Il premier canadese Mark Carney è stato ricevuto dal presidente cinese Xi Jinping. Ottawa cancella i dazi sui veicoli elettrici di Pechino, che a sua volta rimuove molte tasse aggiuntive. Siglato un memorandum di cooperazione sull’energia. Il riavvio delle relazioni dopo diversi anni di gelo è motivato dai dazi di Trump, la cui dottrina Monroe subisce un colpo nel vicinato più immediato
Primo dicembre 2018. Meng Wanzhou, figlia del fondatore e patron di Huawei, viene arrestata a Vancouver. È il vero punto di svolta delle relazioni tra Cina e Stati uniti, acceleratore della guerra commerciale e tecnologica. Oltre sette anni dopo, è ancora il Canada a far intravedere un possibile nuovo cambio di paradigma, Ieri, Mark Carney è stato ricevuto da Xi Jinping, nell’ambito della prima visita in Cina di un premier canadese dal 2017. Nel frattempo, era successo praticamente di tutto. In risposta all’arresto di Meng, la Cina ha detenuto per spionaggio i canadesi l’ex diplomatico Michael Kovrig e l’imprenditore Michael Spavor. Le relazioni commerciali sono crollate, tra dazi e ritorsioni incrociate. Fino all’anno scorso, dopo che Justin Trudeau ha imposto tariffe del 100% sui veicoli elettrici cinesi, seguendo per primo le indicazioni di Washington.
Da quando è diventato premier, Carney ha segnalato di voler rilanciare il rapporto con la Cina, con l’obiettivo di diversificare il commercio lontano dagli Stati uniti, che fino a poco tempo fa assorbivano il 76% delle esportazioni canadesi. La politica protezionista e punitiva adottata dalla Casa bianca ha spinto Carney a ripensare ulteriormente la struttura fondamentale dell’economia del paese e ad accelerare il tentativo di riavvicinamento a Pechino, nonostante le critiche degli Usa e dell’opposizione interna. Alla vigilia del viaggio, il quotidiano canadese Globe and Mail gli ha dato ragione, sostenendo che la Cina è “una scommessa che Carney deve fare” per raggiungere “un controbilanciamento economico”. Per tutelare la riuscita della visita, Ottawa ha anche richiamato in anticipo una delegazione parlamentare inviata nei giorni scorsi a Taiwan.
Detto, fatto. Xi ha chiesto al Canada di forgiare “una nuova partnership strategica”. Carney ha risposto confermando l’intenzione di riavviare tutti i rapporti con Pechino. “Per quanto riguarda l’evoluzione delle nostre relazioni con la Cina negli ultimi mesi, è più prevedibile e i risultati si vedono”, ha detto Carney quando gli è stato chiesto se la Cina fosse un partner più prevedibile e affidabile degli Stati Uniti.
Contrariamente a diverse altre visite diplomatiche, non ci si è fermati alla retorica, ma è stato subito raggiunto un accordo commerciale. Il Canada consentirà l’import di quasi 50 mila auto elettriche cinesi, applicando un dazio preferenziale del 6,1% e cancellando il 100% di Trudeau. In risposta, la Cina abbasserà le tariffe sui semi di colza dall’84 al 15%, mentre verranno eliminate del tutto quelle su piselli, aragoste e granchi. In un annuncio congiunto, il Canada ha dichiarato che accoglierà gli investimenti cinesi in settori che includono agricoltura e beni di consumo.
Ottawa e Pechino (che inizierà ad accogliere i visitatori canadesi senza bisogno di visto) hanno anche firmato un memorandum d’intesa sul “rafforzamento della cooperazione energetica”. Il testo prevede possibili investimenti cinesi sulle fonti convenzionali, come le sabbie bituminose, senza restrizioni sulla proprietà. Ma la Cina ha mostrato interesse anche (e soprattutto) ad aumentare le importazioni di petrolio, gas e uranio canadesi. Attualmente, il Canada esporta quasi il 90% del suo petrolio alle raffinerie americane, soprattutto nel Midwest. Dopo la cattura di Nicolás Maduro e la gestione trumpiana del petrolio del Venezuela, Ottawa vuole diversificare gli acquirenti. Allo stesso modo, Pechino punta ad ampliare lo spettro dei fornitori, nella prospettiva di una riduzione delle importazioni da Caracas. Secondo Bloomberg, c’è anche un vantaggio temporale: il petrolio caricato da Vancouver impiega circa 17 giorni per raggiungere Qingdao in Cina, molto meno dei 57 giorni necessari dal porto di Amuay Bay in Venezuela.
Il rilancio dei rapporti col Canada manda anche un messaggio a Trump: la rinnovata dottrina Monroe potrebbe non essere così inscalfibile. Pechino si proietta infatti nel paese più direttamente inserito negli ingranaggi economici e politici degli Usa. I media statali non nascondono la soddisfazione. Hu Xijin, ex direttore del Global Times e noto influencer, ha scritto che il Canada è passato da essere il “lacchè dell’America a un possibile esempio di autonomia”. Un modello che la Cina vorrebbe suggerire anche al resto dell’occidente, a maggior ragione di fronte alle minacce di Trump sulla Groenlandia. Una prospettiva che qualcuno, a Mosca, commenta in modo sarcastico. “Il Canada annuncia una partnership strategica con la Cina. Il 52esimo stato può farcela?”
Di Lorenzo Lamperti
[Pubblicato su il Manifesto]
Classe 1984, giornalista. Direttore editoriale di China Files, cura la produzione dei mini e-book mensili tematici e la rassegna periodica “Go East” sulle relazioni Italia-Cina-Asia orientale. Responsabile del coordinamento editoriale di Associazione Italia-ASEAN. Scrive di Cina e Asia per diverse testate, tra cui La Stampa, Il Manifesto, Affaritaliani, Eastwest. Collabora anche con ISPI. Cura la rassegna “Pillole asiatiche” sulla geopolitica asiatica.
