogno/incubo di cui parlavo all’inizio vi tornerà in mente. Lo scopo principale dell’estetica dreamcore, che nasce in Occidente ma che in Cina acquista caratteristiche proprie diventando 中式梦核 (dreamcore cinese), è quello di evocare l’anemoia ovvero la nostalgia per epoche mai vissute e, con essa, fuggire da un presente che sembra instabile e scarno di opportunità. In una società che cambia così rapidamente come quella cinese ma dove le persone non riescono a stare più al passo dei cambiamenti, la musica e l’estetica dreamcore si configurano non più solo come una scappatoia nel passato ma come vera e propria riflessione critica sul presente. Shao Yefan su The world of chinese ha parlato in maniera ancora più specifica del nostalgia-core, come fenomeno ancor più legato alla Cina:
La Generazione Z ha assistito a un’epoca d’oro nello sviluppo economico e sociale della Cina, con il paese che ha ospitato le sue prime Olimpiadi nel 2008 e l’Expo 2010. Il boom dei mercati internazionali e nazionale li ha riempiti di speranza per il futuro. Ma crescendo, si sono resi conto che il mondo reale non era sulla buona strada per offrire il finale da favola che un tempo credevano. Un chiaro esempio di questo ritrovato cinismo si può vedere nell’industria videoludica. “Gli anni 2000 sono stati un’epoca piena di sogni. All’epoca, i team di sviluppo videoludico erano guidati da ideali e ambizione, a differenza di oggi, dove l’attenzione sembra essere rivolta esclusivamente al guadagno facile”, racconta a TWOC Zhu Luo, un collezionista di videogiochi.
Oltre alle sonorità puramente dreamcore, le classifiche delle piattaforme streaming degli ultimi anni vedono trionfare canzoni datate. Se si considera la bassa età media degli utilizzatori di piattaforme come Mi music, Wangyiyun o QQ Music siamo già di fronte ad un dato incontrovertibile: la nostalgia è il trait d’union di una grande fetta generazionale. I dati della classifica KKBOX mostrano che nel periodo 2005-2023 nelle prime 10 posizioni, sei artisti hanno debuttato a cavallo del 2000. Questi dati indicano che i cantanti classici dei primi anni Zero sono attualmente i più popolari. In una recente classifica di streaming del sito QQ Music (maggio 2025), svettano brani quali Red High Heels 红色高跟鞋 di Tanya Chua蔡健雅 (2009), River South 江南di JJ Lin 林俊傑 (2004), Who Do You Love爱我还是他di David Tao 陶喆 (2005) o The next dawn下一个天亮 Claire Kuo 郭靜 (2008). Per capirci, un po’ come se in cima alle classifiche italiane trovassimo Xdono di Tiziano Ferro, Per me è importante dei Tiromancino o Semplicemente degli Zero Assoluto. Per la musica pop cinese dei pilastri che oltre a costituire la memoria collettiva degli anni a cavallo del nuovo millennio, identificano sia a livello testuale che visivo quell’immaginario spensierato (almeno in apparenza), pacifico e amoroso tipico di quegli anni. Lo stesso da cui oggi il dreamcore estrae la linfa per creare qualcosa di plastico e amniotico.
C’è stato un momento in cui un’altra generazione si è sentita persa e confusa. Erano i primi anni Novanta e una sottocultura usciva con le ossa rotte dal 1989. Era la “tribù del rock” 摇滚部落 (come è stata chiamata nel titolo di un libro del 1994). La disillusione per la risposta violenta del governo alla spinta democratica e l’iniezione di capitale nelle vene del paese aveva lasciato all’equivalente della z-gen di allora pochi spiragli di manovra. La musica rock a quel tempo cominciò a cambiare forma, diventando la voce della disillusione e, già allora, della retromarcia verso luoghi lontani. Poco importa se si tratta di una lontana e radiosa dinastia cinese come quella scelta dai Tang Dinasty nel 1994 per raccontare un’ipotetica età dell’oro in A dream return to Tang Dinasty 梦回唐朝:
今宵酒醒无梦
Stasera niente sogni dopo l’ebrezza
沿着宿命走入迷思
Seguendo il destino, vagando nella perplessità
彷佛回到梦里唐朝
Come sognare di tornare alla dinastia Tang
o della sofferenza ontologica rispetto alla propria epoca cantata da Dou Wei in “A Dream of misery 悲伤的梦” nello stesso anno:
到底怎样才算好不算坏
Cosa costituisce esattamente il bene e il male?
到底怎样才能适应这时代
Come posso adattarmi a quest’epoca?
我不明白 太多疑问 太多无奈 太多徘回
Non capisco. Troppe domande, troppa impotenza, troppa esitazione.
Qualche mese fa la testata The world of chinese si è occupata del rapporto delle diverse generazioni in Cina con la nostalgia. Tragli intervistati c’è Bai Hanyan, 15 anni, studentessa dello Henan. Forse è un azzardo ma le sue parole e quelle di un venticinquenne Dou Wei nel testo appena citato risuonano incredibilmente:
Sono nato nel 2010, eppure, in qualche modo, mi sento fuori sintonia con la società attuale. Le cose che amavo sono già scomparse e le persone che amavo sono invecchiate. Forse sarei stato molto più felice se fossi nato 20 anni prima. Ricordo spesso i giorni spensierati della mia infanzia, quando tutti erano pieni di speranza ed energia. Avevo un lettore MP3 usato, ereditato da mio cugino, ed era pieno di canzoni pop degli anni ‘80 e ‘90, come “My Future is Not a Dream (我的未来不是梦)” del cantante taiwanese Tom Chang. Sono cresciuto anche guardando i film di Stephen Chow. Mi hanno insegnato a essere coraggioso, forte, ottimista e a inseguire sempre i miei sogni. Pensavo che Chow non sarebbe mai invecchiato, ma vedere le sue foto attuali a volte mi lascia un po’ stordito. Vorrei aver vissuto l’epoca rappresentata in questi film. Ora mi sento sempre più stanca del continuo sovraccarico di informazioni che caratterizza le nostre vite frenetiche. A volte mi sento persa. Da nostalgica cronico, trovo conforto nello sfogliare vecchie fotografie di architettura degli anni Novanta. Quelle immagini mi danno conforto, come tornare nel grembo materno. Anche se nulla è veramente dimenticato, tutto è ormai un ricordo del passato.
Siamo di fronte ad un nuovo inizio o si tratta solo di una dipendenza? La partita è aperta.
Di Stefano Capolongo
[Questo articolo è stato pubblicato nella newsletter di Simone Pieranni Il Partito]