Inizia la collaborazione tra China Files e Istituto Affari Internazionali. “Dall’Atlantico al Pacifico”: ogni due mesi un mini dossier con due diverse analisi sugli ultimi sviluppi delle relazioni tra Stati Uniti, Cina e il resto dell’Asia – Introduzione (Francesca Ghiretti) – L’Asia di Biden: i dossier aperti tra potenze medie e Sud-est (Lorenzo Lamperti)

Nonostante la futura strategia statunitense in Asia di Biden non si conosca ancora, la lunga lista esperti reclutati fino ad ora dal neo presidente ci aiuta a capire quali idee concorreranno alla formazione della politica estera degli Stati Uniti nella regione e in particolare nei suoi rapporti con la Cina

Tra le figure principali spicca quella di Kurt Campbell a cui è stata assegnata la direzione del desk per gli affari nell’Indo-Pacifico del National Security Council. Campbell è un sostenitore del “managed decoupling” tra Usa e Cina, dal suo punto di vista Washington deve riscoprire il suo ruolo di potenza stabilizzatrice nella regione, dotandosi di una “grand strategy” che preveda il mantenimento agli attuali equilibri politici e il coinvolgimento dei propri partner in alleanze ad hoc per contrastare le ingerenze di Pechino. Non una coalizione anti-cinese, spiega Campbell in un articolo su Foreign Affairs, ma piuttosto una serie di fora multilaterali nei quali coordinarsi con i propri alleati, non solo quelli regionali. Su simili posizioni anche altri due membri del desk Indo-Pacifico: Rush Doshi, autore del libro “The Long Game: China’s Grand Strategy to Displace American Order” dal titolo piuttosto esplicativo; e Julian Gerwitz, più moderato, secondo cui per poter avere un Indo-Pacifico meno sino-centrico Washington deve abbandonare la pretesa di poter imporre ai propri alleati di prendere una posizione netta e al contempo evitare a tutti i costi una contrapposizione in stile guerra fredda con la Cina. Ad aiutare il rilancio delle alleanze con paesi chiave come l’India ed il Sudest Asiatico sarà anche l’esperienza di Sumona Guha, che all’interno del desk Indo-Pacifico è stata nominata direttrice per gli affari dell’Asia meridionale. Guha è una realista, vede alquanto improbabile una convergenza militare tra Nuova Delhi e Washington – soprattutto in funzione anti-cinese – ma riconosce l’importanza strategica di questa partnership per garantire gli interessi statunitensi nel pacifico.

Altro nome noto che affiancherà Campbell è quello di Laura Rosenberg la quale si è contraddistinta nel corso dell’ultimo anno per le sue forti critiche contro la Cina, accusandola di aver strumentalizzato la pandemia per reprimere la dissidenza domestica e di aver tentato di minare le relazioni tra Unione Europea e Stati Uniti tramite la sua politica degli aiuti sanitari e campagne di disinformazione mirate. Stando alle sue dichiarazioni tra le sue priorità ci sono il contrasto alla supremazia tecnologica della Cina e la creazione di un sistema di deterrenza multilaterale contro le interferenze da parte di paesi autoritari come Cina e Russia, soprattutto in ambito digitale. Il timore di una possibile convergenza strategica tra Mosca e Pechino in contrasto alle democrazie occidentali sembra essere piuttosto diffuso tra gli analisti statunitensi. Non è un caso dunque se nella composizione del nuovo National Security Council la sezione dedicata alla Russia sia stata integrata, per la prima volta, all’interno del desk Indo-Pacifico.

Figura influente nel futuro sviluppo delle relazioni con Pechino sarà Ely Ratner, assistente speciale del nuovo Segretario alla Difesa Lloyd Austin e già advisor di Biden tra il 2015 e il 2017. A lui è stata affidata la guida della “Task force Cina” incaricata di rivedere la National Security Strategy del 2018 – in cui l’amministrazione Trump sottolineava la necessità di prepararsi ad un conflitto con Russia e Cina. Il suo compito e quello della task force sarà di integrarla con ulteriori strumenti utili a “scoraggiare la Cina nella Regione dell’Indo-Pacifico”. Sempre sulla Cina c’è poi Jake Sullivan, nominato National Security Advisor dell’Ufficio Esecutivo del Presidente, anche lui sostenitore di una politica di rafforzamento delle alleanze, soprattutto con i membri del Quad (Australia, India e Giappone), e della presenza militare statunitense nella regione. Sullivan è noto per la sua linea netta nei confronti della causa Taiwanese ed ha spesso rimarcato la necessità da parte degli Stati Uniti di rispondere con maggior forza alle pressioni di Pechino nello stretto.

Non mancano gli esperti sulla Corea del Nord. Di Jung Pak, nominata deputy assistant secretary nel Dipartimento di Stato, sono ben note le sue posizioni critiche nei confronti delle scelte strategiche della precedente amministrazione. Pur professando la necessità di un maggiore coordinamento con Seoul, Park sposa una linea in netto contrasto con quella promossa fino ad ora dal presidente sudcoreano Moon Jae-in. Per lei la pressione economica sul paese rimane il principale mezzo con cui ottenere un ritorno alle negoziazioni sul programma nucleare, possibilmente nella forma di consultazioni multilaterali a cinque. Ciò nonostante, questo non preclude la scelta di una terza via. Durante la campagna elettorale, la Vide-Presidente Harris si è detta favorevole ad un ripensamento della politica della “massima pressione” nei confronti di Pyongyang. Sulla questione coreana Biden può avvalersi anche di due validi consiglieri politici: Wendy Sherman, nominata Vicesegretario di Stato, che sotto la presidenza Clinton lavorò come coordinatrice alle negoziazioni che portarono a siglare l’accordo quadro con la Corea del Nord nel 1994; e Sung Kim, già inviato speciale a Pyongyang tra il 2008 e il 2011 e negoziatore per conto di Trump per la realizzazione del primo summit Usa-Corea del Nord.

Di Lorenzo Mariani

Ricercatore nell’ambito degli studi sull’Asia all’Istituto Affari Internazionali (IAI), dove collabora principalmente a progetti relativi alle relazioni Ue-Cina e alle relazioni intercoreane. È stato Korea Foundation Fellow dal 2017 al 2018.