Domenica 5 gennaio, in tarda serata, un gruppo di uomini incappucciati si è introdotto indisturbato all’interno del campus della Jawaharlal Nehru University (Jnu) di New Delhi, prestigioso ateneo e punto di riferimento del progressismo indiano, attaccando con mazze e spranghe di ferro studenti e professori che stavano protestando contro il rincaro dei dormitori annunciato dall’amministrazione universitaria mesi fa.

Più di 40 persone sono finite in ospedale, con teste aperte e fratture, tra cui la presidentessa del sindacato degli studenti di Jnu, Aishe Ghosh, protagonista di un video già virale nella rete indiana. Nella clip mandata in onda dall’emittente Ndtv, Ghosh, coperta di sangue, denunciava l’aggressione squadrista e l’inazione delle autorità di polizia che avrebbero dovuto proteggere gli studenti all’interno del campus. A New Delhi, importante sottolinearlo, la polizia non risponde agli ordini dell’amministrazione locale, ma è gestita direttamente dal governo centrale.

Quarantotto ore dopo, i contorni della spedizione punitiva si sono fatti più chiari. La polizia – accusata di non aver mosso un dito per proteggere gli studenti – ha denunciato una decina di manifestanti (compresa Ghosh) per «vandalismo», incolpando i collettivi di sinistra già protagonisti della tenace mobilitazione nazionale contro la nuova legge per la cittadinanza (Caa) varata dal governo Modi. Stessa linea tenuta da gran parte dei mass media indiani: i facinorosi sono gli studenti.

Mentre questa vulgata presidiava lo spazio dell’informazione mainstream, sui social media hanno iniziato a girare screenshot di gruppi WhatsApp utilizzati per coordinare l’attacco da sigle vicine alla Rashtriya Swayamsevak Sangh (Rss), organizzazione paramilitare ultrahindu spina dorsale ideologica del partito di governo Bharatiya Janata Party (Bjp).

In uno di questi gruppi WhatsApp chiamato «Friends of Rss), figurano tra i membri almeno quattro studenti dell’Akhil Bharatiya Vidyarthi Parishad (Abvp, l’organizzazione studentesca del Bjp), due professori e due ricercatori. Uomini esterni all’università che sarebbero stati fatti entrare con armi contundenti al calar del sole, passando indenni i controlli di polizia che presidiano tutte le entrate del campus, e si sarebbero uniti a studenti della Abvp. Insieme, avrebbero inseguito studenti e studentesse fin dentro i dormitori, compresi quello femminile. Secondo quanto dichiarato al quotidiano Indian Express, gli studenti e professori membri dei gruppi WhatsApp di cui sopra – compreso un «United Against The Left» – sarebbero stati aggiunti al gruppo da «numeri anonimi».

Il vice chancellor (facente veci di rettore) di Jnu, M. Jagadesh Kumar, ieri ha esortato gli studenti a «far tornare la calma» e a mettere «il passato alle spalle»; risposta alle accuse durissime formulate dai collettivi, secondo i quali Kumar – un «fedele» della destra hindu al potere – sarebbe stato l’architetto della spedizione punitiva.

L’attacco a Jnu si inserisce a pieno diritto nello scontro nazionale tra gli studenti universitari, da settimane in mobilitazione contro il Caa seguiti a ruota dalla società civile, e l’esecutivo di Modi, alle prese con una contestazione mai così ampia e tenace negli ultimi sei anni di governo. A dimostrazione della coesione dell’ambiente studentesco, dalla notte di domenica centinaia di persone hanno occupato l’India Gate di Mumbai in solidarietà con gli studenti di Jnu. Simili manifestazioni interessano ormai decine di atenei, rafforzando uno strappo tra esecutivo e società civile che sembra ormai insanabile.

[Pubblicato su il manifesto]