Quante gliene stanno dicendo alla Cina! Che vuole legare a sé, per dominarli, i Paesi in via di sviluppo! Che si mangerà economicamente l’intero continente africano! Che ambisce a conquistare il mercato mondiale! Che con il 5G vuole impadronirsi dei sistemi di comunicazione planetari per spiare e piratare! Che, dopo avere dato vita alle più importanti invenzioni che hanno traghettato il mondo dal buio alla civiltà (carta, bussola, polvere da sparo, ceramica), ora sta inventando la Nuova Via della Seta per penetrare nel cuore dell’Asia, del vicino Oriente e dell’Europa e appropriarsi di porti, ferrovie, aeroporti, industrie! Ultima nel tempo: che per mettere in ginocchio il mondo e prendere il sopravvento, ha scatenato il covid-19!

Assieme agli USA e alla Russia, la Cina vuole giocare nel cortile dei grandi, vuole essere una superpotenza. Come si permette? Non ha neanche la democrazia ma la dittatura del Partito Comunista! Cose da pazzi!

Ragioniamo. La Cina non fa altro che tentare in modo meno violento di quanto fecero e fanno le potenze occidentali, di conquistare il predominio di mercati, risorse, vie di comunicazione. Dunque, così fan tutte. C’è poi la questione morale della “democrazia”. A essere pragmatici, non so se gli USA, con un sistema elettorale indiretto ed elitista – nel quale per esprimere il voto bisogna richiedere l’iscrizione alle liste elettorali dichiarando se si è democratici, repubblicani o indipendenti – sia da annoverare tra i Paesi che hanno una democrazia veramente rappresentativa; in più è lecito domandarsi che razza di democrazia sia quella in cui ogni anno muoiono migliaia di persone per armi da fuoco (il record, per ora, è del 2017 con 14.542 vittime), senza contare quelle morte per l’impossibilità economica di accedere a cure mediche. Quanto alla Russia, ha un sistema elettorale assimilabile a quelli da noi reputati democratici, ma partecipa, assieme a Paesi come Messico, Venezuela e Bangladesh alla triste competizione di chi ha più giornalisti assassinati o scomparsi: per la Russia, negli ultimi venti anni, il numero è di 300, e un cittadino su dieci è stato oggetto di violenze poliziesche. Democrazia in Russia? Fate un po’ voi!

Che la Cina sia bistrattata dall’Occidente è una storia che viene da lontano. Da quando Matteo Ricci (1552-1610) scoprì che il mitico Catai di Marco Polo altro non era altro che il Celeste Impero, e ne descrisse la storia, la cultura e i costumi nella sua famosa “De Christiana Expeditione apud Sinas” (1615), disegnandone la fisicità in una carta geografica che è un vero capolavoro oltre che la prima con paralleli e meridiani apparsa in Oriente, fino a oggi se ne sono dette e scritte talmente tante contro la Cina e i Cinesi che non basterebbe neanche il server di Pornhub per contenerle tutte. Né io riuscirei a enumerarle. Per darvi un’idea del tono dispregiativo usato regolarmente da certi Occidentali, dunque volerò basso, mi limiterò a raccontarvi tre barzellette pubblicate a fine Ottocento nelle pagine del periodico francese “L’Illustration”. Permettetemi, però, di dirvi queste barzellette partendo dal medioevo. Insomma, se vi va di continuare, abbiate pazienza.

Tra il 1356 e il 1383, prima Carlo V – detto “il Saggio” – e poi suo figlio Carlo VI – detto “il Folle” – fecero costruire e completare una nuova cinta muraria di Parigi che andava estendendosi sulla rive gauche. Le antiche mura di Filippo II – detto l’Augusto – furono quindi smantellate, e il canalone che le bordava e che arrivava fino alla Senna cambiò funzione: da fossato divenne strada cittadina. A essa, nel 1489, venne dato il nome di rue de Seine.

Oggi, essa è un elegante via del VI arrondissement, bordata di negozi e locali alla moda, e vanta un pédigrée rimarcabile: era qui che sorgevano i palazzi della regina Margot e quello dei La Rochefoucauld-Liancourt con il giardino che le cronache d’epoca dicevano essere il più bello di Parigi; in rue de Seine abitarono D’Artagnan, Armande-Grésinde-Claire-Élisabeth Béjart (vedova di Molière), Juliette Gréco, Jean-Paul Sartre con Simone de Beauvoir, Marcello Mastroianni, e una pletora di altri artisti, politici, nobili e nobilastri vari… Ed è nel Rock’n Roll Circus (oggi WAGG, ossia Wisky à gogo), il cui ingresso attuale è nella parallela rue Mazarine,  che nel 1971 Jim Morrison, cantante del gruppo psichedelico The Doors, fu colpito dall’infarto assassino o, secondo la versione ufficiosa, consumò l’overdose di eroina che gli fu fatale.

Tutto questo mio interesse per la rue de Seine, però, non è dettato da una morbosa curiosità per le celebrità che ne calpestarono il selciato, bensì scaturisce dal fatto che al n. 33 di questa strada, il 4 marzo del 1843 nacque il primo numero del settimanale “L’Illustration”, sedici pagine in formato grand folio che si rivolgevano a un pubblico borghese di medio e alto livello economico e culturale, vendute al prezzo di 75 centesimi. Il successo crescente e internazionale di questa rivista fu dovuto anche al massiccio uso di (magnifiche) incisioni, e poi, con i progressi della tecnica, prevalentemente di fotografie (la prima foto in bianco e nero pubblicata in Francia, è del 1891, nelle pagine de “L’Illustration”); le copie passarono dalle iniziali 16.000 alle 650.000 del 1929. La rivista fu chiusa nel 1944; venne rifondata nel 1945 con il nome “France Illustration” e visse fino al 1955. Attualmente, i suoi archivi sono informatizzati e la famiglia Baschet (già agli inizi del Novecento nella dirigenza del giornale), che ne detiene oggi i diritti, li ha resi accessibili e produce libri tematici illustrati, tratti dalle storiche pagine della rivista.

Così come non ci interessa particolarmente rue de Seine, altrettanto non ci importerebbe de “L’Illustration” se non fosse per il fatto che questo diffusissimo settimanale, tra i secoli XIX e XX, fu fra i maggiori responsabili occidentali nel veicolare l’immagine della Cina come un Paese abitato da cialtroni senza competenze né meriti. È comprensibile, voi direte, il periodico francese era in gestazione in piena prima Guerra dell’Oppio (1839-1842), e fu svezzato durante la seconda Guerra dell’Oppio (1856-1860), quando gli Occidentali invasero l’impero cinese per colonizzarlo; inoltre, la Francia fu anche la nazione responsabile, assieme all’Inghilterra, del barbaro sacco del Palazzo d’Estate (1860). Più disprezzo di così!

Sarà stato per formare un’opinione pubblica alle conquiste coloniali, o il frutto della mentalità dell’epoca, o entrambe le cose, certo è che per i redattori de “L’Illustration” tutto, in Cina, è improvvisato, risibile, disorganizzato – o anche organizzato minuziosamente ma in modo inefficiente – fatiscente, destinato al fallimento. Ricordiamo che fra i collaboratori  del periodico vi furono anche intellettuali illustri come Gabriele d’Annunzio, Géorges Courteline, Pierre Loti, George Feydeau, Edmond Rostand, Sacha Guitry, etc., e nessuno di essi spese una parola per correggere questa visione della Cina, anzi alcuni ci misero del loro.

I giudizi derisori dei conquistatori occidentali su tutto ciò che è cinese andarono dalla politica ai costumi, dal commercio alle tradizioni culturali, dall’architettura alla vita comune, dalla tecnica, alla vita sociale delle classi popolari a quella dei funzionari. Più tutto il resto, ma proprio tutto.

Veniamo alle barzellette che vi ho promesso. Attenzione, non ve la prendete con me, sono infantili e non fanno ridere.

Nel numero del “L’Illustration” della settimana 4-11 settembre 1851 ne appaiono tre. Nella prima vignetta c’è un occidentale con tuba sotto il braccio che osserva i piccoli piedi di una donna cinese; la didascalia recita: «Il piede della cinese com’è apprezzato in lingua inglese: What a fair foot! Cioè: Vai a farti fottere!»

La seconda mostra due occidentali al ristorante assieme a un cinese; un occidentale chiede all’altro: «Qual è il nome di questo cinese?» La risposta: «At-Chou!» E il primo: «Salute!».

La terza presenta l’illustrazione di un liuto cinese e di una sega da legna, con la dicitura: «Il sottofondo della musica cinese»; al di sopra del disegno campeggia una linea di pentagramma su cui è ripetuta molte volte una sola nota, corredata dalla didascalia: «Miaou, couac, couac, miaou, couac, couac, melodia cinese, parole e musica di Confucio.»

Quando avrò spazio per farvi ancor di più una capa di chiacchiere, vi racconterò come nacque l’atroce usanza di deformare, per rimpicciolirli, i piedi delle donne cinesi e il suo risvolto sociale, e vedremo che una delle prime leggi sull’emancipazione della donna nella neonata Repubblica Popolare Cinese fu l’abolizione di questo orribile costume (1952). Vi dirò anche che la Cina viene chiamata “Paese dai cento cognomi” perché ne hanno pochi rispetto alla numerosa popolazione. Ma per raccontare la complessità della musica cinese, che in epoca Zhou 周 (secoli XI – III a. C.) contava già una settantina di strumenti, e che dal III secolo a. C. aveva un Ufficio Imperiale della Musica che aveva fra gli altri compiti quello di controllare il giusto diapason degli strumenti, non sarà sufficiente una Pillola ma ci vorrà una scatola formato gigante di supposte contro l’ignoranza, la stupidità e il razzismo.

Di Isaia Iannaccone*

*Isaia Iannaccone, nato a Napoli, chimico e sinologo, vive a Bruxelles. Membro dell’International Academy of History of Science, è specialista di storia della scienza e della tecnica in Cina, e dei rapporti Europa-Cina tra i secoli XVI e XIX. È autore di numerosi articoli scientifici, di trattati accademici (“Misurare il cielo: l’antica astronomia cinese”, 1991; “Johann Schreck Terrentius: la scienza rinascimentale e lo spirito dell’Accademia dei Lincei nella Cina dei Ming”, 1998; “Storia e Civiltà della Cina: cinque lezioni”,1999), di due guide della Cina per il Touring Club Italiano e di lavori per il teatro e l’opera. Ha esordito nella narrativa con il romanzo storico “L’amico di Galileo” (2006), best seller internazionale assieme al successivo “Il sipario di giada” (2007, 2018), seguiti da “Lo studente e l’ambasciatore” (2015), “Il dio dell’I-Ching” (2017) e “Il quaderno di Verbiest” (2019)