Da Metropolis (1927) di Fritz Lang, fino alla più recente serie televisiva Altered Carbon, la città e la volontà di dare voce, di rendere plastica, l’alienazione metropolitana e le diseguaglianze delle società, costituiscono alcuni aspetti fondamentali sia nella distopia cinematografica, sia in quella che si può definire letteratura speculativa.
In Occidente il maestro incontrastato di questo genere è senza dubbio James G. Ballard che della ricerca dei mutamenti antropologici e del tentativo di raccontare tendenze future ha fatto il centro della sua opera: la città – o una parte di essa – riveste una rigorosa importanza come simbolo dello spazio e del tempo nel quale si consuma – anche attraverso la compressione o la dilatazione – una vita sempre più isolata o caotica e frutto di ingiustizie o violenze.

NE SONO UN ESEMPIO Billennio, Città di concentramento, ma anche Isola di cemento. Sfondo ideale di futuri possibili o alquanto vicini, la città di Pechino non poteva che prestarsi a una sua trasposizione distopica, caposcuola di metropoli cinesi pronte a essere trasformate, spezzettate o deformate in tante smart city e laddove la tecnologia costituisce una soluzione a problemi atavici e apparentemente irrisolvibili e forieri di nuovi dilemmi umani.
Se in Billennio lo spazio abitabile e vivibile si restringe, in Pechino pieghevole (Add editore, pp. 347, euro 18, traduzione di Silvia Pozzi) della scrittrice cinese Hao Jingfang, lo spazio si trasforma, mutando la fisionomia territoriale della città, trasformando anche il tempo e in definitiva la vita dei suoi abitanti. Pechino si anima come un cubo di Rubik, sprofonda e fa riemergere parti del suo territorio insieme all’umanità che la abita, annichilita al sonno da gas che accompagnano il riposo, più o meno lungo secondo il proprio «livello» – ovvero la classe – all’interno degli strati pechinesi.

Questa intuizione, straordinaria metafora della Cina di oggi e non solo, è valsa a Hao Jingfang il premio Hugo – il riconoscimento più prestigioso nel mondo della letteratura fantascientifica – nel 2016, prima donna a vincerlo. L’anno precedente il premio era andato a Liu Cixin, primo asiatico a vincere un riconoscimento di tradizione «occidentale». Hao Jinggfang fa parte di una new wave cinese di fantascienza, all’interno della quale si è ritagliata uno spazio a sé: più mutamenti antropologici, interiori benché vissuti collettivamente, che pura fantascienza, la scrittrice ha scelto la strada dell’iper-realismo per dare sfogo alle sue riflessioni sulla società cinese, maturate durante una vita divisa anch’essa a strati, tra ruolo di ricercatrice presso un think tank con importanti agganci con l’élite cinese, il ruolo di madre e quello di autrice (che pratica dalle 5 alle 7 del mattino). Il racconto che dà il titolo alla raccolta, pubblicata per la prima volta in Italia, indica il solco delle altre novelle che compongono il libro.

IN UNA INTERVISTA a Quartz Hao Jinfang ha specificato di stare lavorando a un libro di fantascienza sulla storia cinese antica: «È un periodo pieno di incertezza e potenziale – ha spiegato a proposito della Cina contemporanea – e nessuno sa dove stiamo andando». Recuperare la memoria, in un’era di trasformazione e di mutamenti cyborg-oriented è il vero nocciolo di tutta la produzione attuale di Hao Jingfang. L’erosione della memoria, la mancanza di un canovaccio del passato per tracciare una prospettiva contemporanea, interroga la popolazione cinese ma finisce per riguardare anche tutti noi.

La Cina oggi è il paese da scrutare per scorgere riflessi di futuro e la letteratura fantascientifica costituisce un perno attorno al quale agganciare le nostre più terribili sensazioni di collasso, di tempo e spazio che si rivoltano contro l’umano, quasi un primo colpo di mano della tecnologia.

I metalieni, protagonisti sullo sfondo di due racconti della raccolta, ci ricordano come anche la cultura (unico mondo che gli invasori non distruggono) abbia un ruolo nel tenere viva la memoria. Analogamente il racconto nel quale i cloni rincorrono il proprio passato, tramandando oralmente la storia, segnala l’urgenza di un nuovo concetto di memoria da sistemare su traiettorie spaziali e temporali del tutto nuove.

NELLA PRODUZIONE di Hao Jingfang c’è il bisogno tutto cinese di ancorare l’attualità a una ontologia capace di ridisegnare i contorni di una identità cangiante, per consegnarla ai tempi nuovi.
Ma la sua opera, e non poteva che essere così in un mondo iperconnesso, finisce per interrogare anche noi, in balia del cambiamento e di quella stramba sensazione che accompagna la certezza di non essere più la punta avanzata del mondo contemporaneo.

[Pubblicato su il manifesto]