Fra i think tank ed esperti che contano in termini di relazioni internazionali, il consenso sembra essere che fra USA e RPC si sia arrivati a una “nuova guerra fredda”, in cui la Cina rappresenta non solo un generico “avversario”, uno dei tanti concorrenti nella globale competizione per risorse e mercati, ma un vero e proprio modello alternativo, in termini ideologici e strutturali, e come tale una minaccia esistenziale per gli USA e il mondo “democratico”. Coerentemente con questa valutazione, la strategia da adottare nei confronti della Cina è quella del “contenimento” e della progressiva “separazione” (decoupling) delle due economie. Questa non è una valutazione dovuta unicamente all’instabilità che caratterizza il governo Trump o limitata al partito repubblicano, e pertanto non credo che la sconfitta elettorale dell’amministrazione reggente porterà sostanziali cambiamenti in questo ambito. Biden non usa le espressioni dichiaratamente razziste di Trump (“kung-fu flu”, “China virus”) e adotta toni più morbidi, ma l’atteggiamento di fondo è lo stesso. Non a caso, durante la campagna elettorale, Trump e Biden si sono accusati a vicenda di essere al soldo del PCC e hanno fatto a gara per chi sarebbe stato più intransigente con il governo cinese. L’establishment di Washington sembra aver deciso: la Cina degli ultimi decenni, perennemente intrappolata in un eterno e sempre incompleto processo di divenire “come noi,” in marcia verso il capitalismo e magari la democrazia, è ora diventata il nemico comunista e dittatoriale in una nuova guerra fredda, potenzialmente capace di produrre un contagio ben più grave di ogni coronavirus.

È forse troppo presto per capire quali saranno le conseguenze di questa nuova situazione per gli studi cinesi negli USA, ma i paradigmi della relazioni internazionali tendono a influenzare, direttamente o indirettamente, le inclinazioni dell’accademia, specialmente in un campo quale gli area studies, storicamente molto “sensibile” ai venti della politica. Non è un caso che nei decenni passati, quando si guardava con ottimismo alla Cina e alle sue masse di produttori/consumatori, siano fiorite le ricerche sulla società civile, l’opinione pubblica, ecc. Difficile dire che cosa porterà il ritorno a una visione della Cina come un nemico, autoritario e alieno, ma ci sono segnali abbastanza preoccupanti, in particolare una tendenza crescente a tracciare ineluttabili linee di continuità fra il presente regime e l’epoca maoista, sia essa identificata come fonte primaria dell’autoritarismo odierno o fallita alternativa al capitalismo. Molto più praticamente pericolosa è la situazione dei tanti studiosi e studenti cinesi nelle università americane, ora oggetto di rinnovati pregiudizi razzisti e di generalizzate accuse di spionaggio. Gli studenti, in particolare, sono ostaggi in un’insostenibile congiuntura: bloccati in Cina dal virus e dalle restrizioni ai visti imposte da Trump, si svegliano nel cuore della notte per seguire corsi online, probabilmente monitorati dalla censura cinese, e continuano a pagare rette astronomiche a università per cui costituiscono una fonte di reddito ormai indispensabile.)

Il governo di Xi Jinping, dal canto suo, rivendica la legittimità dell’alternativa cinese a scopi di propaganda interna e internazionale — anche se, in termini pratici, non sembra in alcun modo interessato a promuoverne l’adozione in altri paesi. Il “socialismo con caratteristiche cinesi” rimane un modello nazionale e nazionalista, il cui senso principale risiede nel suo porsi in contrapposizione ideologica rispetto all’egemonia americana piuttosto che nel configurare un esempio da imitare. Ma la propaganda cinese ha sicuramente influenzato certi ambienti della “sinistra” (americana e non solo), con individui e gruppi di “tankies” che, soprattutto nei social media, diffondono senza requie la retorica di Pechino, proponendo l’immagine di una Cina anti-imperialista e anti-capitalista e attaccando ferocemente chiunque osi sottolinearne i comportamenti criminali (Hong Kong, Xinjiang, repressione dei lavoratori, ecc.)

A dispetto di questa apparente contrapposizione, le prospettive dell’establishment USA e quelle del CCP di Xi Jinping — o della sinistra tankie — sono di fatto coincidenti. Entrambe, per motivi diversi e con obbiettivi spesso opposti, producono l’immagine di una Cina “diversa da noi”, separata per la sua natura ideologica, politicamente e intellettualmente incommensurabile. Emissari della RPC in Africa e nei paesi della BRI (Belt and Road Initiative) si premurano di sottolineare che “noi non siamo come loro, non siamo colonialisti/imperialisti”. I tankies pro-Cina negano in maniera veemente che le azioni del governo cinese possano rappresentare una forma di imperialismo (non a Hong Kong, non in Xinjiang) perché la RPC è anti-imperialista e socialista per natura. In modo speculare, per l’establishment americano (e per chi in Europa ne segue l’esempio), la Cina “non è come noi”: come ai tempi della guerra fredda, la RPC rappresenta una forma patologica di stato, un errore nel processo del naturale sviluppo delle nazioni. Il messaggio è identico, anche se con fini opposti, e incarna perfettamente la modalità della “Cina come eccezione”.

Questa modalità ha una lunga storia e molti precedenti, lo sguardo orientalista dell’Occidente sempre intento a proiettare sulla “pagina bianca” della Cina una visione inversa di sé, sia essa positiva o negativa. In questa prospettiva, i tankies su Twitter non sono molto distanti dai pensatori dell’illuminismo che vedevano nell’impero cinese il regno della razionalità; sono solo più colpevoli perché, a differenza di Voltaire, hanno a loro disposizione molte più fonti su cui basare un giudizio. Questa modalità della “Cina come eccezione” è anche a fondamento della disciplina della “sinologia”, intesa come lo studio della Cina come un luogo separato, regolato da strutture di pensiero esclusive e radicalmente differenti, e che come tale richiede un approccio singolare, diverso da quello richiesto per qualsiasi altro paese.

Fumian si chiede e ci chiede come intervenire in questa pericolosa e assurda congiuntura. Come primo passo, per noi studiosi di cose cinesi, proporrei di cercare di essere meno sinologi, di prendere le distanze dalla sinologia. Ciò significa innanzitutto demolire programmaticamente i modelli, le frasi, le trite strutture ideologiche che interpretano la Cina come un posto speciale o differente — o “più differente” di qualsiasi altro posto, compresi quelli da cui scriviamo — e prestare invece attenzione alle condizioni sociali, politiche, ed economiche che il discorso sull’eccezionalità cinese nasconde, non importa chi lo proponga. E quelle condizioni oggi hanno un nome, il capitalismo globale e la sua potenziale crisi.

Di questa situazione globale, la Cina, lungi dall’essere un attore autonomo e anomalo, è parte riconosciuta e costituente. La RPC, al di là di qualsiasi fantomatica “caratteristica cinese”, è un paese capitalista, pienamente inserito nei circuiti del capitale globale, attraverso i quali la Cina esporta e importa capitali e forza lavoro, ed è suscettibile alle crisi, tensioni, e sbilanciamenti che caratterizzano questa fase della storia del capitalismo. L’idea di un contenimento o di un decoupling dell’economia cinese da quella americana è palesemente assurda, visto il livello di compenetrazione. Non è solo che, per fare l’esempio più banale, il laptop su cui scrivo questo pezzo è stato prodotto in una fabbrica di proprietà taiwanese, con manodopera cinese, per una ditta americana. Più profondamente, come hanno sottolineato gli economisti Zhun Xu e Isabella Weber, le economie cinesi e americane sono evolute fino a diventare di fatto complementari.) In questo contesto, l’imperialismo non è prerogativa esclusiva di questa o quell’altra nazione, piuttosto varie entità statali e non-statali sono coinvolte, in tempi e modi differenti, nell’estrazione di risorse e nello sfruttamento sistematico di altre parti del mondo. L’imperialismo va dunque considerato un sistema globale, in cui la Cina (o gli USA, o l’Europa) a volte agisce come un potere imperialista e altre no.

Il compito di chi studia la storia, la società, la politica cinesi è di tracciare come la Cina sia parte di questo sistema globale, e come le contraddizioni che questo sistema crea negli Usa o in Europa siano simili o comparabili a quelle che crea in Cina. In questo contesto, la Cina non è né un nemico né un modello alternativo al capitalismo; la Cina è capitalismo. E soffre delle stesse piaghe che il capitalismo produce altrove (con caratteristiche locali, ovviamente). Come sottolinea Jake Werner, la recente svolta “repressiva” in Cina non coincide esattamente con il governo di Xi Jinping, ma si manifesta piuttosto dopo la crisi economica del 2008, come reazione a quella crisi, e corrisponde alla crescita di simili tendenze ultranazionaliste e autoritarie in altre nazioni, dal Brasile, all’India, dalla Gran Bretagna all’Ungheria.

Non ci possiamo però limitare a ripetere, seguendo Margaret Thatcher, che “non c’è nessuna alternativa” al sistema vigente di cui la Cina è parte integrante. Il nostro compito è anche di rivelare che gli operai di Foxconn non sono i nemici dei nostri disoccupati. Che i migranti dell’Anhui a Shenzhen soffrono in modo non molto diverso degli immigrati nella Central Valley. Che il cambiamento climatico è disastroso soprattutto per le comunità più povere e svantaggiate. Che la tecnologia del controllo sociale non è una peculiarità dei malvagi comunisti, ma un modello che ci apprestiamo alacremente a imitare (Simone Pieranni lo ha fatto egregiamente). Il nostro compito è anche delineare i principi di una solidarietà, e smantellare la pericolosa idiozia di una nuova guerra fredda.

Con questo progetto in mente, con alcuni colleghi negli USA, Australia, Europa, e Hong Kong, abbiamo deciso di formare un gruppo, Critical China Scholars, che si propone di fornire prospettive diverse — e di sinistra — sulla Cina, partendo dal presupposto che “alla radice delle ingiustizie nel mondo ci sono sistemi politici ed economici — capitalismo, autoritarismo, imperialismo, razzismo, e patriarcato — che trascendono i confini nazionali”. Ci opponiamo alla retorica razzista e guerrafondaia che demonizza la Cina ed i cinesi, ma siamo nello stesso tempo solidali con i movimenti che resistono all’oppressione dello stato cinese. Queste due posizioni non solo possono, ma debbono coesistere, in quanto interdipendenti. C’è forse poco che possiamo fare, come studiosi della Cina, di fronte a forze sistemiche e transnazionali, ma la retorica attorno alla Cina degenera quotidianamente, ed è nostro dovere rivelarne l’assurdità, e insieme proporre prospettive non solo più corrette ma davvero più giuste.

Di Fabio Lanza per Sinosfere*

**Sinosfere è una rivista che si occupa di cultura cinese, intesa come l’universo molteplice e mutevole delle rappresentazioni che, viaggiando storicamente nel tempo e nello spazio, hanno variamente influenzato i particolari modi di vedere, di parlare e di sentire che informano la vita delle società cinese odierne. Creata da un gruppo di studi di storia e cultura cinese, Sinosfere vuole essere – come meglio si chiarisce in altro luogo – una piattaforma volta a esplorare e una discussione sulle dinamiche socio-culturali cinesi indagando su una logica peculiare che il governano.