Sopra le navi da guerra, sotto i cavi sottomarini in fibra ottica. La contesa tra Stati Uniti e Cina nel Pacifico non si limita a quello che viaggia in superficie, ma va ben più in profondità e arriva a lambire i fondali con la sfida sui cavi che portano la connessione internet in diversi stati sovrani, soprattutto nell’area del Pacifico.

In questi giorni si è avuto un esempio lampante di questo scontro meno evidente a occhio nudo, eppure di portata importante nella battaglia geopolitica in corso tra Washington e Pechino. In questo caso, da cerchiare sulla mappa è Nauru, nazione insulare del Pacifico centrale, (molto più) a nord est dell’Australia. Il governo locale ha deciso di avviare un processo che ha portato allo stop del progetto di cavi sottomarini, chiamato East Micronesia Cable System, che avrebbe dovuto raggiungere Nauru e altri due paesi dell’area, Kiribati e gli Stati Federati di Micronesia.

L’obiettivo del progetto era quello di migliorare la connessione internet di queste nazioni insulari del Pacifico. Sembrava tutto pronto per l’avvio del progetto, poi qualcosa si è fermato. Motivo? Il coinvolgimento della Huawei Marine Networks, ora chiamata HMN Technologies e controllata da Hengtong Optic Electric Co Ltd. La presenza dei colossi cinesi ha fatto accendere i riflettori degli Stati Uniti, anche perché il percorso dei cavi coinvolge anche Guam, territorio statunitense in mezzo al Pacifico che ospita cruciali asset militari di Washington.

Il problema è che al progetto di East Micronesia Cable System partecipavano anche altri attori internazionali, tra cui la finlandese Nokia. Per escludere Huawei dalla corsa è stato di fatto stoppato l’intero progetto. Un passo che è stato però ovviamente letto come discriminatorio da Pechino, che lamenta l’esclusione dagli appalti digitali in cui avrebbe invece molto know-how da fornire.

Una volta stoppato il progetto, Nauru si è rivolta all’Australia per avviare un progetto alternativo perché comunque la necessità di cavi sottomarini che portino una connessione a banda larga sull’isola non è svanita insieme all’ombra delle aziende cinesi. Proprio Nauru aveva avanzato i primi dubbi sul coinvolgimento di realtà di Pechino.

Non è un caso, visto che l’isola è uno dei pochi alleati diplomatici rimasti a Taiwan (e dunque non ha relazioni diplomatiche ufficiali con la Repubblica Popolare) e ospita sul suo territorio un criticato centro di accoglienza per migranti respinti dall’Australia, paese col quale Nauru ha legami fortissimi.

Posizione diametralmente opposta da quella di Kiribati, che nell’autunno 2019 è stato l’utimo paese in ordine di tempo a interrompere i rapporti con Taipei e ad avviare quelli con Pechino, nonostante le rimostranze di Washington, che teme che la Cina possa mettere radici in un arcipelago posizionato strategicamente a “soli” duemila chilometri dalla base del comando del Pacifico della US Navy a Honolulu.

Non si tratta del primo caso del genere. Il Pacifico è da tempo uno dei luoghi cruciali della sfida tra Usa e Cina, anche a livello di invesstimenti digitali. Tre anni fa era stato infatti bloccato il progetto che avrebbe dovuto raggiungere le Isole Salomone, con l’Australia che si è fatta carico di una spesa di 62 milioni di dollari pur di bloccare l’accordo tra l’arcipelago e Pechino. Nel 2020 sono stati conclusi i lavori per 4700 chilometri di cavi che collegano Syndey a Honiara.

L’Australia, che ha rapporti a dir poco tesi con la Cina, è tradizionalmente il principale investitore del Pacifico meridionale con 6,6 miliardi spesi nell’ultimo decennio, ma Pechino ha aumentato la sua presenza nell’area con circa 1,4 miliardi messi sul piatto dal 2010 in poi. Ancora poco rispetto a Canberra, ma l’interscambio commerciale tra la Cina e le isole del Pacifico è più che decuplicato nel giro di pochi anni.

Isole Salomone e Kiribati hanno ceduto alle avances di Pechino, tagliando i rapporti con Taiwan nel 2019. Resiste invece Palau, che ha anzi partecipato alla spedizione dell’ambasciatore Usa presso la sua capitale a Taipei solo pochi mesi fa. Era la prima volta dal 1979 che un ambasciatore statunitense in carica si recava in visita a Taiwan.

Al centro dell’attenzione è finita anche Samoa, dove è in corso uno scontro post elettorale tra un presidente filo cinese che, seppur sconfitto, non vuole lasciare il potere e una rivale che sarebbe uscita vincitrice alle urne. Nel frattempo, le aziende cinesi stanno cercando di acquistare Digicel, il principale operatore telefonico delle isole del Pacifico. Inutile dire che anche qui Stati Uniti e Australia stanno cercando di evitare l’accordo. La contesa è aperta, e si gioca su più livelli. Alcuni sotto il livello del mare, ma non per questo strategicamente meno importanti di quelli alla luce del sole.

Di Lorenzo Lamperti

[Pubblicato su Affaritaliani]