I canali sono stati concepiti e costruiti dagli uomini per svariate e comprensibili ragioni: trasportare l’acqua, sfruttare la sua energia cinetica per muovere congegni (mulini e ruote idrauliche), irrigare, favorire lo spostamento di viaggiatori, mercanti, animali, merci, truppe, macchine, macchine da guerra; dalla seconda rivoluzione industriale in poi, e raramente, anche per produrre energia idroelettrica.

E a proposito di canali, se dico e scrivo Canalaso (Canalazzo), a un non veneziano potrebbe sembrare il dispregiativo della parola “canale”, invece è il nome che i Veneti attribuiscono al canale più conosciuto al mondo: il Canal Grande. Esso parte da San Marco e arriva al ponte della Libertà, è lungo quasi 4 km, profondo in media 5 m, largo da 30 m a 70 m, attraversato da cinque ponti pedonali il più famoso dei quali è il Ponte di Rialto. Non dico altro, non serve, tutti voi sapete di cosa sto parlando, aggiungo solo che il Canal Grande è stato iscritto dall’UNESCO al patrimonio mondiale dell’umanità. Ma anche questo già lo sapete.

Se invece dico Da yunhe e scrivo 大运河 voglio dire “Gran Canale” perché da significa “grande” (è tra i caratteri più antichi e raffigura pittoricamente un uomo con le braccia aperte), e yunhe 运河 (letteralmente: “trasportare” e “fiume”) è la parola composta che i Cinesi usano per dire “canale”. Il Gran Canale (citato anche come Canale Imperiale) unisce la città di Hangzhou (distante circa 160 km da Shanghai) con Pechino, è lungo quasi 1800 km, profondo da 2 m a 3,5 m, largo in alcuni tratti fino a 30 m, scavalcato da numerosissimi ponti e fiancheggiato da antichi templi, da campagne, villaggi, città, metropoli. È la via d’acqua artificiale più antica e al tempo stesso più lunga del mondo e anch’esso è patrimonio mondiale dell’umanità.

La storia dei due canali è, in breve, la seguente.

Il Canal Grande segue il corso finale di un antico fiume che sfociava in laguna, e lungo le cui rive erano insediamenti umani su palafitte; nel secolo IX, per ragioni di sicurezza, il doge spostò la sua sede nella zona più difendibile di Rialto e, accanto a essa, nel tempo sorsero edifici di abitazione e residenze con magazzini (case-fondaco). Attorno al canale si sviluppò così un agglomerato urbano sull’acqua, caratteristico e ineguagliato, che fa di Venezia quella che Goethe nel suo Viaggio in Italia definì “città di castori”.

Il Gran Canale cinese, invece, s’inserisce nella politica delle grandi opere strategiche che furono messe in atto in Cina tra il 587 e il 608, dopo la riunificazione  a opera della dinastia Sui 隋 (581-618) che mise fine a circa quattro secoli di divisioni e conflitti. Il progetto era quello di dotare il Paese di una rete di vie navigabili per collegare la capitale di allora, Luoyang, con la regione di Pechino e, mediante il Gran Canale, il nord con il sud ossia il Fiume Giallo con il basso Yangzi nel cui bacino si sviluppava sempre di più una fiorente risicultura. In questo modo si assicurarono le comunicazioni tra le regioni più produttive e il centro di comando imperiale. Il Gran Canale svolse una funzione fondamentale nello sviluppo e nel progresso economico della Cina, e permise l’approvvigionamento della capitale anche nei momenti storici in cui ribellioni regionali rendevano difficili e ingestibili altre vie di comunicazione meno equipaggiate e difese. Il Gran Canale era bordato da una strada tenuta sempre in perfetta efficienza, e lungo essa sorgevano stazioni di cambi di cavallo, posti di controllo militare, uffici del dazio, granai, depositi di legna, officine per la riparazione dei battelli e, naturalmente, villaggi e città. Fra le tante città attraversate dal Gran Canale, ci sono Suzhou e Hangzhou, mete turistiche di primo piano, celebrate sin dall’antichità come luoghi da sogno; un antico proverbio cinese infatti recita: «In cielo c’è il paradiso, sulla terra ci sono Suzhou e Hangzhou.»

I due canali, quello veneziano e quello cinese sono accomunati dal fascino di una città che si specchia nelle loro acque: Venezia per l’uno, e Suzhou per l’altro. Suzhou è chiamata “la Venezia d’Oriente”, il suo centro antico è infatti costellato di canali, ponti di pietra (Marco Polo ne contò «seimila») e suggestive stradine assimilabili alle calli. Quindi, non è un caso se le due città sono gemellate dal 1980. Poi, potremmo azzardare la seguente similitudine: il Canal Grande sta ai giardini che si affacciano su di esso, come il Gran Canale sta ai giardini di Suzhou.

Per Venezia citiamo a esempio il giardino di Ca’ Nigra con le sue rose, il giardino del Casinò erede dell’orto botanico della famiglia Calergi, i giardini ottocenteschi del Palazzo Malipiero Barnabò e del Palazzo Cavalli Franchetti, e quelli di Palazzo Balbi Valier, di Palazzo Corner (oggi sede della Prefettura di Venezia), della Casetta Rossa (dove D’Annunzio compose Notturno), e i Giardini Reali prossimi al bacino di San Marco.

Per Suzhou abbiamo l’imbarazzo della scelta visto che la città è la patria del giardino tradizionale cinese. Nel cuore della città ci sono storiche oasi verdi, ordinate e curate, in cui si rincorrono laghetti ribollenti di carpe, corsi d’acqua, pagodine immerse in micropaesaggi che furono fonte d’ispirazione per poeti e pittori, ponticelli a campata o fatti a zig-zag perché gli spiriti maligni odiano i percorsi con gli angoli, padiglioni lussuosi e confortevoli, sale di studio e di meditazione arredate in modo essenziale e austero, tripudi di rocce scelte con criteri ornamentali ma messe razionalmente in modo da rispondere a disposizioni rituali e piene di significato, infinità di bonsai, boschetti di bambù che si ergono come ventagli… I nomi di questi giardini, che facevano parte delle residenze di funzionari dell’impero, ci portano lontano con la fantasia: il Giardino dell’Armonia, il Giardino delle Reti, il Giardino delle Onde che Irrompono, il Giardino Liu, la Foresta dei Leoni, il Giardino dell’Umile Amministratore. Per noi, nomi da favola.

Voglio focalizzare questa Pillola sull’ultimo giardino che ho elencato, il più grande e rinomato di Suzhou, anch’esso iscritto al patrimonio mondiale dell’umanità.

L’appellativo di “umile amministratore” che gli dà il nome fu preso da un poema classico, ed era l’attributo che venne dato a colui che lo fece costruire in epoca Ming, il funzionario imperiale Wang Xianchen 王献臣 (vissuto a cavallo dei secoli XVe XVI) celebrato per la sua rettitudine, la sua modestia, le sue capacità e la sua onestà, che quando andò in pensione volle il giardino per dedicarsi a umili lavori campestri come il giardinaggio e l’orticultura. Certo, direte voi, un giardino di quasi 6 ettari, con tante bellezze paesaggistiche ed edifici che racchiudono preziosi arredi, è difficile da immaginare come proprietà immobiliare di un funzionario incorruttibile e misurato che viveva di solo stipendio. Il fatto è che i funzionari imperiali cinesi – che in modo generico gli Occidentali chiamarono “mandarini”, e che Étienne Balazs definì mirabilmente “burocrazia celeste” – erano molto ben retribuiti, e tanti di essi raccoglievano le imposte dalle quali potevano trattenere una percentuale, dunque non avevano certo problemi economici; ecco così spiegato l’alto tenore di vita e le prestigiose residenze di cui godevano. In Cina, ovviamente, come dappertutto, c’erano funzionari disonesti che si arricchivano a dismisura e spadroneggiavano, e funzionari retti – come Wang Xianchen – che, non a caso, la Storia ricorda benevolmente.

Onesti o no, il livello culturale dei funzionari selezionati che agivano in nome dell’imperatore era altissimo perché, sin dal II secolo a. C. e fino al 1905, essi erano reclutati con un severo sistema che prevedeva una serie di esami difficilissimi; chiunque vi poteva partecipare, dal giovane talentuoso ma povero i cui studi erano assicurati dalle collette del suo villaggio, al figlio del ricco che godeva dei precettori più in voga. Questa politica meritocratica di ingaggio che esaltò i filosofi illuministi europei quando ne ebbero conoscenza dagli scritti dei missionari gesuiti, aveva un obiettivo preciso: in tutta la gerarchia degli amministratori che avrebbero dovuto assicurare il buon governo, dovevano esserci i migliori cervelli. I programmi d’esame erano basati sulla conoscenza dei testi classici e, dal XV secolo in poi, anche su elementi pratici (matematiche, legislazione, storia).

Una volta superati gli esami, i candidati più preparati diventavano funzionari dello Stato, e molti di essi, oltre che fini letterati, erano anche poeti, pittori, calligrafi, musicisti, esperti di filosofia, di antichità, e non furono rari quelli appassionati di scienze.

Ho raccontato tutto ciò perché, dati i tempi che corrono, tengo a sottolineare che nella Cina imperiale, mai e poi mai si sarebbero sognati di dare due ministeri importanti a una sola persona presa a caso, per esempio a un giovanotto senza un alto titolo di studio, senza esperienze lavorative a parte lavoretti giovanili, con evidenti lacune culturali in lingua madre (grammatica e sintassi zoppicanti), in storia e in geografia, che parla per slogan, esperto in niente né tantomeno – che io sappia – pittore, poeta, musicista e calligrafo neanche della domenica, e per di più arrogante come arroganti sono spesso gli ignoranti. Né a uno così, dopo la nullità dimostrata nei due ministeri precedenti, avrebbero affidato la rappresentanza diplomatica dello Stato dandogli un ministero chiave come quello degli Esteri perché, e su questo potete giurarci, la Cina non avrebbe mai rischiato una figuraccia internazionale con nessuno dei popoli con cui intratteneva rapporti, giacché li consideravano barbari e da essi volevano farsi ammirare e rispettare.

E, ritornando ai funzionari preparati, capaci, che lavorano onestamente e che sono onorati dalla Storia, vi faccio una domanda: pensate che l’umile amministratore Wang Xianchen, raffinato uomo di cultura, che scriveva in antiche calligrafie i memoriali all’imperatore e gli atti di governo, avrebbe mai affidato la sua comunicazione a una struttura di collaboratori chiamata “La Bestia”?

Di Isaia Iannaccone*

**Isaia Iannaccone, nato a Napoli, chimico e sinologo, vive a Bruxelles. Membro dell’International Academy of History of Science, è specialista di storia della scienza e della tecnica in Cina, e dei rapporti Europa-Cina tra i secoli XVI e XIX. È autore di numerosi articoli scientifici, di trattati accademici (“Misurare il cielo: l’antica astronomia cinese”, 1991; “Johann Schreck Terrentius: la scienza rinascimentale e lo spirito dell’Accademia dei Lincei nella Cina dei Ming”, 1998; “Storia e Civiltà della Cina: cinque lezioni”,1999), di due guide della Cina per il Touring Club Italiano e di lavori per il teatro e l’opera. Ha esordito nella narrativa con il romanzo storico “L’amico di Galileo” (2006), best seller internazionale assieme al successivo “Il sipario di giada” (2007, 2018), seguiti da “Lo studente e l’ambasciatore” (2015), “Il dio dell’I-Ching” (2017) e “Il quaderno di Verbiest” (2019)