Kim Ki-duk, a differenza della sua celebre pellicola, non vedrà un’altra primavera. L’acclamatissimo, seppur controverso, regista sudcoreano è infatti deceduto venerdì 11 dicembre, in Lettonia. La sua morte, tanto quanto la sua vita, sconvolge il mondo del cinema.

Chiunque sia appassionato di cinema orientale, ma anche di cinema d’autore, difficilmente avrà potuto evitare di venire a conoscenza del suo nome o delle sue opere. Vincitore di un Leone d’oro e uno d’argento alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, rispettivamente per i film “Pietà” e “Ferro 3 – La casa vuota”, Kim Ki-duk è stato uno dei primi registi coreani a ottenere riconoscimenti e fama in Occidente, paradossalmente molto più che in patria.

Tuttavia, le sue opere hanno da sempre diviso i critici e il pubblico. Il mix di violenza ed esasperazione della sessualità che le contraddistingue non è mai stato facilmente “digeribile”, e talvolta ha disgustato, ma allo stesso tempo affascinato, l’audience mondiale. Emblematica in tal senso fu la presentazione, proprio a Venezia, del film “L’isola”: la proiezione venne interrotta temporaneamente per lo svenimento di una persona, mentre durante i titoli di coda metà del pubblico applaudì, l’altra metà fischiò. Un debutto non particolarmente felice, che però segnò l’inizio di una sempre crescente partecipazione a festival internazionali.

La fama non gli è di certo mancata. Eppure, la sua carriera è stata anche alquanto travagliata. Durante le riprese del film “Dream”, ad esempio, un’attrice rimase uccisa. Questo evento sarà poi il soggetto del documentario “Arirang”, un soliloquio del regista in cui confessa i suoi conflitti interiori e sensi di colpa derivanti dall’incidente. Nel 2018, invece, viene denunciato per molestie sessuali da un’altra attrice. Accuse successivamente cadute per mancanza di prove. Da allora, tuttavia, varie denunce si sono susseguite e la sua fortuna, soprattutto in Corea, è cominciata a scemare.

Come la sua vita, anche la sua arte rimane ancora controversa. Per quanto toccanti, le sue pellicole sono spesso violente, se non addirittura brutali, con elementi che possono sembrare al limite dell’inumano. Tuttavia, tanta crudezza non è mai semplicemente fine a se stessa: essa vuole invece rappresentare la natura umana nelle sue accezioni più spietate e ancestrali. Kim Ki-duk dà infatti vita a personaggi complessi e tormentati, che rivelano i più reconditi istinti dell’essere umano. Vero è che la comunicazione ridotta all’osso, se non del tutto assente (come in “Moebius”), e costanti simbolismi rendono la comprensione dei film talvolta problematica. La rappresentazione di una così impietosa realtà, infine, può spaventare, forse anche inorridire, lo spettatore, ma non può lasciare indifferenti. Ogni film di Kim Ki-duk è uno shock emotivo e, al tempo stesso, uno spunto di profonda riflessione.

Tra i suoi film, il più fruibile e accessibile, “Primavera, estate, autunno, inverno… e ancora primavera”, è anche quello che più ha avuto successo in Italia tra il grande pubblico. In esso, come suggerisce il titolo, il tema della ciclicità è centrale e anche la morte ha una sua continuità: nel finale, un monaco buddista viene a mancare, ma il suo adepto lo sostituisce e con lui ricomincia la “primavera” della vita. Kim Ki-duk lascia un sostanziale vuoto nel panorama del cinema coreano e asiatico. Tuttavia, l’industria cinematografica coreana, ormai in un’inarrestabile espansione (come dimostra il premio Oscar a “Parasite“), ha sicuramente giovato della fama del regista, il quale ha in parte aperto la strada all’internazionalizzazione del cinema sudcoreano nel mondo. Questa è la continuità che lascia, alla Corea e al mondo, il maestro Kim. Questa è la sua vera primavera.

Di Eva Mazzeo*

*Studentessa di Relazioni Internazionali e di cinese all’Università di Torino e al SOAS di Londra