Il Leone d’Argento Premio per la migliore regia di Venezia 77 è andato a Kiyoshi Kurosawa per Wife of a Spy, La moglie della spia, il suo primo film in costume – scritto insieme a Ryusuke Hamaguchi, tra i talenti più promettenti nel cinema giapponese, suoi Happy Hour (2018) e Asako I & II – girato in 8K, che garantisce una definizione doppia del 4k, quasi maniacale nei dettagli – persino troppo ha commentato lo stesso regista attratto però dalla sfida delle nuove tecnologie. A questa precisione netta della tecnica si oppone la cifra ambigua della sua storia ambientata degli anni Quaranta, subito prima della guerra e fino alla sua conclusione, nel Giappone di cui coglie i cambiamenti, la seduzione per il nazionalismo, patriottismo e militarismo già accarezzati dalla guerra in Manciuria contro la Cina.

SIAMO a Kobe, la giovane coppia protagonista – Yu Aoi e Issei Takahashi oggi i divi più di talento del cinema nel Sol Levante – alla tradizione preferisce lo stile occidentale, soprattutto il marito uomo d’affari locale che per i suoi commerci ha molte relazioni, e più che nel patriottico si riconosce in quello cosmopolita. Proprio un suo viaggio in Manciuria cambia tutto: la donna pensa a un tradimento, una ragazza trovata morta nell’acqua che lui aveva aiutato a far arrivare, il vecchio compagno di scuola, divenuto militare di alto grado insinua fantasmi e coltiva i suoi sospetti – forse per interesse, forse perché è innamorato? L’uomo come il giovane nipote che lo ha accompagnato, l’accusa di non sapere nulla: ma cosa? Quali sono le cose di cui la donna è all’oscuro?

La memoria che mette in scena Kurosawa non è mai binaria proprio come i sentimenti degli sposi, è questione di punti di vista, di fiducia e di tradimento. Che permettono al regista di tornare nel passato, con le sue rimozioni intorno a quel confitto che ha cambiato il Paese, fino al presente di nuovi militarismi e politiche nazionaliste. Le tracce di Kurosawa, raffinato cinefilo, si disseminano in più percorsi, nell’ondeggiare di una storia tra misteri e intrighi, un po’ Hitchcock, un po’ Rashomon. La donna è la persona comune che crede a quanto le viene detto, che si preoccupa unicamente della sua sicurezza famigliare, che rifiuta di aprire gli occhi: «Non voglio essere la moglie della spia». E il marito è colui che lotta, che resiste al pensiero comune, ma se invece fosse un’altra vicenda? Nella suspence irriverente e tragica della sua storia, Kurosawa – che non è potuto essere presente al Lido per le restrizioni dei viaggi – parla del mondo in immagini eleganti, il melò torna a essere anche qui – come nel film di Ann Hui – lo spazio del maschile e del femminile, di una follia – la guerra – e di un occhio non consensuale sul mondo – «Sono pazza perché non vedo come gli altri» dice , mentre il Giappone brucia sotto le bombe americane. Una follia. Come è la guerra di cui lo spazio della coppia si fa, appunto, riflesso della realtà.

RABBIOSI e sospettosi, fino a detestarsi. L’aria del tempo, le sue tensioni, o l’inspiegabile sussulto che trasforma le relazioni in un campo di battaglia? Le omissioni possono diventare in gesto di salvezza, una bobina che testimonia le atrocità commesse dai giapponesi in Manciuria un melodramma. Una fuga una condanna. Ma Kurosawa non stigmatizza, il suo terreno è il cinema, è lì che rimane seguendo ogni pista possibile, nella messinscena e non nel «messaggio». È la sua scommessa e la sua vitalità.

[Pubblicato su il manifesto]