L’immaginario intorno al tema Cina e ambiente è sempre un po’ confuso, spesso frutto semplificazioni o informazioni parziali che Pechino stessa ha contribuito a generare. Tra il monaco daoista che medita indisturbato su una montagna isolata e la “airpocalypse” c’è tutto un mondo, ma non è quello della Pechino che salverà l’umanità dai cambiamenti climatici. È quanto ci racconta Mathias Lund Larsen, esperto di finanza verde della Copenaghen Business School. Da qualche anno lavora nel think tank International Institute of Green Finance con sede a Pechino.

La natura è spesso stata un argomento marginale, se non assente, nell’ideologia di stampo marxista-leninista a cui si appella il Pcc. Quale approccio ha il Partito nei confronti delle tematiche ambientali?

Con Mao non era iniziata bene: la retorica del “Grande balzo in avanti” era tutta orientata intorno all’uomo, su come si potesse controllare e sfruttare la natura e le sue risorse. A quel tempo già erano iniziate le grandi opere per controllare i fiumi a beneficio dei cittadini cinesi, costruendo dighe e canali a profusione. Con il tempo l’approccio è gradualmente cambiato, e si è passati al concetto di armonia tra uomo e natura, anche se si tratta più di una visione simbiotica di questa relazione. I problemi ambientali non sono mai stati una priorità fino all’arrivo di Hu Jintao, che ha inserito nell’ideologia di Partito il concetto di “Civiltà ecologica”, che Xi Jinping ha ereditato. Il presidente cinese ha fatto sua questa tematica attraverso l’uso della figura “Le acque limpide e le montagne verdi sono montagne d’oro e d’argento”, una strategia retorica per dichiarare l’obbiettivo di una Cina bella, pulita e vivibile.

Guardando alla visione che il Partito ha dello sviluppo sostenibile sembra comunque che ci sia ancora uno zoccolo duro basato sull’idea del compromesso con la natura al servizio dell’uomo. È così?

Assolutamente. È cambiata solo la retorica. Ancora oggi vengono investite enormi risorse per portare l’acqua dove non c’è – il famoso “far scorrere le acque da sud a nord” [n.b. progetto di diversione delle acque verso le terre più aride sognato già da Mao nel 1952 e che Pechino punta a completare nel 2050], oppure controllare il meteo bombardando le nuvole per ottenere pioggia artificiale. Anche la riforestazione è una politica molto aggressiva, basata su monocolture della stessa specie. Questo le fa sembrare politiche studiate più per controllare gli spazi della natura, che aumentare e preservare la biodiversità. Il governo cinese non è armonioso, ma anzi spesso ideologico nelle sue iniziative ed emerge in questo la volontà di conquista anche quando si parla di sostenibilità.

Parliamo di target: dare numeri e definire obbiettivi sono le strategie preferite da Pechino quando si parla di implementare una strategia. Quali sono le implicazioni di questo approccio, anche nel rapporto tra governo centrale e governi locali?

Il sistema degli incentivi e dei target è molto complesso, e gerarchico. Inizia con il lancio degli obbiettivi a lungo termine che avviene a Pechino, poi si scende man mano a misure più quantificabili, concrete e a livello locale. Queste direttive, come nel caso del piano quinquennale che detta gli obbiettivi sul breve-medio termine, sono a loro volta suddivise in settori specifici. La Cina sta diventando sempre più brava a determinare questi target ambientali, sia in termini di linee guida generali che con direttive più precise. Adesso il problema è casomai il contrario, che ce ne sono troppi. Da questo nasce il problema di come trovare un compromesso, di come stabilire le priorità, soprattutto di fronte all’evidenza che la crescita economica e la prosperità per tutti rimangono l’obbiettivo numero 1. La variabile determinante è sempre la crescita economica, mentre le direttive ambientali finiscono per essere una variabile più flessibile in questo ragionamento. In pratica, basta che l’economia sia performante senza devastare l’ambiente.

Queste politiche stanno funzionando?

Una direttiva che ha funzionato ed è stata presa molto seriamente è la questione dell’inquinamento atmosferico della mega-area metropolitana Jing-Jin-Ji (Pechino-Tianjin-Hebei). In questo caso le iniziative sono state prese con molta serietà e si è lavorato per rimuovere quanto possibile le cause dell’inquinamento, ad esempio spostando le centrali a carbone. Al contrario, una provincia come lo Shanxi deve fare i conti con una fetta importante della propria economia quando si parla dell’industria del carbone. Per questa ragione si è preferito il compromesso, perché abbattere le centrali e il settore estrattivo avrebbe causato enormi instabilità, una delle cose che Pechino cerca di evitare a qualsiasi costo. La distruzione creativa che comporta il passaggio alle tecnologie verdi è un tema complesso in Cina, perché crea questo dilemma di ricollocazione del capitale umano e delle risorse, che in molte aree del paese semplicemente è troppo complesso da attuare.

Ci sono differenze tra imprese statali e private?

Di questi tempi diventa difficile differenziare privato e pubblico, basti pensare che ogni organizzazione con più di 5 individui in Cina deve avere una rappresentanza di Partito. Spesso questo ha importanti riscontri sulle decisioni aziendali, perché porta le direttive e le priorità del Partito nell’azienda. Il risultato è che a tutti arriva lo stesso messaggio, indipendentemente dalla condizione. Ovvio, nei conglomerati a partecipazione statale le direttive partono dal Consiglio di stato e arrivano direttamente alla dirigenza. Nelle compagnie private il messaggio passa invece dal Comitato di partito aziendale. Si può dire che il messaggio sia identico, cambiano solo le modalità con cui il Partito lo trasmette ai diversi attori economici.

Altra importante differenza è che la maggior parte delle compagnie statali hanno il controllo sulle fonti fossili, mentre il settore delle rinnovabili è perlopiù rappresentato da piccole-medie imprese private. La dinamica qui cambia. Il Governo continua a sostenere artificialmente le compagnie statali, mentre i privati devono fare i conti con gli squilibri del mercato. Questo sistema rimane in piedi a livello domestico, perché sono altrettanti i modi per cui ottenere finanziamenti per i privati, ma la storia cambia completamente quando si parla di uscire dal paese.  Le banche preferiscono i grandi gruppi, e di conseguenza significa che a investire all’estero sono soprattutto le imprese più inquinanti, addirittura l’80% degli investimenti totali.

Quello che ancora c’è da fare in Cina è cambiare condizioni e percezione degli investimenti, soprattutto nel settore energetico, in modo da rendere più rischiosi gli investimenti sulle fonti fossili, aumentando i vantaggi e la sicurezza degli investimenti verdi. Sono già 7 milioni i professionisti della finanza verde in Cina, ma ancora devono capire come muoversi. Ci sarà bisogno di accumulare esperienza su questo fronte, e Pechino lo sta facendo con la cooperazione con l’Occidente, che ha maggiore know-how. Ad esempio, bisogna lavorare sui dati, su come comunicare rischi e trasmettere le giuste percezioni a investitori e imprese. Entro l’anno però sarà obbligatorio per le aziende quotate in borsa, quindi si può dire che la volontà di fare passi avanti c’è, perché c’è bisogno di questa spinta per creare maggiore consapevolezza e dialogo – ma anche fiducia negli investitori.

In termini di cooperazione e investimenti all’estero, chi ci guadagna?

Non c’è dubbio che la Cina sia all’avanguardia sulla finanza verde, e questo ha reso evidente agli occhi dell’Occidente pratiche che non si credeva fossero implementabili nella realtà. E questo sta motivando l’Europa a fare di più. La cooperazione aiuta anche lo scambio di informazioni ed esperienze. Inoltre, non c’è dubbio che una Cina motivata e sostenuta anche dall’estero a fare di meglio sul piano della transizione energetica e della tutela ambientale abbia enormi vantaggi per entrambe le parti. Questo non significa che non ci saranno problemi, per esempio le compagnie fossili dovranno andare in perdita rispetto alle rinnovabili. La Cina dovrà diversificare per salvare i campioni dell’energia fossile all’estero, e questa è una lezione che sta imparando imitando le iniziative delle compagnie occidentali, facendo investire anche a giganti come Sinopec in solare ed eolico. È bene ricordare che la cooperazione non può che beneficiare tutti, ma stiamo attenti a congratularci troppo in fretta con la Cina. I target sono ancora terribilmente inadeguati, penso per esempio a quello che alcuni chiamano con entusiasmo “il mercato delle emissioni più grande al mondo” quando ancora c’è moltissimo da fare: il sistema non è performante né crea veri deterrenti per spingere le aziende a inquinare meno. La Cina non è l’eroe del clima, anzi casomai è un “criminale climatico”. Ovviamente i passi che sta compiendo la Cina sono interessanti ed è meglio che non fare nulla: ma non illudiamoci che ci sia una svolta, soprattutto nel medio-breve termine.