Joshua Wong, il 23enne simbolo delle campagne pro-democratiche che scuotono dal 2014 la città di Hong Kong è stato arrestato il 24 settembre, come riportato dal suo account Twitter. L’accusa è di aver preso parte ad un assembramento illegale il 5 ottobre 2019 e di aver violato la legge anti-mascherina che al tempo vietava il volto coperto. Uno strumento per facilitare il riconoscimento dei manifestanti durante le mobilitazioni anticinesi.

La notizia in sé non sconvolge: da anni nemico giurato di Pechino, Wong era già stato incarcerato più volte perché coinvolto movimento degli Ombrelli nel 2014. Il giovane attivista è anche facile bersaglio della legge sulla sicurezza nazionale, introdotta lo scorso 30 giugno per punire gli atti di secessione e la collusione con le forze straniere. Il suo arresto arriva infatti dopo una lunga serie di incarcerazioni a danno di altri esponenti pro-democratici, tra cui l’attivista Agens Chow e il magnate dei media Jimmy Lai.

Interessanti sono invece le dinamiche dell’arresto. Mentre Chow e Lai sono esplicitamente accusati proprio di collusione con le forze straniere e attività di secessione, a Wong sono state rivolte accuse minori, nonostante i suoi rapporti con governi e Parlamenti stranieri.

Wong è uno dei pochi a non aver lasciato Hong Kong dopo l’introduzione della legge. “Il mio arresto sembra imminente” aveva detto il 28 agosto al Financial Times. “Joshua si è preparato ad essere preso in ostaggio politico dal Partito Comunista Cinese” dice a poche ore dall’arresto un ex manifestante, che chiede di restare anonimo per non correre lo stesso rischio. “Il PCC vuole testare la sua influenza all’estero. Se non è abbastanza non uscirà mai. La comunità internazionale dovrebbe intervenire immediatamente”.

Invece, in tutti e tre i casi, i dissidenti sono stati rilasciati nel giro di poche ore. Circostanza singolare, visto che la nuova legge privilegia la custodia in carcere e sembra aver reso più difficili i rilasci su cauzione. Il rilascio potrebbe quindi spiegarsi, oltre che con l’impegno degli avvocati, come ricordato su Twitter da Nathan Law (altro leader degli Ombrelli in esilio a Londra), con la cautela di Pechino nel punire figure che godono delle simpatie occidentali. La “collusione con forze straniere” di personaggi come Wong, da anni ormai in stretti rapporti con le amministrazioni e la stampa estere, se da un lato costituisce il pretesto per colpirli, dall’altro rende quasi impossibile farlo silenziosamente.

Il Paese di mezzo vive un momento storico complesso: le accuse di responsabilità per la pandemia, la guerra tecnologica e commerciale con gli USA e le critiche sulle politiche in Xinjiang e ad Hong Kong mettono alla prova la diplomazia cinese. Così, mentre Pechino conferma la volontà di sottoporre i dissidenti a pressione giudiziaria, le circostanze potrebbero richiedere prudenza. E il futuro politico di Hong Kong si intreccia con il futuro giudiziario di Joshua.

Di Silvia Frosina*

**Silvia Frosina, nata a Genova nel 1996. Già laureata in Scienze Internazionali, dello Sviluppo e della Cooperazione all’Università di Torino, sta completando un Master in China Studies tra la SOAS di Londra e la Zhejiang University. Ha collaborato con Il Manifesto e con il capitolo londinese di NüVoices, un collettivo editoriale che investiga questioni relative a identità e parità di genere in Cina e Asia.