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Per il Nepal è il momento di ripartire

In Asia Meridionale, Economia, Politica e Società by Alessandra Colarizi

È una vera e propria rivoluzione quella che ha scosso il paese himalayano da quando all’inizio del mese il governo ha temporaneamente bloccato 26 social network per mancato adeguamento alle leggi nazionali. A guidare le manifestazioni sono stati i lealisti nostalgici ma soprattutto i giovani: la Generazione Z che negli ultimi anni ha affollato le piazze in Thailandia, Sri Lanka, Bangladesh e Indonesia. Studenti, laureati disoccupati e giovani professionisti disillusi sul proprio futuro in un sistema che ritengono iniquo

“Uccidere persone, demolire, vandalizzare, saccheggiare: questa non è la nostra generazione”. A parlare è Tanuja Pandey, uno dei giovani organizzatori delle proteste che dall’8 settembre hanno travolto il Nepal. Le più cruente degli ultimi vent’anni: il bilancio è di oltre settanta decessi, centinaia di feriti e una trentina di arresti per violenze, atti vandalici e possesso illegale di armi. Seppelliti i morti e repressa la rabbia, ora è il momento di ritrovare la lucidità per ripartire. Non sarà facile.

È una vera e propria rivoluzione quella che ha scosso il paese himalayano da quando all’inizio del mese il governo ha temporaneamente bloccato 26 social network per mancato adeguamento alle leggi nazionali che impongono a tutte le piattaforme tecnologiche di registrarsi presso le autorità nepalesi, aprire sedi locali, nominare responsabili dei reclami e moderare i cosiddetti contenuti “dannosi”. La mano pesante della polizia ha aizzato ulteriormente la folla. Fin dai primi giorni, le organizzazioni per la difesa dei diritti umani hanno denunciato l’uso di idranti, manganelli e proiettili di gomma. Poi di munizioni letali.

Nella capitale Kathmandu i principali simboli del potere, dal Parlamento alla Corte Suprema – persino la casa del presidente – sono stati dati alle fiamme. Il primo ministro, Prasad Oli, è stato costretto a dimettersi. Un nuovo governo ad interim, guidato dall’ex giudice capo Sushila Karki, è ora chiamato a traghettare il paese verso la stabilità. Condizione che il Nepal non ha conosciuto mai: monarchia tra le più antiche d’Asia, a partire dal 1996 è stato lacerato da decenni di guerra civile fino all’istituzione di una repubblica federale democratica nel 2008. Oggi Re Gyanendra, l’ultimo sovrano regnante, vive come un cittadino comune a Kathmandu. Nel 2015, il Nepal ha adottato una nuova costituzione. Quello stesso anno K.P. Sharma Oli è stato nominato primo ministro. Carica che ha mantenuto pochi mesi per poi venire rieletto per la seconda e terza volta consecutiva nel 2018 e nel 2021. Infine lo scorso anno per la quarta. Dalla caduta della monarchia coalizioni fragili hanno portato alla nascita di quattordici governi, nessuno dei quali ha completato un intero mandato. Nessuno dei quali è riuscito a sradicare i problemi del paese.

Innescate dall’oscuramento dei social, le proteste di questo mese hanno infatti radici molto più profonde. Il linguaggio vago della normativa (il Social Media Bill 2025) – che fa genericamente riferimento a incitamento all’odio, trolling e informazioni fuorvianti – ha conferito alle autorità il potere di imbavagliare le voci critiche. Una discrezionalità che i manifestanti sospettano sia stata strumentalizzata per insabbiare la corruzione e la deriva autocratica dell’establishment nepalese, prese di mira su internet da diversi utenti. Con gli hashtag #nepobaby e #nepokids, nelle scorse settimane in rete sono circolati video ritraenti la vita sfarzosa dei politici e delle loro famiglie. Uno schiaffo in pieno viso per un paese dove il 10% della popolazione più ricca possiede oltre ventisei volte la ricchezza del 40% della popolazione più povera. E la forbice non si restringe, anzi si sta allargando man mano che il reddito della fascia benestante della società aumenta più rapidamente.

A guidare le manifestazioni sono stati i lealisti nostalgici ma soprattutto i giovani: la Generazione Z che negli ultimi anni ha affollato le piazze in Thailandia, Sri Lanka, Bangladesh e Indonesia. Studenti, laureati disoccupati e giovani professionisti disillusi sul proprio futuro in un sistema che ritengono iniquo: secondo la Banca Mondiale, nel 2024 quasi il 21% dei nepalesi tra i 15 e i 24 anni era senza un lavoro, mentre il Pil pro capite ammontava ad appena 1.447 dollari. Sono loro ad aver scelto Sushila Karki, nominata premier il 12 settembre dopo lunghi negoziati con il presidente  Ramchandra Paudel e il generale Ashok Raj Sigdel, il capo dell’esercito; una delle principali forze politiche della repubblica federale, dove a differenza di altri paesi asiatici – come il Myanmar e la Thailandia – i militari godono di una discreta fiducia popolare e internazionale, nel quadro delle operazioni di peacekeeping delle Nazioni Unite.

Come i loro coetanei in altre parti del mondo, i manifestanti hanno coordinato la mobilitazione proprio sfruttando la stessa tecnologia che il governo voleva togliergli. Il divieto ha scatenato una campagna virale su TikTok, una delle poche piattaforme a non essere stata bloccata. Aggirati i ban sull’utilizzo dei VPN, per giorni oltre 100.000 netizen si sono incontrati regolarmente in una chat room virtuale per discutere il futuro del paese: Discord, piattaforma resa popolare dai videogiochi, fino a una settimana fa era tra le app bloccate dal governo. Oggi i suoi server anonimi ospitano migliaia di nepalesi, sia residenti nel paese che provenienti dalla diaspora, intenti a scambiarsi programmi politici e a discutere sulle sorti del paese. I dibattiti vengono trasmessi in diretta sui canali YouTube per un accesso più ampio. A trainare il passaggio dalle strade agli smartphone, è stata Hami Nepal, un’organizzazione civica che si è servita di social vietati come Instagram e Facebook per pubblicare comunicati stampa non ufficiali e raccogliere candidature per la futura leadership.

Ma la viralità del mezzo digitale ha facilitato anche la diffusione di notizie infondate, screditando il movimento che si è sempre detto pacifico. Gli analisti affermano che varie forze esterne hanno cavalcato i disordini “infiltrandosi” nelle proteste e intensificando la violenza. Tra loro figura Durga Prasai, controverso imprenditore già noto per aver concertato proteste pro-monarchia. Non ha giovato la fuga dal carcere di 12.000 detenuti. Complice l’incapacità della polizia di sopperire al vuoto di potere creato dalle dimissioni di Oli. Sul sito nazionalista cinese Guancha l’ex primo ministro nepalese Jhala Nath Khanal ha smentito la notizia della morte della moglie in un incendio, definendo le manifestazioni “una rivoluzione colorata”: “Le forze straniere hanno mostrato i loro artigli sanguinari in Nepal. Alcune forze espansionistiche stanno manipolando i giovani inconsapevoli”, ha dichiarato il 35esimo premier.

Come fa notare Samik Kharel, giornalista e ricercatore residente a Kathmandu, la repressione digitale in Nepal rispecchia una tendenza più ampia in Asia, dove i governi locali invocano sempre più spesso la sicurezza nazionale per limitare la libertà di parola. Ora spetterà a Karki, prima donna ad assumere la leadership del paese, l’onere di cambiare la storia. Almeno fino al marzo prossimo quando verranno indette nuove elezioni. “Dobbiamo lavorare secondo il pensiero della generazione Z. Ciò che chiedono è la fine della corruzione, il buon governo e l’uguaglianza economica”, ha affermato parlando per la prima volta in pubblico da quando ha assunto l’incarico il 12 settembre.

Di Alessandra Colarizi

[Pubblicato su Gariwo]