Modi, costretto a venire a patti con il movimento degli scarafaggi, fa saltare un suo ministro. Consente anche il risarcimento delle famiglie dei suicidi, e cadono i procedimenti legali contro chi ha manifestato. Ma in tanti vogliono continuare la protesta
Le dimissioni del ministro dell’istruzione Dharmendra Pradhan arrivano nel primo pomeriggio indiano, postate sull’account X del ministro. Ma le migliaia di manifestanti che da giorni occupano lo slargo di Jantar Mantar, a meno di un chilometro dal parlamento di New Delhi, ancora non lo sanno: per ordine del ministero degli interni, la rete internet in tutto il centro amministrativo della città è sospesa e idem il servizio della metropolitana. La notizia ci mette quindi alcuni minuti ad arrivare, il tempo che qualcuno rientri a piedi nell’area di blackout delle comunicazioni nel cuore della più grande democrazia del mondo.
QUANDO ARRIVA, esplode la festa e si canta vittoria, perché effettivamente è la prima volta in 12 anni di governo della destra hindu che il primo ministro Narendra Modi è costretto, dietro pressione popolare, a far saltare la poltrona di uno dei suoi ministri. In altre parole, è la prima volta che l’inscalfibile corazzata del consenso costruita attorno al suprematismo hindu è dovuta scendere a patti con le istanze sollevate dalla società civile.
Dal palco di Jantar Mantar il fondatore e volto del Cockroach janta party (Cjp, partito popolare degli scarafaggi) Abhijeet Dipke prende il microfono e urla «ce l’abbiamo fatta!» davanti a una folla Gen Z in delirio, ma non si lascia scappare un timido rilancio: gli scarafaggi hanno altre due richieste, risarcimento alle famiglie degli studenti suicidi a causa della debacle degli esami Neet e la garanzia di far cadere ogni procedimento legale nei confronti di chiunque abbia protestato nelle strade delle città indiane in questa settimana storica e rovente.
ENTRAMBE le richieste saranno accolte poche ore dopo, durante una conferenza stampa congiunta tra il ministro della salute J.P. Nadda e i due portavoce degli «scarafaggi», con tanto di stretta di mano a favore di telecamera. Pochi minuti dopo uno di loro, Saurav Das, annuncia che il Cjp ufficialmente conclude la protesta e si incontrerà di nuovo con una delegazione del governo tra un mese, per discutere delle riforme da introdurre nel sistema dell’educazione pubblica indiana.
Per tutta la giornata di ieri influencer, celebrità, giornalisti e giornaliste e personalità politiche solidali al movimento degli scarafaggi faranno sapere con ogni mezzo possibile che questo sarà ricordato come un evento storico, un trionfo della democrazia e del popolo indiano, mentre il leader dell’Indian National Congress (Inc, il principale partito di opposizione) Rahul Gandhi prova a mettere a segno alcuni colpi di posizionamento strategico, esaltando lo spirito combattivo della Gen Z e annunciando lotta senza quartiere in parlamento per vigilare sulle promesse estese dall’esecutivo.
SE LA VITTORIA degli «scarafaggi» si deve misurare in base alle richieste formulate, senza dubbio siamo di fronte a un trionfo totale. Ma in questi giorni di mobilitazione eccezionale nelle principali metropoli del subcontinente indiano la partecipazione della Gen Z ha travalicato i confini «ragionevoli» segnati dal Cjp, mostrando una parte delle piazze che ha assaporato un risultato ben più radicale delle dimissioni del capro espiatorio Pradhan.
I social traboccano di appelli a non fermarsi. Uno slogan molto diffuso ad esempio è «Dharmendra jhanki hai, Narendra baaki hai», cioè qualcosa come «Dharmendra è l’inizio, il prossimo è Narendra», invocando un proseguimento delle proteste che ora potrebbe farsi estremamente pericoloso.Lo sanno ad esempio i collettivi studenteschi di sinistra che in questi giorni hanno protestato a Patna, in Bihar, dove la polizia non ha esercitato il contegno riservato alla Gen Z «ripulita» del centro di New Delhi e ha malmenato indiscriminatamente chi era in corteo, arrestando 146 persone. Senza spingersi fino in Kashmir, dove nelle ultime 24 ore in seguito all’uccisione di un poliziotto le forze dell’ordine hanno arrestato almeno 2.500 persone.
LA STRETTA di mano tra Cjp e governo Modi in questo senso certifica una pacificazione – temporanea? – con un segmento ristretto della Gen Z indiana: quella urbana, della classe medio-alta, nella migliore delle ipotesi apolitica, che dall’inizio della mobilitazione si è strategicamente tenuta ben alla larga da un’intersezionalità delle lotte che nei vicini Bangladesh e Nepal, negli ultimi anni, aveva portato a un ribaltamento radicale della classe politica al potere.
Per Modi questo era lo scenario da scongiurare, e così è stato fatto, sostituendo al vertice del ministero dell’istruzione un membro a vita dell’organizzazione estremista della destra hindu Rashtriya swayamsevak sangh (Rss) con un altro membro a vita della medesima organizzazione, Pralhad Joshi.
Se tutte le componenti della Gen Z più numerosa della Terra saranno soddisfatte di questo risultato, lo vedremo nei prossimi mesi.
[Pubblicato su ilmanifesto]