In un giorno ventoso d’autunno del 1580, mentre le foglie secche si esibivano in audaci e vorticose coreografie fra i padiglioni dei templi, sulle bianche scalinate dei palazzi governativi e fra i sandali dei passanti nei bui vicoli di Nanchino, e danzavano allegre e spensierate persino sulle tegole della Torre della Campana e di quella del Tamburo infastidendo le oche selvatiche accoccolate ma pronte al balzo migratorio verso sud, la celebre cortigiana Xue Susu 薛素素 (? – ?) invitò il censore He, alto funzionario a servizio dell’imperatore Wanli, a Qinhuai il decantato quartiere dei piaceri. Secondo i trucidi canoni attuali, in cui il termine escort si è introdotto subdolamente nel nostro vocabolario per indicare accompagnatrici a pagamento, qualcuno potrebbe sbrigativamente classificare l’incontro tra Xue Susu e He come uno dei tanti fra una escort, appunto, e un cliente importante. Ma si sbaglierebbe di grosso e rivelerebbe soltanto la grossièreté di chi ha pensato ciò.

Certo, sappiamo che Xue Susu era considerata una ji , ma sappiamo anche che il temine – formato graficamente da donna e da intrattenitore/trice ), sin dal secolo VI a. C. indicava sia la prostituta comune che la cortigiana di alto rango, ossia una donna che non necessariamente procurava piacere vendendo il proprio corpo, bensì era soprattutto una dispensatrice di raffinate voluttà dell’anima e dell’intelletto. Pittura, calligrafia, suono di strumenti musicali, danza, declamazioni di poesie e letterarie, discussioni intellettuali, ecco le attività principali che la cortigiana praticava per accompagnare l’uomo che richiedeva la sua compagnia. Per indicare questo tipo di cortigiana di alto rango, che non era pagata principalmente per le prestazioni sessuali, più tardi fu coniato il termine mingji 名妓.

Insomma, secondo le cronache del tempo, Xue Susu fu fra le «otto grandi mingji 名妓 di epoca Ming». E non sembri eccessiva né equivoca la sua fama. Fu lei a elevare il lavoro di cortigiana a una combinazione di bellezza e di virtù: la celebrazione del pudore, della castità e della lealtà, coniugati con la cultura e la conoscenza al fine di ampliare al massimo grado la sensibilità degli esseri umani, e stimolare quei sentimenti che dovrebbero guidarli verso una vita virtuosa e in armonia con l’Universo.

A prova di tutto ciò, ecco i versi che scrisse dopo l’incontro autunnale con il censore He:

 

Qui nel Paese Mochou della Fortificazione di Pietra [Nanchino].

Arrossisco che qualcosa come il mio piccolo [talento] abbia un posto di primo piano.

Il fiume luccica, l’acqua è limpida e i gabbiani nuotano in coppia.

Il cielo sembra vuoto, le nuvole serene e le oche selvatiche volano in file.

La veste ricamata prende una metà del colore del loto.

Il vino verde condivide in egual modo la fragranza del loto.

Se i nostri temperamenti non fossero reciprocamente compatibili,

Oserei nutrire il Maestro He con zuppa e frittelle?

 

Delicatezza, evocazione pittorica di un incontro. Nulla di torbido. Soltanto poesia. Questa è la cifra di Xue Susu. Gli specialisti, indicano in questi versi e in tutti quelli giunti sino a noi di Xue Susu una raffinatezza riconducibile ai secoli VIII e IX (epoca Tang), l’epoca più celebrata nella storia della poesia cinese.

È grazie a Xue Susu, o anche a lei, che in tarda epoca Ming si formarono delle associazioni intellettuali formate principalmente da letterati, gentiluomini, alti ufficiali, nella quali le cortigiane, nonostante il loro basso status sociale, emersero come stelle nascenti. La loro principale moneta di scambio fu la poesia, ma si distinsero anche nella pittura, nelle arti musicali, nella retorica; Xue Susu fu ricordata dai suoi contemporanei anche come abile amazzone e arciera. Furono persone come lei che catalizzarono un nuovo ideale femminile: la donna talentuosa, colta, impegnata, protagonista, non scevra dalla grazia con la quale esprimeva le proprie idee, e promuoveva gli ideali di virtù e di lealtà.

Nata a Suzhou o forse a Jiaxing, Xue Susu visse anche a Nanchino, Pechino, Suzhou; si sposò tre volte (con un noto letterato e due importanti militari), e i suoi biografi raccontano che fosse scontenta dei suoi matrimoni e che durante la vita matrimoniale scomparve quasi dalla vita sociale. Negli ultimi anni della sua esistenza divenne la concubina di un mercante di Suzhou.

I componimenti poetici di Xue Susu furono raccolti in due pubblicazioni; di queste, soltanto una è giunta sino a noi, ma le sue opere sono citate in diverse antologie Ming e Qing per cui non mancano le possibilità di studiarne il percorso letterario e l’evoluzione stilistica. Le sue pitture a noi note sono datate tra il 1598 e il 1637 quando faceva parte di un circolo letterario in Hangzhou; altre pitture con la sua firma non hanno menzionata la data.

 

Concludo questa Pillola esprimendo una perplessità.

Ai giorni nostri in cui pare scandaloso che una poetessa afroamericana possa essere tradotta in olandese da una intellettuale e traduttrice “bianca”, mi potrebbero chiedere chi ha autorizzato me, di etnia “bianca” e per di più maschio, a parlare di una poetessa cinese di etnia Han. Inseguendo questo bigottume, a questo punto non sarebbe da escludere che qualcuno saltasse su a rimproverare Agatha Christie, che non ha mai ammazzato nessuno né in vita sua mai ha fatto l’investigatrice, perché si è arrogata il diritto di disquisire di omicidi e abbia anche avuto la presunzione di scoprire e sbugiardare i colpevoli. Oppure, non ci si stupirebbe se levassero dalle antologie Alessandro Manzoni, o ne vietassero la lettura o ne mettessero al rogo le opere perché pur non avendo mai avuto la peste, ha parlato proprio di peste; o se contestassero papa Francesco, che è argentino, perché si esprime in italiano; o se…

Si potrebbe continuare all’infinito in questo gioco al massacro dell’intelligenza in cui un fiore pregiato – la cultura – viene preso per gramigna. Mai come questa volta Xue Susu ci rimette con i piedi per terra, anzi sulle nuvole della poesia:

 

Pittura di orchidee

In una valle solitaria c’è una bella signora di impareggiabile bellezza.

La sua garza verde fusciacca, la sua carne pura giada.

È un peccato che si mischi a una crescita di erbacce.

Lì rimane l’unica ammiratrice del suo profumo segreto.

 

Di Isaia Iannaccone*

*Isaia Iannaccone, nato a Napoli, chimico e sinologo, vive a Bruxelles. Membro dell’International Academy of History of Science, è specialista di storia della scienza e della tecnica in Cina, e dei rapporti Europa-Cina tra i secoli XVI e XIX. È autore di numerosi articoli scientifici, di trattati accademici (“Misurare il cielo: l’antica astronomia cinese”, 1991; “Johann Schreck Terrentius: la scienza rinascimentale e lo spirito dell’Accademia dei Lincei nella Cina dei Ming”, 1998; “Storia e Civiltà della Cina: cinque lezioni”,1999), di due guide della Cina per il Touring Club Italiano e di lavori per il teatro e l’opera. Ha esordito nella narrativa con il romanzo storico “L’amico di Galileo” (2006), best seller internazionale assieme al successivo “Il sipario di giada” (2007, 2018), seguiti da “Lo studente e l’ambasciatore” (2015), “Il dio dell’I-Ching” (2017) e “Il quaderno di Verbiest” (2019)