In Cina la qualità dell’occupazione è diventata una priorità politica, sia per sostenere la crescita in linea con le nuove esigenze produttive, che, soprattutto, per preservare la stabilità sociale. La lotta all’involuzione, promossa dal Partito e i cui principi ritornano nel 15esimo Piano Quinquennale, rappresenta anche un tentativo di riconquistare la fiducia delle nuove generazioni.
Rafforzare la stabilità del lavoro e promuovere una piena occupazione di alta qualità. Facilitare la stabilità sociale e migliorare la qualità della vita delle persone. Sono alcune delle intenzioni delineate nel comunicato diffuso al termine del IV Plenum del Comitato centrale del Partito comunista cinese che si è tenuto a Pechino dal 20 al 23 ottobre scorso. Da tempo, il tema del lavoro in Cina non si limita più alle sole dinamiche occupazionali: riflette invece questioni più profonde, che riguardano il rapporto dei giovani con il futuro e la fiducia nelle prospettive di crescita del paese. La contraddizione è ormai strutturale: alcuni settori industriali soffrono una carenza cronica di manodopera, mentre altri (le aziende del tech, ad esempio) non riescono ad assorbire l’eccesso di neolaureati che ogni anno fanno il loro ingresso in un mercato del lavoro che soffre la iper-professionalizzazione.
Quest’anno i neolaureati dovrebbero raggiungere i 12,2 milioni. La rapida espansione dell’istruzione superiore, elogiata da Pechino come una delle leve fondamentali per sostenere lo sviluppo economico, ha prodotto nel quinquennio 2021-2025 oltre 55 milioni di nuovi laureati. Nel 2022 si è superata per la prima volta la soglia dei 10 milioni, mentre lo scorso anno sono stati 11,79.
“La pressione occupazionale creata dal numero record di laureati rappresenterà una sfida importante nel periodo 2026-2030”, osserva Dong Yu, vicepresidente esecutivo del China Institute for Development Planning dell’Università di Tsinghua e figura di spicco nella formulazione dei recenti piani quinquennali. In un saggio pubblicato a metà ottobre dall’account WeChat Sanlihe 三⾥河, fa notare che i laureati continuano a crescere nonostante il calo della popolazione totale. Il calo demografico rischia di incidere sui fondamentali dello sviluppo cinese, accentuando lo squilibrio tra forza lavoro e popolazione anziana e rallentando i consumi interni. Nel 2024 la popolazione cinese ha registrato una contrazione per il terzo anno di fila: i nati sono stati 9,54 milioni, a fronte di 10,93 morti. I decessi aumentano, segno di una popolazione sempre più anziana. Negli ultimi anni Pechino ha provato a invertire la rotta stanziando incentivi per l’alloggio e garantendo agevolazioni fiscali per incoraggiare i cittadini del paese a formare una famiglia. A settembre ha intrapreso un altro importante sforzo, lanciando un programma statale di sussidi per l’assistenza all’infanzia, il primo di questo genere su scala nazionale, con applicazione retroattiva dal 1° gennaio. Alcuni osservatori, tuttavia, restano scettici sull’effettivo impatto sul tasso di natalità di queste misure, che si affiancano ad altre iniziative per stimolare i consumi, come il programma di permuta. In molti casi le persone che ne beneficiano tendono a risparmiare gran parte dei soldi che ricevono.
Il crollo delle nascite è direttamente collegato alla tendenza che vede sempre più persone rimandare o evitare il matrimonio. Il problema, quindi, è soprattutto culturale. In un futuro percepito come incerto, la stabilità di coppia e la genitorialità perdono di senso e vengono visti più come pesanti obblighi che come traguardi. “Niente matrimonio e niente figli per vivere tranquilli” (buhun buyu bao ping’an, 不婚不育保平安), recita uno dei tanti slogan diventati virali negli ultimi anni, che sul web hanno raccontato la disillusione di milioni di ragazze e ragazzi. Altri hanno presentato toni ancor più dissacranti, come il tangping (躺平), “stare sdraiati”, una sorta di inno a non consumare, non lavorare e non produrre.
L’esigenza di dare nuova enfasi nel 15esimo piano quinquennale alla “mobilità sociale” e al “miglioramento della qualità della vita delle persone” riflette il tentativo di Pechino di contrastare un profondo cambio di paradigma: le nuove generazioni appaiono sempre più disilluse dalle promesse non mantenute di prosperità e successo individuale. Nel nuovo numero di Made in China Journal, che affronta da molteplici prospettive la vita e il sentire dei giovani in Cina, Dino Ge Zhang scrive che si è passati “da un precedente ottimismo apparentemente indubitabile che ha messo radici in circostanze precarie […] a un nuovo ritmo socioeconomico di malessere e appiattimento affettivo”.
Zhang, antropologo e professore presso la School of Creative Media della City University di Hong Kong, ne parla recuperando un neologismo già in uso nella metà degli anni Dieci: “sinopessimismo”. L’approccio ottimistico orientato al futuro è stato fondamentale per anni per sostenere un’economia in gran parte basata su debito, speculazione immobiliare e aspettative di crescita infinita. Ma in particolar dal 2020, complice la pandemica, i giovani hanno iniziato a concentrarsi sul presente, in rassegnata accettazione delle condizioni di precarietà di vita e lavoro. Di fronte a questo senso di malessere generale, i sussidi e le campagne governative che esortano le donne a “tornare in famiglia” possono fare ben poco. In alcuni casi, rafforzando i ruoli di genere tradizionali, rischiano di esacerbare le tensioni sociali.
Il concetto che forse più di tutti ha incarnato questo sentimento di frustrazione giovanile è quello di “involuzione” (neijuan, 内卷): il significato di “rotolare” e “volgersi verso l’interno” descrive una routine estenuante che non porta a nulla, anzi, conduce a volte perfino all’autodistruzione. In uno scenario altamente competitivo, la corsa incessante nello studio e nel lavoro non genera progressi reali: per molti giovani si traduce nell’impossibilità di trovare un’occupazione adeguata, al contempo risultando sovraqualificati per molte mansioni disponibili.
Da termine radicato nel gergo di Internet, neijuan ha trasceso le sue origini fino a indicare le dinamiche dell’attuale scenario economico cinese. Come per i ventenni che hanno appena concluso un percorso di studio, anche le aziende del paese sono intrappolate in una concorrenza ferrea. L’eccesso di capacità produttiva, evidente in settori come veicoli elettrici e pannelli solari, costringe ad abbassare i prezzi per conquistare quote di mercato: il risultato è una generale riduzione dei profitti per tutti i soggetti coinvolti.
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Marchigiana, si è laureata con lode a “l’Orientale” di Napoli con una tesi di storia contemporanea sul caso Jasic. Ha collaborato con Il Manifesto, Siamo Mine, Valigia Blu e altre testate occupandosi di gig economy, mobilitazione dal basso e attivismo politico. Per China Files cura la rubrica “Gig-ology”, che racconta della precarizzazione del lavoro nel contesto asiatico.
