In Thailandia, l’anno della grande pulizia dei prestanome continua. Le autorità hanno individuato una rete di oltre 50 mila società sospettate di usare cittadini thailandesi come prestanome per permettere a capitali stranieri di operare in settori a loro riservati – dal turismo all’agricoltura, dall’edilizia alla logistica. L’ultimo caso riguarda la filiera del cocco. Dalla nostra newsletter, riservata a chi desidera sostenere il nostro progetto e accessibile a questo link
Sicurezza alimentare, sviluppo rurale, lotta alla povertà nelle campagne: sono alcune delle giustificazioni che i governi del Sud-Est asiatico usano da anni per aprire l’agricoltura ai capitali stranieri. Ma cosa succede quando quel capitale, per legge, non potrebbe entrare direttamente – e allora si traveste da locale? È quello che le autorità thailandesi dicono di aver scoperto a marzo, dietro la facciata di una manciata di aziende di lavorazione del cocco nella provincia di Ratchaburi.
La legge thailandese sul prestanome agricolo
Il Foreign Business Act thailandese riserva ai cittadini del paese alcune attività considerate strategiche, tra cui l’acquisto diretto dal produttore agricolo. Per un investitore straniero che voglia comunque operare in questo segmento, la scappatoia più comune è la figura del นอมินี (“nominee”, termine inglese ormai entrato di fatto nel lessico legale thailandese – un cittadino locale che presta il proprio nome alla registrazione societaria, mentre il controllo reale resta in mano straniera.
La Central Investigation Bureau ha individuato quindici società di questo tipo legate alla filiera del cocco, distribuite tra Ratchaburi e l’area di Bangkok. Non è un fenomeno isolato al settore: indagini analoghe sulla pratica del nominee sono in corso anche in altri comparti dell’economia thailandese, tra cui: hotel e strutture turistiche, agenzie di tour operator, cliniche private, edilizia e compravendita immobiliare.
Il meccanismo: integrazione verticale e prezzo schiacciato
Le società coinvolte non si limitavano a comprare il prodotto sul mercato: affittavano direttamente le piantagioni, gestivano la lavorazione e l’imballaggio, e infine esportavano il prodotto finito. Controllando ogni anello della catena – dalla terra al container – potevano permettersi margini distorti su ciascun passaggio, senza che il prezzo pagato al contadino ne risentisse in modo visibile a un osservatore esterno.
Il risultato, secondo gli investigatori, è un differenziale che ha più il sapore di un’estrazione di valore che di un normale margine commerciale: il cocco veniva acquistato dai produttori a circa 2 baht l’unità, per poi essere rivenduto sui mercati internazionali a 35-50 baht – fino a venticinque volte il prezzo d’origine.
I numeri della crisi
Tra dicembre 2025 e febbraio 2026 il prezzo medio alla produzione del cocco aromatico thailandese è sceso da 5,75 a circa 3,20 baht, toccando punte sotto il baht per le noci di calibro più piccolo. Per i contadini della zona, spesso legati a questa coltura da generazioni, si è tradotto in un crollo di reddito immediato, proprio nei mesi in cui le esportazioni verso i mercati asiatici restavano solide.
La risposta del governo è arrivata su due binari paralleli. Il primo è amministrativo: la campagna “Quick Big Win” contro le società-prestanome avrebbe già ridotto del 60% il numero di aziende sospette individuate nel primo trimestre del 2026. Il secondo è normativo, e ancora in discussione: l’ipotesi di inserire la coltivazione e la lavorazione del cocco tra le attività riservate per legge ai soli cittadini thailandesi, alzando ulteriormente le barriere all’ingresso per i capitali stranieri travestiti da locali.
Cocco cinese: investimento o occupazione economica?
Il caso di Ratchaburi si inserisce in un pattern più ampio, che la Cina ha già sperimentato su scala più ampia con le terre rare, il litio e più di recente il nichel indonesiano: l’infiltrazione nell’anello più debole della supply chain – quasi sempre quello dell’estrazione o della produzione primaria – lasciando ai paesi produttori una quota minima del margine, mentre la trasformazione a più alto valore avviene altrove.
C’è poi una tensione interessante, se si guarda al modo in cui Pechino tratta la propria sicurezza alimentare in casa: lo stesso paese che all’estero si muove con disinvoltura attraverso filiere informali e strutture di facciata, sul fronte interno rincorre da decenni l’autosufficienza sui cereali con un approccio quasi ossessivo alla protezione delle proprie sementi e tecnologie agricole, al punto da finire più volte accusato da Washington e Bruxelles di furto di proprietà intellettuale nel settore. Due facce della stessa strategia: blindare l’accesso alle risorse critiche in patria, mentre all’estero si normalizzano pratiche difficili da accettare in casa propria.
Casi paragonabili di compratori legati a capitali cinesi che ridisegnano filiere agricole locali sono stati segnalati anche per il durian in Malesia e Vietnam, dove la domanda cinese ha già spinto intere economie rurali a riconvertire terreni alla sua coltivazione. Resta da vedere se altri governi della regione seguiranno l’esempio thailandese di una repressione mirata, o se il caso Ratchaburi resterà un episodio isolato in un sistema dove il prestanome continua a essere, semplicemente, il costo d’ingresso più comodo.
Formazione in Lingua e letteratura cinese e specializzazione in scienze internazionali, scrive di temi ambientali per China Files con la rubrica “Sustainalytics”. Collabora con diverse testate ed emittenti radio, occupandosi soprattutto di energia e sostenibilità ambientale.
