Diciamoci la verità: Cappuccetto Rosso non era molto sveglia!  Sicuramente una brava e gentile bimba, affezionata alla nonna, questo sì, ma sveglia proprio non direi. Quel suo saltellare nel tetro e pericoloso bosco per cogliere fiori e sentire i cinguettii degli uccelli, già la connotano come una gioconda sciocchina; e poi, quelle domande tanto ingenue da rasentare l’idiozia! Cara Cappuccetto Rosso, ma di chi vuoi che siano quelle orecchie lunghe e pelose, quegli occhi grossi come fanali, quella bocca munita di zanne spaventose?  Ma del lupo, diamine!! E perché gli servano tutti quei terribili ammennicoli lo sanno persino i bambini ai quali si racconta la tua favola. Per sbranarti, benedetta figliola!!

Per fortuna, la versione cinese di Cappuccetto Rosso – che pure mette in scena la vecchia nonna divorata dal lupo cattivo – tira su il Q. I. della fiaba. Due sono gli elementi che contribuiscono a ciò: un espediente brillante seppure scatologico e dunque maleodorante, e tre sorelline come protagoniste, di gran lunga più intelligenti e divertenti della bambina di cui ci hanno narrato durante l’infanzia.  Non vi racconto i dettagli della storia perché, dopo, devo parlare di tante altre cose, ma vi dico che per potere attaccare il lupo che le assediava nella loro casa, le tre birichine chiedono al cattivone di farle uscire per defecare; la bestia, schizzinosa, chiamandole «ragazzine schifose», dà loro il permesso e, alla fine, le tre astutelle, rifugiatesi su un albero, riescono a impiccare il feroce carnivoro. Va detto, però, che la morale nella versione cinese della favola è la stessa di quella occidentale: attenti al lupo!

In questi tempi, però, a Napoli devono avere dimenticato Cappuccetto Rosso e la sua trepidante storia perché in quella città nessuno fa attenzione ai lupi, neanche a quelli cinesi.  Senza un’ombra di paura, come anelando a sanfranceschizzarsi, intere famiglie li accarezzano, i bambini li cavalcano, si fanno selfie con le loro fauci spalancate sotto l’occhio bonario e tranquillo di genitori e nonni, scolaresche vocianti e allegre bivaccano tra gli animali sbocconcellando fragranti merendine e appetitosi panini che le bestie non degnano di uno sguardo. Eppure sono lupi, e dunque uno sguardo di tutto rispetto ce l’hanno. Uno sguardo ferreo…

È proprio così: dal 14 novembre 2019 e fino al 31 marzo 2020, in piazza del Municipio, a pochi passi dal maestoso Maschio Angioino, con il Vesuvio sullo sfondo, una muta di un centinaio di lupi di ferro a grandezza naturale, dal peso di circa 280 kg ciascuno, assedia il palazzo del Comune difeso da un’altra statua, un guerriero con tanto di spada sguainata. Non è l’abituale assedio vociante e scalmanato nel quale si scandiscono slogan e si esibiscono cartelli con rivendicazioni di diritti o servizi, come spesso si vedono fare gli umani in quella piazza; no, i lupi di ferro sono silenti, immobili in eleganti e feroci pose naturali, e costituiscono un’istallazione di Liu Ruowang 刘若望, un artista cinese molto noto in tutto il mondo per le sue sensazionali sculture seriali.

L’esposizione napoletana è stata organizzata dalla Lorenzelli Arte con la collaborazione di Alfred Mirachi (in arte Milot), un artista albanese che sbarcò come profugo in Italia nel 1991 e che, ospitato a Cervinara in Irpinia, oggi ne è uno dei più prestigiosi cittadini. I lupi di Liu Ruowang sono arrivati su quindici TIR a Napoli dalla Germania dov’erano esposti, e hanno invaso la piazza del Municipio. L’artista ha dichiarato che i lupi rappresentano «la molteplicità delle difficoltà che l’uomo incontra nel corso della vita, che siano culturali, sociali o politiche; e il guerriero che si erge attaccato dalla muta, rappresenta l’Uomo che domina le difficoltà. La lotta dei lupi e dell’uomo è la medesima: diventare liberi.»

I lupi di Liu Ruowang non sono che l’ultima delle sue istallazioni costituite da sculture in serie, che hanno avuto risonanza in diversi Paesi oltre che in Cina (Singapore, Corea del Sud, Nuova Zelanda, Italia, U.S.A., Francia, Germania). Se ci chiediamo quale sia la fonte di ispirazione che ha catalizzato Liu nel concepire e modellare le sue statue, sempre in gruppo, simili ma non uguali, la risposta la troviamo nel terreno in cui la sua vita affonda le radici: la provincia che fu culla della civiltà cinese. Infatti, egli è nato nel 1977 a Jiaxian 佳县nello Shaanxi 陕西, la provincia che ha per capitale Xi’an 西安 sede di molte dinastie dell’antichità. È a 35 km da Xi’an che si trova la tomba del Primo Imperatore protetta da circa ottomila guerrieri in terracotta, a grandezza naturale, ognuno differente dall’altro, che a pari merito con il tesoro di Tutankhamon costituiscono la più grande scoperta archeologica del Novecento. L’esercito di terracotta di Xi’an è l’antenato delle istallazioni di Liu Ruowang.

Doverose alcune note biografiche sull’artista. Dopo avere studiato moda e design presso il Northwest Textile Engineering College di Xi’an, Liu nel 1999 si trasferì a Pechino dove si perfezionò alla Central Academy of Fine Arts. Il 2005, anno in cui terminò gli studi, fu anche l’anno del suo primo exploit perché presentò con grande successo, la serie di sculture  “Donfang hong” 东方红 (nelle esposizioni internazionali “East is Red”, “L’Oriente è rosso”), prendendo a prestito il titolo dell’inno dedicato a Mao Zedong 毛泽东, inno che all’epoca della Rivoluzione Culturale era diffuso all’alba e al tramonto in ogni luogo pubblico di tutti i villaggi e di tutte le città cinesi («L’Oriente è rosso, il sole è sorto/la Cina ha generato Mao Zedong./Egli vive per il popolo, a lui dobbiamo la nostra salvezza./Mao Zedong ama il suo popolo/egli è il nostro timoniere/etc. etc. etc.)

Ritornando a Cappuccetto Rosso e ai lupi cinesi, voglio aggiungere una cosa che mi sembra molto interessante. Sfogliando un vecchio numero (del 13 novembre 2013) della prestigiosa rivista scientifica americana “PLOS One” (PLOS sta per Public Library of Science, e nel comitato scientifico della pubblicazione ci sono premi Nobel e scienziati di fama), mi sono imbattuto in un articolo che poi ha catalizzato l’idea per scrivere questa Pillola. L’articolo in questione, firmato da Jamie Tehrani antropologo presso l’Università di Durham (U.K.), ha per titolo “Science on the trail of The Wolf and Little Red Riding Hood” (La scienza sulle tracce del Lupo e di Cappuccetto Rosso). Lo studioso applica un algoritmo agli antichi racconti e miti per studiarne l’origine, e giunge alla conclusione che la fiaba della nostra stupidella con mantello e cappuccio color del fuoco, è nata circa mille anni fa come variante di un’altra favola che risalirebbe al I secolo, “Il lupo e sette capretti”. Riassumiamo quest’ultima: il lupo cattivo, dopo avere mangiato miele per addolcire la voce, e dopo avere ricoperto con farina le nere zampacce, irretisce e poi divora sei capretti lasciati soli in casa da mamma capra. Il settimo capretto si salva nascondendosi in un mobile. Quando mamma capra rientra, il piccolo salta fuori e le racconta dell’orrendo pasto di cui i fratellini hanno fatto la parte della pietanza. Armatasi di un coltellaccio, la capra trova il lupo addormentato sotto un albero e lo sventra salvando i capretti che erano stati ingoiati con ingordigia, e dunque ancora tutti interi.

Voi vi chiederete cosa c’entra tutto ciò con i lupi cinesi. Ve lo dico subito. L’antropologo Therani, per comprendere la paternità dalla favola di Cappuccetto Rosso dei Fratelli Grimm (secolo XIX), è andato a ritroso nel tempo ed è risalito alle fiabe antenate: da quella di Charles Perrault (secolo XVII), fino ad arrivare alle antiche versioni africane e asiatiche in cui l’essere feroce è l’orco o la tigre. In totale, egli ha sottoposto cinquantotto varianti di favola alla stessa analisi statistica con cui i biologi stabiliscono i gradi di parentela tra le specie viventi per classificarli e per studiarne l’evoluzione. La conclusione della ricerca è che, se la favola originaria è di origine europea, quella cinese, però, è più evoluta, complessa ed elaborata perché ha mescolato racconti del proprio folklore con le diverse versioni di Cappuccetto Rosso giunte in Oriente attraverso le Vie della Seta.

Lasciando da parte Cappuccetto Rosso ma rimanendo con i lupi cinesi, non mi rimane che consigliare la lettura del romanzo “Lang Tuteng” 狼图腾 (“Il Totem del Lupo”), di Jiang Rong 姜戎, pubblicato nel 2004, che parla di un lupo e di uno studente inviato a lavorare nella Mongolia Interna durante la Rivoluzione Culturale. Con i suoi circa venticinque milioni di copie vendute in trentanove lingue e centodieci paesi, è il più recente romanzo cinese best-seller; da esso è stato tratto il film “Le dernier loup” del regista Jean-Jacques Annaud (lo stesso che diresse “In nome della rosa”).

Possiamo concludere dicendo che se i napoletani non hanno paura dei lupi, i Cinesi, se possibile, ne hanno ancora meno. E non lo dico io ma lo affermò l’11 settembre 2018 un articolo del Changsha Wanbao 长沙晚报 (Changsha Evening News) per commentare l’adesione nel 2001 della Cina al W.T.O. (World Trade Organization, Organizzazione Mondiale del Commercio): «I Cinesi hanno smesso di avere paura del lupo, oggi ci danzano assieme.»

Di Isaia Iannaccone*

**Isaia Iannaccone, nato a Napoli, chimico e sinologo, vive a Bruxelles. Membro dell’International Academy of History of Science, è specialista di storia della scienza e della tecnica in Cina, e dei rapporti Europa-Cina tra i secoli XVI e XIX. È autore di numerosi articoli scientifici, di trattati accademici (“Misurare il cielo: l’antica astronomia cinese”, 1991; “Johann Schreck Terrentius: la scienza rinascimentale e lo spirito dell’Accademia dei Lincei nella Cina dei Ming”, 1998; “Storia e Civiltà della Cina: cinque lezioni”,1999), di due guide della Cina per il Touring Club Italiano e di lavori per il teatro e l’opera. Ha esordito nella narrativa con il romanzo storico “L’amico di Galileo” (2006), best seller internazionale assieme al successivo “Il sipario di giada” (2007, 2018), seguiti da “Lo studente e l’ambasciatore” (2015), “Il dio dell’I-Ching” (2017) e “Il quaderno di Verbiest” (2019)