Per la prima volta il presidente russo nella più grande delle quattro isole amministrate da Mosca ma rivendicate da Tokyo. La visita è un segnale anche alla Nato, mentre il Cremlino approfondisce l’alleanza con la Corea del nord. Il ministro degli esteri cinese intanto va a Seul
Il 25 luglio sono arrivati al largo di Capo Nosappu, estrema punta orientale dell’Hokkaido. Qualche decina di persone, tra cui tre novantenni ex abitanti delle isole Curili e alcuni loro discendenti, hanno pregato da una nave guardando verso terre che non possono più raggiungere. Le visite alle tombe degli antenati sono sospese dal 2020 e non sono riprese dopo la guerra in Ucraina. Meno di tre settimane dopo, su una di quelle isole è sbarcato Vladimir Putin. È la prima volta che il presidente russo mette piede a Iturup (chiamata Etorofu da Tokyo), la maggiore delle quattro isole controllate da Mosca e rivendicate dal Giappone.
Una visita che arriva a ridosso del 15 agosto, anniversario della resa dell’impero nipponico alla fine della seconda guerra mondiale. Il giorno prima, Putin ha assistito alla fase finale delle esercitazioni navali da Yuzhno-Sakhalinsk, nell’Estremo oriente russo. È anche salito a bordo del Guards Varyag, incrociatore lanciamissili e ammiraglia della flotta russa nel Pacifico. Da qui, ha accusato la Nato di “infiltrarsi” sempre più a oriente creando “nuovi blocchi politico-militari”, in riferimento al rafforzamento della partnership tra Alleanza atlantica, Giappone e Corea del sud. “Cresce il potenziale di conflitto”, ha ammonito Putin, che sta a sua volta approfondendo l’alleanza militare con la Corea del nord.
Giunto a Iturup, il leader russo ha visitato uno stabilimento per la lavorazione del pesce, una scuola e un ospedale. Tutto come in una normale ispezione provinciale, ma in realtà una rara esibizione di sovranità. Senza dimenticare che sull’isola ci sono anche due aeroporti utilizzati da personale e mezzi militari. A Tokyo il messaggio è arrivato forte. La prima ministra Sanae Takaichi ha definito la visita “assolutamente inaccettabile” e incompatibile con la posizione giapponese sui “Territori Settentrionali”, considerati “parte integrante” del paese. L’ambasciatore russo Nikolai Nozdrev è stato convocato al ministero degli Esteri. Mosca ha rincarato la dose: “La terra russa resterà terra russa”, ha detto il viceministro Alexander Grushko. Dmitry Medvedev ha minacciato “mostruose conseguenze” per chi mette in dubbio la sovranità delle Curili.
Improvvisamente, si riapre la vecchia ferita di queste remote isole dell’arcipelago vulcanico, a metà tra Kamchatka e Hokkaido. È una questione precedente persino alla guerra del 1904-1905 che sancisce l’ascesa del Giappone imperiale. Nel 1875 Tokyo ottiene tutte le Curili cedendo in cambio l’isola di Sakhalin. Al tramonto della seconda guerra mondiale, l’Unione sovietica occupa le Curili. Oltre 17 mila giapponesi residenti sulle quattro isole meridionali sono costretti ad abbandonarle. Tokyo rinuncia alle Curili col trattato di San Francisco del 1951, ma sostiene che le quattro isole meridionali Etorofu, Kunashiri, Shikotan e Habomai non fossero comprese nella rinuncia.
La questione ha impedito ai due paesi di firmare un trattato di pace. Negli anni di Shinzo Abe, Tokyo provò ancora a trasformare cooperazione economica e rapporto personale con Putin in una leva negoziale. L’invasione dell’Ucraina ha sepolto quella stagione: il Giappone ha aderito alle sanzioni occidentali e la Russia ha sospeso i negoziati.
Da allora le Curili sono entrate in una partita più larga. Il Giappone ha avviato un processo di riarmo e rafforzato l’alleanza militare con Washington. A giugno il sistema americano a medio raggio Typhon è stato per la prima volta schierato a Kanoya durante le esercitazioni congiunte. La conservatrice Takaichi ha accelerato l’aumento delle spese militari, indicando nella Russia una “grave minaccia” per la sicurezza nazionale giapponese. Tokyo teme il crescente allineamento tra Mosca e Pechino, mentre l’alleanza militare tra Putin e la Corea del nord è già un dato di fatto dopo l’accordo di mutua difesa siglato nel 2024.
Negli ultimi giorni, l’Ucraina ha denunciato l’utilizzo di missili balistici nordcoreani negli attacchi su Zaporizhzhia, mentre Kim Jong-un sarebbe pronto all’invio di migliaia di nuovi soldati al fronte in cambio di soldi, tecnologia e supporto esplicito al suo programma atomico. Una dinamica che di fatto connette la guerra alle porte dell’Europa con l’Asia orientale: scenario temuto dal Giappone e forse auspicato dalla Russia. Anche la Cina osserva questi movimenti. La retorica anti Nato di Putin fa gioco a Pechino sul Pacifico e si aggiunge alle ripetute accuse sul riarmo giapponese, pressoché quotidiane dopo la crisi diplomatica avviata dalle parole dello scorso autunno di Takaichi a supporto di Taiwan.
“La Cina esorta il Giappone a rispettare l’ordine internazionale del dopoguerra, stabilito da documenti giuridici internazionali come la Dichiarazione del Cairo e la Dichiarazione di Potsdam”, ha dichiarato non a caso il portavoce del ministero degli Esteri cinese Guo Jiakun in merito alla disputa sulle Curili. Guo ha aggiunto che Pechino “ha sempre sostenuto che i risultati della vittoria” nella Seconda guerra mondiale debbano essere “sinceramente rispettati e difesi”. Tra quei risultati, sostiene Pechino, c’è anche la restituzione di Taiwan.
Eppure, la nuova crisi col Giappone e l’asse con Pyongyang rischiano di favorire l’ampliamento del coordinamento militare tra Washington, Tokyo, Seul e Manila. Proprio quello che Xi Jinping vorrebbe evitare. Rilevante, allora, che il ministro degli esteri Wang Yi sia atteso la prossima settimana in Corea del sud. Sulla già complessa mappa delle tensioni dell’Asia-Pacifico, intanto, sono riapparse anche le Curili.
Di Lorenzo Lamperti
[Pubblicato su il Manifesto]
Classe 1984, giornalista. Direttore editoriale di China Files, cura la produzione dei mini e-book mensili tematici e la rassegna periodica “Go East” sulle relazioni Italia-Cina-Asia orientale. Responsabile del coordinamento editoriale di Associazione Italia-ASEAN. Scrive di Cina e Asia per diverse testate, tra cui La Stampa, Il Manifesto, Affaritaliani, Eastwest. Collabora anche con ISPI. Cura la rassegna “Pillole asiatiche” sulla geopolitica asiatica.

