A fine anni Duemila, nei quartieri periferici di Dongguan, importante città industriale nel sud della Cina, alcuni giovani iniziavano a sfoggiare un vestiario bizzarro e creste viola, un mix estetico tra glam rock e visual kei. Erano i ragazzi Shamate, traslitterazione del termine inglese “smart”, cultura controversa che in breve tempo aveva attirato feroci prese in giro dal resto della società cinese.

Il Manifesto ha intervistato Li Yifan, regista di professione, che ne ha ricostruito la storia in un documentario uscito a dicembre del 2019, dal titolo, tradotto in inglese come “We Were Smart”. Li Yifan riapre il dibattito su un fenomeno che è stato capace di rispondere al senso di straniamento di chi ne faceva parte: giovanissimi che, dalle campagne, si riversavano in città per lavorare nelle catene di montaggio dei tanti siti manifatturieri.

Il documentario è in gran parte costruito con i filmati fatti in quel periodo dagli stessi Shamate, che di certo ci permettono di capire l’alienazione del lavoro in fabbrica e la vita nei dormitori delle fabbriche stesse. Perché questa scelta?

La società non ha mai davvero compreso cosa significava per quei ragazzi diventare Shamate. Perfino gli intellettuali di sinistra o gli attivisti del lavoro in Cina hanno una percezione distorta delle espressioni culturali dei lavoratori. Il problema è anche legato al fatto che internet permette a ogni discussione di ingigantirsi: i punti di vista si sovrappongono e la verità si perde.

Quindi ho pensato che non servisse la mia visione personale. Mi sono nascosto e ho fatto emergere le storie quei ragazzi, intervistandoli e utilizzando centinaia di loro video fatti in quegli anni. Le loro parole sono più convincenti e persuasive di quelle di chiunque altro e hanno molto da raccontare: l’infanzia senza genitori (anche loro in città per lavoro), l’arrivo in città, da soli, a quattordici o quindici anni, le condizioni di lavoro estenuanti e i problemi di integrazione.

Durante la realizzazione del documentario “We were smart”.

Durante l’intervista che ha rilasciato a China Labour Bulletin (ong del lavoro di Hong Kong), ha detto che “la zona della fabbrica è come un’enclave della città”. Infatti, molti raccontano che “non ha senso uscire dal luogo di lavoro”. Ma a un certo punto vediamo che la loro rete sociale è diventata sempre più coesa e gli Shamate hanno iniziato a vivere alcuni spazi a Dongguan, come il parco di Shipai e la pista di pattinaggio. Come avviene questo cambiamento?

Innanzitutto, le città cinesi sono straordinariamente grandi e i tanti quartieri che le compongono sono a loro volta piccole entità urbane. Ad esempio, Dongguan, dove la sottocultura è nata, conta circa dieci piccole città, ognuna delle quali è grande come una città europea. Nei primi anni Duemila, i soldi hanno iniziato a girare e le città si sono estese inglobando le aree rurali attorno. Nei quartieri periferici delle città meridionali e costiere della Cina sono nate numerose fabbriche e, attorno a esse, luoghi pubblici come parchi e piazze per gli operai che lavoravano nella zona. Con il tempo, quando sono cresciuti di numero e hanno fatto rete, gli Shamate si sono appropriati sì di quegli spazi, ma senza uscire dall’enclave. Come molti altri operai, era impossibile per loro integrarsi davvero in città.

Qual è la differenza tra le due generazioni di giovani migranti, tra gli Shamate e i loro genitori?

Tutti gli ottanta Shamate che ho intervistato sono lavoratori migranti di seconda generazione, un’espressione che indica che anche i loro genitori erano migrati in città per lavoro. La prima generazione non era istruita ed era approdata nei nuclei urbani a fine anni Novanta e nei primi Duemila, soffrendo condizioni di vita o lavoro di gran lunga peggiori di quelle attuali. Ma avevano obiettivi chiari: mettere da parte i soldi per tornare dove erano cresciuti e formare una famiglia o, se ne avevano lasciata una in campagna, inviarle gran parte dei guadagni, ristrutturare la casa ecc. Coloro che invece volevano restare in città erano comunque riusciti a inserirsi nel tessuto urbano.

La situazione qualche anno dopo è diversa. La seconda generazione ha studiato, molti Shamate dicono di aver finito perfino le scuole medie. Nel complesso, tutti erano capaci di leggere e usare internet quando sono arrivati in città, dopo il 2007. Ma si sono scontrati con una forte difficoltà: gli stipendi di fabbrica di 3000 o 4000 yuan non permettevano loro di comprare, o neanche affittare, una casa in città e non potevano fare altro che restare nei dormitori delle fabbriche dove lavoravano. Il tessuto urbano era cambiato e non c’era spazio per loro, ma nessuno voleva tornarsene in campagna, “dove la vita scorre lenta e non c’è nulla da fare”. Le scelte estetiche degli Shamate sono legate a questo senso di incertezza, all’impossibilità di trovare una propria dimensione futura, una problematicità simile a quella degli studenti universitari che dalle province centrali o occidentali del Paese arrivano a Shanghai o a Pechino,

Si può dire in qualche modo che questi giovani operai abbiano deciso di opporsi al regime di sfruttamento lavorativo? E siano per questo stati censurati?

La questione importante riguarda il modo in cui si sono organizzati. Gli Shamate sono partiti dalla loro condizione comune di soggetti sfruttati per costruire un proprio spazio organizzativo. Erano molto giovani e provati fisicamente dal lavoro, ma sono riusciti a fare rete e hanno dimostrato che dall’inadeguatezza fisica può nascere la volontà di opporsi, anche tramite pratiche di mutualismo: i ragazzi hanno raccontato che si supportavano a vicenda se qualcuno aveva bisogno di soldi o doveva risolvere una controversia sul lavoro.

Ecco perché a oggi molti di loro sono ancora legati a quelle acconciature stravaganti. Malgrado abbiano sofferto le prese in giro, siano stati discriminati e picchiati e alcuni dei loro account siano stati bloccati, non si è trattato di censura vera e propria. Semplicemente, il resto del Paese non era interessato a capirli e la società consumistica li considerava dei falliti. Con il tempo alcuni hanno messo su famiglia, altri si sono messi in proprio e la rete si è sciolta.

Ho letto un commento di un utente cinese sul fatto che se i lavoratori migranti hanno i capelli in questo modo, allora gli impiegati del 996 (orario di lavoro che impiega dalle 9 di mattina alle 9 di sera, per 6 giorni a settimana, tipico del settore tech) sono calvi. Sembra ancora ci sia una certa opposizione tra operai e colletti bianchi. Lei cosa ne pensa?

Dopo l’uscita del documentario, si è discusso molto di questa subcultura sui social. Molti impiegati si sentono nella stessa situazione di quei giovani operai, ma non è affatto così. I colletti bianchi di Shanghai o di Pechino sono istruiti e più consapevoli dei propri diritti in ambito lavorativo e, malgrado soffrano orari di lavoro stressanti, la loro sopravvivenza non è messa in discussione, come accade invece per i lavoratori migranti impiegati in professioni poco regolamentate. Il fenomeno Shamate è indicativo di quella generazione di operai del sud della Cina: il loro è stato un meccanismo di difesa nei confronti di una società che li emarginava.

Di Vittoria Mazzieri*

*Vittoria Mazzieri, marchigiana, si è laureata con lode a “l’Orientale” di Napoli con una tesi di storia contemporanea che verte sul caso Jasic. Più volte in Cina sia per studio che per diletto, ha maturato negli anni una forte attrazione per gli sviluppi poco sereni dell’attivismo politico dal basso del “paese di mezzo”.

[Pubblicato su il manifesto]