Gran parte della letteratura su quel periodo sostiene che: per entrare a Shanghai non fossero necessari né il passaporto né il visto d’ingresso, che i cinesi accolsero e aiutarono i rifugiati con animo generoso e che i giapponesi, pur sotto la pressione della Germania, non sterminarono gli ebrei presenti in città per spirito umanitario. La realtà è però ben diversa e la finalità di questo lavoro è stato proprio di fare chiarezza su alcune dei punti fermi della storiografia di questo periodo per fare affiorare alcune verità.

In primo luogo, le ambasciate cinesi all’estero continuarono a richiedere e a rilasciare il visto d’ingresso per la Cina anche durante gli anni della seconda guerra mondiale, ma, dal momento che circolava voce che era possibile entrare liberamente a Shanghai, molti ebrei non lo richiesero. Tale confusione deriva dal fatto che il territorio di Shanghai era estremamente frammentato dal punto di vista politico: il potere non era nelle mani dei cinesi, bensì, a partire dal trattato di Nanchino del 1842, degli occidentali (francesi, inglesi e statunitensi istituirono in città le loro concessioni), dei ricchi e influenti ebrei sefarditi e, dal 1937, anche dei giapponesi. Nessuna di queste enclaves straniere aveva il reale potere, o l’intenzione, di controllare i passaporti degli ebrei: gli occidentali avevano solo potere amministrativo e i giapponesi, pur controllando l’area del porto, non impedirono l’ingresso agli ebrei perché non volevano urtare né gli stranieri presenti in città, né la Germania, loro alleata.

In secondo luogo, i cinesi accolsero sì gli ebrei, ma solo perché, non avendo potere nelle aree in cui questi ultimi si stabilirono1, non avrebbero potuto fare altrimenti; se da un lato sono poche le testimonianze di screzi tra cinesi ed ebrei, dall’altro lato si parla più che altro di indifferenza dei cinesi verso i rifugiati e viceversa: in tempo di guerra ognuno pensava innanzitutto alla propria sopravvivenza, per non parlare poi dell’ostacolo della lingua.

In terzo e ultimo luogo, se è vero che i giapponesi non sterminarono gli ebrei di Shanghai nonostante le pressioni da parte della Germania, è anche vero che agirono più per interesse che per umanitarismo. I cosiddetti “esperti della questione ebraica” giapponesi avevano infatti una visione distorta degli ebrei: erano convinti che controllassero l’economia e i media mondiali e insistettero quindi con le autorità giapponesi perché venissero salvati, per averli poi dalla loro parte e usare la loro presunta influenza per rendere il Giappone una super potenza. Il Giappone cedette solo parzialmente alle pressioni della Germania, istituendo, nel 1943, un ghetto nell’area di Hongkou, le cui condizioni erano, peraltro, di gran lunga migliori rispetto a quelle dei ghetti europei.

Indipendentemente da quello che fu l’atteggiamento di giapponesi, cinesi e rappresentanti delle legazioni straniere in quel periodo verso i rifugiati ebrei, la verità è che più di 20000 persone riuscirono a fuggire all’olocausto rifugiandosi in Cina.

Struttura del lavoro

La tesi è strutturata in tre capitoli principali.

Il primo capitolo, introduttivo, riguarda la storia degli ebrei in Cina dalle origini, ossia dalla dinastia Tang (唐朝, 618-907), fino alla seconda metà del 1800. Durante la dinastia Tang prosperarono i commerci e alcuni mercanti ebrei, attratti proprio dalle possibilità di guadagno offerte dalla Cina, iniziarono a recarvisi sia via terra, partendo dalla Persia e percorrendo la Via della seta (Sichouzhi lu, 丝绸之路), che via mare, dall’India. Inizialmente, fecero di città quali Hangzhou (杭州), Kaifeng (开封), Ningbo (宁波), Yangzhou (扬州), Quanzhou (泉州), Ningxia (宁夏) e Pechino (Beijing, 北京) delle semplici basi per i loro commerci, ma, in seguito, a partire dalla dinastia Song (宋朝, 960- 1279) vi fondarono delle vere e proprie comunità. È importante sottolineare che tutte queste comunità ebraiche non si estinsero, bensì si integrarono gradualmente nella società cinese, acquisendone i tratti culturali e linguistici. Gli ebrei smisero a poco a poco di praticare i loro riti religiosi e di parlare l’ebraico e, per via dei matrimoni misti, divennero presto indistinguibili dalla popolazione locale. Diverso è il caso degli ebrei che arrivarono in Cina a partire dalla seconda metà del 1800, in quanto, considerando la Cina come un paese temporaneo in cui vivere, mantennero le proprie peculiarità culturali, linguistiche e religiose ed ebbero pochi contatti con la popolazione locale. La comunità ebraica di Harbin (哈尔滨) si sviluppò dal 1896, quando la Cina, in cambio di protezione, permise alla Russia di costruire la China Eastern Railway. La Russia, che stava applicando misure e restrizioni sempre più rigide nei confronti degli ebrei, concesse agli ebrei che avevano talento negli affari o che erano, ad esempio, ingegneri, di recarsi in Manciuria per contribuire al suo sviluppo; alcuni di essi, soprattutto con l’inizio delle ostilità tra Cina e Giappone nel 1931, si spostarono in altre città della Manciuria e della Mongolia Interna (Nei Menggu, 内蒙古) oppure a Tianjin (天津) e Qingdao (青岛). In ognuna di queste città fondarono delle comunità, le quali iniziarono il loro declino durante la seconda guerra sino-giapponese (1937-1945) e cessarono definitivamente di esistere negli anni successivi alla seconda guerra mondiale.

Il secondo capitolo riguarda la comunità di rifugiati ebrei europei che si formò a Shanghai a partire dal 1933, a seguito della nomina di Adolf Hitler (1889-1945) a cancelliere. I rifugiati si aggiunsero agli ebrei sefarditi e aschenaziti, che si erano già stabiliti in città rispettivamente dalla metà del 1800 e dall’inizio del 1900. La vera e propria ondata migratoria di rifugiati ebrei europei si verificò tra il 1938 e il 1939, a seguito di alcuni eventi e provvedimenti presi dalla Germania nazista nel 1938, quali l’emanazione delle leggi razziali, la Notte dei cristalli (Kristallnacht) e l’implementazione dell’emigrazione forzata. Inoltre, la conferenza di Evian, tenutasi nel mese di luglio per discutere circa la questione ebraica, non diede i risultati sperati: la maggior parte dei paesi del mondo chiuse le proprie porte agli ebrei. In una situazione più che tragica, migliaia di ebrei scoprirono che avrebbero potuto entrare liberamente a Shanghai. Questa situazione di libertà durò fino all’estate del 1939, quando furono applicate le prime restrizioni all’eccessivo numero di ebrei in arrivo. Gli ebrei si stanziarono nelle concessioni, nei campi per rifugiati (i cosiddetti Heime) e nel distretto di Hongkou (虹口), il più povero e degradato della città e, nonostante le difficoltà dovute ai lavori umili che spesso dovevano svolgere, al clima e alle malattie, si impegnarono per condurre una vita il più normale possibile, fondando giornali e organizzando concerti, performance teatrali e gare sportive.

Il terzo capitolo si apre con una trattazione dell’antisemitismo giapponese, profondamente diverso dall’antisemitismo “classico”, fondamentale per comprendere le motivazioni che hanno portato i giapponesi a non fermare fin da subito l’influsso migratorio. Dopo lo scoppio della guerra del Pacifico nel dicembre del 1941, i giapponesi occuparono l’intera città e per un anno circa resistettero alle pressioni della Germania, loro alleata, che chiedeva lo sterminio degli ebrei presenti a Shanghai. Solo nel 1943 le autorità giapponesi emanarono un provvedimento circa l’istituzione dell’area ristretta per i rifugiati apolidi (wuguoji nanmin xianding diqu, 无国籍难民限定地区): tutti i rifugiati ebrei 2 arrivati a Shanghai dal 1937 e che vivevano al di fuori dell’area di Hongkou in cui fu istituito il ghetto furono costretti a trasferirvisi. Gli anni del ghetto, dal 1943 al 1945, sono descritti nelle testimonianze degli ex-rifugiati come i più difficili, principalmente a causa dell’affollamento dell’area e del razionamento del cibo.

 

*Chiara Franchini ha una laurea triennale chiara.franchini@edu.unito.it in Lingue e Civiltà dell’Asia e dell’Africa Università degli Studi di Torino poi completata con una laurea magistrale presso lo stesso ateneo.

**Titolo originale della tesi “ Shanghai: un’inattesa possibilità di salvezza per gli Ebrei in fuga dall’Olocausto”, discussa presso l’Università degli studi di Torino, Dipartimento di Studi Umanistici , Corso di Laurea in Lingue e Civoltà dell’Asia e dell’Africa, Anno accademico 2017-2018Relatrice:
Prof.ssa Stefania Stafutti Anno accademico 2017-2018