Prendo spunto dalle riflessioni e dalle importanti questioni sollevate da Marco Fumian su Sinosfere (“Sinologi nella nuova era”, 1 ottobre 2020) per cercare di dare un qualche contributo al problema del nostro ruolo, in quanto studiosi italiani della Cina, in questa fase così complessa e difficile per quel paese e più in generale per il mondo intero. Penso che per cercare di comprendere il più possibile quale sia il nostro ruolo, sia accademico che nei confronti dell’opinione pubblica, sia innanzitutto necessario partire da una premessa generale che ritengo essenziale e che ho non a caso inserito nel titolo: non dobbiamo essere né filocinesi né anti-cinesi.

La nostra simpatia/antipatia politica, culturale e anche personale per la Cina deve cioè lasciare spazio, in quanto studiosi, a un grande e costante sforzo di “analisi critica” (nel senso di “analisi razionale applicabile a qualsiasi oggetto di pensiero, concreto o astratto, e volta all’approfondimento della conoscenza e alla formazione di un giudizio autonomo”, come si può leggere nei dizionari). Tale sforzo, inoltre, ritengo debba essere basato in generale su una lettura e un esame approfonditi delle fonti, sia cinesi che internazionali, intrecciandole costantemente e senza dare per scontato che le une o le altre siano automaticamente portatrici di verità assolute e ferree.

Ritengo sia anche importante, al fine di una corretta “analisi critica”, comprendere in quale fase geopolitica ci troviamo: a mio modo di vedere, stiamo gradualmente ma decisamente scivolando da un paradigma interpretativo sul “caso Cina” imperniato sulla questione del “modello cinese” (positivo o negativo, efficace o inefficace, pacifico o aggressivo, ecc.: un modello che francamente non credo la Cina voglia e possa affermare nel mondo e soprattutto in Italia ed Europa) a un paradigma interpretativo che definirei della “Cina come nemico ideale”.

Una decina di anni fa, Umberto Eco scriveva in generale al riguardo: “Avere un nemico è importante non solo per definire la nostra identità  ma anche per procurarci  un ostacolo rispetto al quale misurare il nostro sistema di valori e mostrare, nell’affrontarlo, il valore nostro. Pertanto, quando il nemico non ci sia, occorre costruirlo”.

Tale fase di passaggio, in cui i due paradigmi si intrecciano ma nella quale allo stesso tempo si viene sempre più affermando – a mio modo di vedere – l’egemonia del secondo, è molto insidiosa per quanto riguarda il nostro compito nella ricerca e nella didattica così come il nostro potenziale ruolo di fronte agli orientamenti dominanti in seno all’opinione pubblica.

Uno dei punti essenziali, che ritorna costantemente da decenni nella valutazione della e nell’approccio alla Cina riguarda il suo sistema politico (totalitario, autoritario, dittatoriale, ecc.): una questione centrale, va da sé, ma che di fondo nasce anche dalla difficoltà di comprendere e accettare che un paese così importante nel mondo sia stato in grado di compiere passi straordinari per quanto riguarda il progresso economico-sociale e sia allo stesso tempo profondamente diverso e antitetico all’Europa e all’Occidente. Che la Cina sia – come è scritto peraltro chiaramente nella sua Costituzione – uno stato socialista retto da un sistema di dittatura democratica popolare è un dato di fatto incontestabile e che le autorità cinesi – a quanto mi risulta – non hanno mai negato o nascosto. In effetti, se molti avessero esaminato attraverso un’“analisi critica” – e non in base ad auspici, suggestioni, ecc – i fatti storico-politici, sarebbe risultato evidente che sin dal 1979 – senza andare troppo indietro – Deng Xiaoping e la nuova dirigenza post-maoista avevano in generale bene in mente che l’obiettivo del PCC era certamente quello di trasformare profondamente il paese anche “imparando dai paesi capitalistici” ma che allo stesso tempo tale processo di trasformazione e il suo potenziale impatto economico, sociale e culturale doveva essere guidato, monitorato e controllato dal sistema (vedi i “Quattro principi cardinali/guida”). E nel corso di questi decenni le riaffermazioni da parte di Pechino circa le proprie idee e convinzioni si sono certo aggiornate ma sono rimaste di fondo ancorate a quei concetti espressi nel 1979.

Il compito che sta di fronte a chi, come noi, studia la Cina e cerca di comprenderne le dinamiche e le radici storiche delle stesse, e di trasmettere con serietà e rigore agli altri (studenti, opinione pubblica) gli esiti della nostra ricerca e riflessione, è dunque oggettivamente arduo e non si può non sottolineare come – lo dico come storico – la tendenza a restringere e condizionare sempre più l’accesso agli archivi cinesi è una scelta negativa e non all’altezza di un grande paese e una grande civiltà la quale costantemente si pone – e comunica al mondo esterno – l’obiettivo di essere oggi e in futuro qualcosa di diverso e di migliore degli altri.

Come sottolineava tempo fa l’economista svedese G. Myrdal, discutendo del rapporto tra ricerca e obiettività/oggettività: “Inganniamo noi stessi se ingenuamente crediamo che in quanto scienziati sociali, noi siamo meno “umani” della società che ci circonda; e che non siamo soggetti anche noi a inclinare opportunisticamente verso conclusioni atte a soddisfare pregiudizi segnatamente simili a quelli di qualunque altro membro della nostra società […] Tutti noi nelle nostre scienze siamo soggetti all’influenza della tradizione, del clima politico e culturale del nostro ambiente, nonché delle nostre specifiche e personali predisposizioni”. A suo parere, il rimedio al mito dell’obbiettività dei fatti sta in: “L’unico modo in cui possiamo sforzarci di raggiungere una certa “oggettività” è – a livello di analisi teoretica – quello di portare innanzitutto le valutazioni in piena luce, di renderle consce, esplicite e precise e di lasciare che siano esse a guidare l’impostazione della ricerca”.

Mi si consenta ancora di aggiungere alcune brevi considerazioni, a proposito della questione delle relazioni internazionali della Cina e del suo ruolo nel mondo. Certi hanno ripreso il tema della “guerra fredda” per mettere a fuoco quello che è indubbiamente il nodo del problema dal punto di vista internazionale, ossia il confronto-scontro Cina-USA (anche se ovviamente la situazione internazionale presenta molte facce). Eppure, se ben si riflette, un simile paragone appare assai debole: infatti, mi pare indiscutibile che oggi, a differenza di ieri (bipolarismo USA-URSS), esista un solo blocco politico-militare, per quanto articolato esso sia rispetto al passato, quello che si basa sugli USA e sulle sue alleanze. È indubbio che la politica estera cinese sia diventata negli ultimi anni sempre più assertiva (o aggressiva) e che tendenzialmente la spesa militare è cresciuta: tuttavia, per fare un esempio, se la Cina è una potenziale minaccia per la pace contando su di una base militare a Djbouti, che dire di chi conta decine e anche centinaia di basi militari nel mondo??

A parere di Chen Jian – che insegna sia negli Stati Uniti che in Cina, conosce bene entrambi gli ambienti accademici e politici ed è uno dei più autorevoli studiosi internazionali nel campo delle relazioni Cina-Usa – “China’s relationship with the United States today is fundamentally different from Soviet-American relations during the Cold War: “[…] Unlike the Soviet Union, today’s China comprises an integral part of the world economic system and institutions: it is no ‘outsider’ on that front [and …] unlike the Soviet Union does not have its own military alliance or bloc that stand in defiance against America’s global alliance system”. E ancora: “I have lived in the United States for over three decades. I have never seen American politics  so ‘ideologized’ or ideological representations so polarized as they are today […] It is beyond America’s capacity and mandate to try to impose answers upon the Chinese in American ways. Any attempt to do so will only trigger China’s lingering ‘victim mentality’ and mobilize radical Chinese nationalism centered on an anti-American hegemony discourse”.

Vorrei concludere sollevando una questione che ritengo particolarmente urgente quanto importante: quella del ruolo e della funzione dei media, siano essi “tradizionali” o “sociali”, nella rappresentazione della Cina, della sua realtà e della sua politica interna ed internazionale. A mio parere siamo in presenza di una tendenza negativa particolarmente preoccupante, in quanto tocca non solo gli orientamenti dell’opinione pubblica in generale ma tende altresì spesso a distorcere la visione di chi – i nostri studenti – si avvicina allo studio di un paese, della sua lingua e cultura essendone attratto per ragioni culturali e/o professionali ma allo stesso tempo è in molti casi fortemente influenzabile dai cosiddetti “social media”.

Come ha messo in luce un recentissimo studio sul tema generale del rapporto “web data e impatto socioeconomico” da parte del  prof. Walter Quattrociocchi – docente a Ca’ Foscari nonché membro della “task force” ministeriale sul tema della innovazione tecnologica e digitalizzazione in riferimento alla crisi epidemica – “La diffusione di notizie inventate, create artificiosamente, oppure aventi carattere sensazionalistico, era una pratica piuttosto comune anche in tempi precedenti la rivoluzione digitale. Ma è inevitabile notare una svolta recente […]” E ancora, in riferimento all’Italia: “I contributi maggiori all’argomento [il tema qui è ovviamente il Covid-19]  provengono da istituzioni, quotidiani e testate digitali […] Le fonti scientifiche hanno invece contributo solo marginalmente alla discussione dell’argomento  sui social (meno dello 0.2% su Facebook e Twitter e meno del 2% su Instagram durante tutto il periodo analizzato)”.

Uno dei problemi dunque che emerge da tale inchiesta – e che fatte le dovute differenze potremmo applicare anche al nostro lavoro e impegno di studiosi e docenti per cercare di fornire sempre una visione attenta ed equilibrata della realtà della Cina – è che i tempi del sapere e della conoscenza sono spesso incompatibili con l’urgenza di offrire soluzioni rapide e pronte per l’uso.

Non ho le idee chiare su che cosa possiamo fare al riguardo, ma la rilevanza della questione mi pare solleciti una nostra attenta riflessione.

PS: Stavo chiudendo questo mio contributo quando mi è capitato di ascoltare un resoconto del TG Campania di settembre dedicato alla rassegna letteraria “Positano, mare e cultura” che ha proposto una riflessione sulla Cina tra il Ministro degli Affari Europei, Vincenzo Amendola, e – come ha sottolineato l’annunciatrice – i sinologi Giada Messetti e Giuliano Sangiuliano, quest’ultimo Direttore del TG2 e autore de “Il nuovo Mao”. Intervistato, Sangiuliano ha confermato che la Cina è un’opportunità ma che rappresenta senza dubbio anche un pericolo. Subito dopo, mi è capitato di leggere un tweet sempre dello stesso Ministro Amendola, secondo cui “È stato un errore il memorandum d’intesa sulle vie della seta con la Cina. La Cina di Xi non è più quella di un tempo”.

Ora ho le idee più chiare su che cosa è indispensabile cercare di fare, meglio se tutti assieme.

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Di Guido Samarani per Sinosfere*

**Sinosfere è una rivista che si occupa di cultura cinese, intesa come l’universo molteplice e mutevole delle rappresentazioni che, viaggiando storicamente nel tempo e nello spazio, hanno variamente influenzato i particolari modi di vedere, di parlare e di sentire che informano la vita delle società cinese odierne. Creata da un gruppo di studi di storia e cultura cinese, Sinosfere vuole essere – come meglio si chiarisce in altro luogo – una piattaforma volta a esplorare e una discussione sulle dinamiche socio-culturali cinesi indagando su una logica peculiare che il governano.