Carnefici e vittime, rancori irrisolti e colpe da espiare: è il lascito della Rivoluzione culturale, il movimento che, tra il 1966 e il 1976, sradicò tradizioni millenarie e diede vita alla Cina di oggi. Un decennio in cui nessuno rimaneva a lungo innocente o colpevole e l’unica verità, volubile e incerta, era il pensiero di Mao, che regolava ogni sfaccettatura della vita quotidiana. Tania Branigan ha incontrato e intervistato decine di sopravvissuti, pronti a ricordare ciò che lo stato cinese vorrebbe rimuovere.
A diciassette anni, Song Binbin era il volto della Rivoluzione Culturale. Bella, educata, figlia di un eroe rosso: la studentessa modello che Mao desiderava accanto a sé. Ma doveva essere “più combattiva”, disse il Grande Timoniere lodandola in piazza Tiananmen davanti a migliaia di giovani. Essere “combattiva”, in quel momento, significava individuare nemici, denunciarli, umiliarli. Pestarli a morte, come fu pestata a morte Bian Zhongyun, la preside della scuola Normale di Pechino, torturata da un gruppo di studenti. Song non colpì, non impugnò bastoni. Ma era la leader del branco. Era lì, quando si consumò la follia. Quell’evento l’avrebbe perseguitata per sempre. Anche dopo la confessione. “Chiedo perdono” – disse nel 2014 davanti ai compagni sopravvissuti e alla famiglia della vittima – “non sono stata capace di fermare ciò che è accaduto”.
Quella di Song è una delle tante voci raccolte in Memoria Rossa. La Cina dopo la Rivoluzione culturale (Iperborea, settembre 2025), l’ultima fatica della giornalista britannica, Tania Branigan. Un libro che restituisce uno spaccato della Cina odierna attraverso uno dei capitoli più bui della sua storia: gli eventi che tra il 1966 e il 1976 videro il paese venire travolto da un’enorme mobilitazione politica e sociale, voluta da Mao con l’obiettivo dichiarato di “purificare” il Partito e la società dai nemici del socialismo.
A raccontare quegli eventi è chi li ha vissuti, plasmati o subiti: un avvocato che da bambino denunciò la madre, colpevole di aver criticato Mao tra le mura di casa. Un compositore di Pechino deportato, torturato e poi riabilitato. Un’anziana che ricorda la giovinezza negatale per portare la rivoluzione nelle campagne. Il vedovo della professoressa Bian, uccisa dalle sue studentesse nell’Agosto rosso, e Song, acclamata da Mao e oggi in cerca di una riabilitazione morale.
Contraddistinto da una narrazione intima e introspettiva, il testo si presta a più letture. Non è solo la Cina il leitmotiv dell’intreccio narrativo, ma il tema della memoria tout court senza confini geografici o temporali: il ricordo come riflessione collettiva sul passato e, se represso, come fonte di dolore e rimorso insanabile. Il trauma della Rivoluzione Culturale non è mai stato elaborato. Né dalla popolazione, né dalla classe dirigente cinese, in buona parte partecipe degli eventi, come vittima o carnefice. Non sono state discussioni aperte, non esiste uno spazio pubblico in cui affrontare responsabilità e conseguenze. E quando un trauma non viene affrontato, crea lacerazioni profonde e inguaribili.
Non è esagerato dire che la Cina moderna è costruita sulle macerie psicologiche di quegli anni, con intere generazioni che portano sulla pelle le ferite dell’omertà: chi vorrebbe parlare non può, chi potrebbe non vuole. “Ogni storia contemporanea ha senso solo comprendendo che le sue radici affondano in quegli eventi” – racconta Branigan a GariwoMag – “la Rivoluzione Culturale ha influenzato tutto del paese: la cultura, le relazioni sociali, l’economia e, naturalmente, la politica”.
Molti sopravvissuti si sentono complici, oppure temono di riaprire ferite ancora vive. Anche chi vorrebbe parlare spesso non riesce a farlo. Prevalgono la paura e il senso di colpa. Talvolta invece è il bisogno di proteggere i propri cari a indurre il silenzio. Ma in tutti i casi le omissioni provocano un’amnesia collettiva che impedisce una comprensione piena del passato. Ne consegue la trasmissione silenziosa del trauma. Oggi i giovani non sanno quasi nulla di quanto è accaduto, eppure ne subiscono gli effetti indiretti.
La psicologia clinica racconta casi in cui la violenza interiorizzata dai genitori riemerge nei comportamenti dei figli sotto forma di ansia, rabbia repressa o dinamiche familiari disfunzionali. L’“eredità emotiva” della Rivoluzione culturale che continua a riproporsi, pur senza essere nominata.
Altri, difficile a credersi, provano nostalgia per quell’epoca di valori perduti—uguaglianza, idealismo, e altruismo sono ideali in via d’estinzione nella Cina di oggi, dove il “socialismo di mercato” insieme al benessere ha portato più o meno le stesse distorsioni del capitalismo occidentale. La visione di Mao di un caos egualitario è stata soppiantata da quella dei suoi successori: prosperità materiale e diffuso orgoglio nazionale. Ma si tratta di guardare avanti, mai indietro, concentrandosi sulla luce non sulle ombre. Il caso della metropoli di Chongqing, che negli anni dieci propose un modello socio-economico di ispirazione maoista, dimostra l’appeal ancora esercitato dall’utopia del Grande Timoniere.
Il Partito comunista cinese ha adottato una strategia ambivalente: non ha cancellato del tutto la Rivoluzione Culturale, ma ne ha permesso una memoria controllata, parziale e funzionale alla propria narrativa. Subito dopo la fine dell’era maoista, il Partito concesse un breve periodo di “sfogo”: la letteratura delle cicatrici, nata dalle memorie personali e contraddistinta da un realismo intenso e documentaristico, spesso ispirato a testimonianze dirette. Ma si trattava di un’espressione eterodiretta, orientata a costruire un messaggio politico specifico: pochissime le critiche di Mao. I responsabili erano “i cattivi” ormai destituiti, come la Banda dei Quattro. Deng Xiaoping e i nuovi leader rappresentavano invece la restaurazione dell’ordine.
Mai invece è stata consentita una discussione aperta sulle responsabilità politiche più profonde—sulla vera genesi della Rivoluzione Culturale: una lotta interna al Partito, uno strumento utilizzato dal Grande Timoniere per mantenere saldo il potere. Ed è proprio questa omissione che permette alla classe politica di oggi, che ha vissuto in prima persona il dramma di quegli eventi, di utilizzare quell’epoca come un monito. Un avvertimento su quanto potrebbe succedere senza la guida del Partito comunista: disordine e caos. In questo senso, la Rivoluzione Culturale funziona come un “fantasma politico”: visibile quanto basta per suscitare paura e giustificare l’ossessione per la stabilità dell’establishment, ma mai tanto chiaro da permettere una vera riflessione storica consapevole. Con il pericolo che gli e/orrori del passato – sotto forme diverse – si ripetano?
“Penso che anche i leader temono sinceramente i disordini”, commenta Branigam, “non solo per la loro sopravvivenza politica, ma perché molti di loro (incluso il presidente Xi Jinping) hanno vissuto e sofferto in quell’epoca. Ma ancora di più credono nella morsa ferrea del Partito”.
Di Alessandra Colarizi
[Pubblicato su GariwoMag]
Classe ’84, romana doc. Direttrice editoriale di China Files. Nel 2010 si laurea con lode in lingua e cultura cinese presso la facoltà di Studi Orientali (La Sapienza). Appena terminati gli studi tra Roma e Pechino, comincia a muovere i primi passi nel giornalismo presso le redazioni di Agi e Xinhua. Oggi scrive di Cina e Asia per diverse testate, tra le quali Il Fatto Quotidiano, Milano Finanza e il Messaggero. Ha realizzato diversi reportage dall’Asia Centrale, dove ha effettuato ricerche sul progetto Belt and Road Initiative. È autrice di Africa rossa: il modello cinese e il continente del futuro.
