Quando Vladimir Putin assunse per la prima volta l’incarico di presidente della Federazione Russa, le Torri Gemelle erano ancora al loro posto e la Cina non aveva ancora fatto il suo ingresso nella World Trade Organization (Wto). Mosca pensava di poter diventare un partner degli Stati Uniti e dell’occidente. Sono passati oltre venti anni e, mentre Putin incassa il sì al referendum costituzionale che gli consegna di fatto la presidenza fino al 2036, molto (se non tutto) è cambiato.

La pandemia da coronavirus ha accelerato un processo di transizione che si è risolto in una non successione e una prosecuzione semi indefinita del putinismo. Una svolta arrivata prima all’Assemblea federale e poi con un passaggio più che altro simbolico (vista la totale incertezza sull’esito del voto) alle urne. Tutto programmato come da migliore tradizione: il 24 giugno parata a Mosca per la celebrazione del Giorno della Vittoria (nel quale la Russia festeggia il ko inflitto ai nazisti nella Seconda guerra mondiale). Il 25 giugno via alle operazioni di voto del referendum, concluse mercoledì 1° luglio.

Il 77,92 per cento dei votanti ha sostenuto la riforma costituzionale di Putin e il 21,27 per cento ha votato contro. Il Cremlino ha definito “un trionfo” del presidente Putin il risultato, con il popolo russo che “ha confermato la sua fiducia nel presidente”. Il presidente, da parte sua, ha ringraziato i cittadini “per il sostegno e la fiducia” che consentono di approvare un pacchetto di emendamenti costituzionali che, tra le altre cose, prevede la rimozione del vincolo dei due mandati, o meglio l’azzeramento dei mandati di Putin.

La prima volta, nel 2008, Putin si era (almeno ufficialmente) messo in panchina ricoprendo per quattro anni il ruolo di primo ministro lasciando il proscenio al fidato Dmitrij Medvedev. Stavolta, invece, ha deciso di non interrompere il suo ormai lunghissimo mandato presidenziale. Potenzialmente, Putin potrà restare al Cremlino fino al 2036.

Si sapeva che l’obiettivo era quello. L’unico dubbio era capire come sarebbe stato raggiunto. Si pensava alla creazione di un nuovo ruolo da supervisore o “padre della patria”. Altri avevano immaginato la riunificazione con la Bielorussia di Lukashenko e la creazione di una nuova entità federale. Minsk invece si lascia corteggiare sia dalla Cina sia dagli Stati Uniti. E allora Putin ha deciso, complice anche il Covid che ha accelerato, portando maggiormente alla luce, tendenze e ambizioni politiche e geopolitiche a diverse latitudini del globo.

Come accaduto per la Cina, chi pensava che la fine del duopolio Usa-Urss portasse a una democratizzazione occidentalizzante per la Russia sbagliava. Al contrario di Pechino, su Mosca è stato più per volontà degli Stati Uniti, che continuano a utilizzare lo spauracchio di Mosca per tenere legata alla vita la cintura dei paesi europei nord orientali, scongiurando un’ipotetica convergenza tra Germania e Russia. La Crimea è stata la definitiva spinta di Mosca verso oriente, in un progressivo avvicinamento a Pechino che potrebbe trasformarsi anche in abbraccio.

Gli Stati Uniti di Donald Trump e dell’America First hanno creato un’opportunità per la Russia. I vuoti lasciati in Medio Oriente, nel Mediterraneo e in Africa sono stati riempiti non solo da Pechino ma anche da Mosca. L’avvicinamento alla Cina potrebbe essere più strategico che sostanziale, utile arma negoziale per essere riammessi nella schiera dei partner dell’occidente. Nel frattempo prosegue un complicato esercizio di equilibrismo di alterità mentre non solo Cina, ma anche Turchia, agiscono con spavalderia in tradizionali zone d’influenza russa.

Emmanuel Macron e Angela Merkel sono tra i fautori di un riavvio del dialogo, anche geopolitico oltre che commerciale, con la Russia. Evitare l’abbraccio tra Mosca e Pechino potrebbe consentire all’Europa di proseguire l’inerzia post bellica. Resta da capire che cosa ne pensano, e che cosa ne penseranno gli Stati Uniti. Nel dubbio, sperando di non essere costretto dalle mosse altrui a prendere decisioni che altrimenti non si prenderebbero mai, Putin ha deciso intanto di seguire la strada di Xi Jinping e di eliminare il vincolo dei due (suoi) mandati presidenziali. Tempi sovranisti, nazionalisti e pandemici, tempi da uomini forti. E triangoli pericolosi.

[Pubblicato su Affaritaliani]