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Malinconia virtuale: il padiglione di Taiwan a Venezia

In Asia Orientale, Cultura by Redazione

In un momento storico segnato dalle crescenti pressioni di Pechino per limitare la rappresentanza internazionale di Taiwan attraverso mezzi diplomatici ed economici, la partecipazione taiwanese alla Biennale di Venezia 2026 mostra i limiti di questa strategia nel campo dell’arte contemporanea. 

Nonostante gli strumenti d’eccellenza a disposizione ad esempio delle istituzioni cinesi, Taiwan continua a garantirsi uno spazio di espressione e visibilità culturale autonoma, sfuggendo alle logiche dell’isolamento politico. Il Padiglione Cina —ospitato presso la sede dell’Arsenale— si può ritenere un progetto ambizioso e —in una certa misura— accattivante; tuttavia non è riuscito a replicare il successo della controparte taiwanese che invece figura tra i padiglioni più discussi e negli elenchi delle tappe “must-see” dell’edizione.

A Palazzo delle Prigioni, Taiwan presenta Screen Melancholy dell’artista Li Yi-Fan (Taipei, 1989) come evento collaterale per la Per la Biennale di Venezia del 2026. La mostra, organizzata dal Taipei Fine Arts Museum e curata da Raphael Fonseca, affronta la dicotomia tra reale e virtuale in una lunga e paradossale riflessione sulla natura delle immagini nel nostro tempo. 

L’ampio spazio espositivo della fine del XVI secolo ospita sculture minimali ma monumentali: braccia, mani, una testa e dei pedi realizzati in stampa 3D e materiale plastico su scala sovradimensionata, sono posizionati in modo frammentario come sedute che accolgono il pubblico alla visione dell’opera principale, una installazione video site-specific monocanale di 60 minuti. Da qui parte l’indagine sul corpo e sulla sua rappresentazione, fil rouge dell’intera esposizione. Come racconta Li Yi-Fan: “Il corpo diventa un oggetto d’arredo, ma non per scherzo; piuttosto come riconoscimento del fatto che ricorriamo costantemente alle immagini del corpo per sostenerci psicologicamente”. 

L’artista realizza il video lavorando con motori grafici, animazione e immagini generate. Il risultato è una sorta di videogioco avveniristico, abitato da corpi deformati, organi interni, creature come burattini o pupazzi e situazioni assurde guidate da un personaggio principale, al quale l’artista “delega” la propria performance. La pallida figura umanoide, sospesa tra le sembianze di un manichino e di un extraterrestre, sembra intrappolato e condannato ad un ciclo senza fine, mentre racconta la storia di un “occhio” alla ricerca della strada per tornare a casa. Paura e desiderio permeano le scene in movimento: insieme alla forma del video-tutorial raccontano come tributo sia il percorso personale di Yi-Fan verso l’animazione computerizzata che le emozioni della generazione Millennial, quindi la percezione dell’ingresso della tecnologia nella vita quotidiana.

Le immagini scorrono in una narrazione poco lineare, tra il registro ironico e l’inquietante, creano una superficie piatta che accoglie volume, il portale per una esperienza multidimensionale ed emotiva: il riferimento è al concetto di finestra, legato alla formazione dell’artista come “tradizionale” studente di pittura  e alla metafora di Leon Battista Alberti del 1450, “la pittura come finestra”. La visione contemporanea di Li Yi-Fan ripercorre l’evoluzione dei medium visuali (dalla pittura, al cinema, all’animazione, all’IA) e prevede la finestra —ovvero lo schermo— come camera, teatro del possibile governato da specifiche regole che insegnano al corpo come apparire: una “interfaccia tra il mondo interiore e quello esteriore attraverso i nostri occhi”. 

In questa ricerca è fondamentale interiorizzare la centralità dell’osservazione, dell’occhio come organo che guida il mondo di oggi: l’idea è di creare una anti-prospettiva o prospettiva inversa che ponga lo sguardo delle persone verso lo spettatore. 

Ecco che la sensazione di essere osservati, quindi i temi di sorveglianza, controllo e censura si uniformano perfettamente con la storia del Palazzo delle Prigioni. Non a caso la video installazione riporta questa duplicità dello spazio, mappato, rimodellato e ricostruito tramite la tecnologia immersiva del VR: “una prigione che si trasforma in strumento, si allinea perfettamente con le tematiche dell’opera.”

Questo laboratorio visivo si colloca a metà tra verità e finzione virtuale, genera una sensazione di sovraccarico —di immagini e informazioni— che porta spontaneamente a chiedersi: che cos’è reale? Cosa significa allora essere umani nell’era dei media digitali? Infine, ora “che ci rendiamo conto che questa finestra non è altro che una superficie piatta, come dovremmo reagire?” 

Nel ventaglio delle risposte possibili, la malinconia pare la reazione emotiva più autentica. Di fronte a una conoscenza potenzialmente infinita —continuamente accessibile, archiviata e processata— emerge con ancora più forza il limite della comprensione umana, il conflitto che deriva dalla brevità della vita rispetto all’immensità del conoscibile: rimane la malinconia che deriva dal desiderio insoddisfatto di controllo su ciò che ci circonda. 

Tra black humor e autoironia, stati di ambiguità e frustrazione, immagini come magia e stregoneria, fascino e disincanto: Li Yi-Fan esplora costantemente il rapporto tra artisti e media, decostruisce la struttura di elaborazione delle immagini rivelando la sua ossessione riguardo le modalità di produzione di visuale contemporanea: “considero il mio processo creativo come uno scontro all’ultimo sangue tra l’artista e il software”. Presenta molteplici livelli narrativi, a volte secondo sequenze distinte, a volte seguendo una stratificazione indistinguibile che vede l’artista coinvolto contemporaneamente protagonista performer, direttore della coreografia dei personaggi, voce fuori campo, creatore e giudice dell’animazione.

La sensazione che restituisce con Screen Melancholy è tutt’altro che ottimistica: la riflessione labirintica, tra sarcastiche teorie cospirazioniste e critiche più severe sugli avanzamenti dell’intelligenza artificiale in campo artistico, racconta un complesso presente ed un futuro ancora incerto.

Di Marta Varini