Prima salvezza. Poi minaccia. Nel dibattito pubblico (in primis politico) italiano, la Cina è passata nel giro di poco tempo a toccare due punti estremi. Spesso toccandoli entrambi nello stesso momento, con visioni (o sarebbe più corretto dire narrazioni) contrapposte e polarizzate. Troppi estremi per capirci qualcosa di un paese, di una civiltà, che fonda la propria identità sulla concezione di “mezzo”. A partire dal nome, zhōngguó (中国). “Terra di mezzo” che, dopo un lungo (almeno per i canoni occidentali, o meglio statunitensi) percorso, torna “centro del mondo”.

Dall’altra parte l’Italia, autoproclamatasi “ponte tra occidente e oriente” (rispolverando un ruolo occupato in passato), trait d’union fra gli Stati Uniti progressivamente allarmati (e pressanti) per l’ascesa (in realtà risveglio) di Pechino e una Cina che non nasconde più la propria presenza e le proprie ambizioni. La propria forza. Che fino a pochi anni fa, in una parziale visione della realtà, veniva raccontata come prettamente economica. E invece è sempre stata anche politica, è diventata tecnologica, sta diventando militare. Ecco la nascita degli estremi, titillata dalla visione della Cina come di un semplice immenso mercato, popolato da una nuova sterminata classe media a cui vendere e ricchi colossi o aziende di Stato a cui porre il piattino sperando di vedervi apparire moneta sonante.

La crisi economica degli anni dieci ha fatto ancor di più volgere lo sguardo verso oriente alle democrazie occidentali. La Cina, ancora una volta, è diventata la proiezione dei nostri pensieri. Così come era accaduto solo pochi anni prima, quando dopo la fine della guerra fredda, l’avvento di internet e il suo ingresso nell’Organizzazione mondiale del commercio si riteneva che integrando la Repubblica Popolare la si potesse modellare a propria immagine e somiglianza. L’Italia, e non solo lei, ha visto nella Cina una possibile ancora di salvezza. Economica. Sì, perché l’Italia ancor più dei vicini europei, ha pensato fino a poco tempo fa che le relazioni diplomatiche siano sinonimo solo di relazioni commerciali. Strategia e geopolitica? Suonare altrove, grazie.

Nel novembre 2016, l’attuale leader di Italia Viva allora segretario del Pd e presidente del Consiglio, accolse Xi Jinping in Sardegna, a pochi chilometri di distanza dal laboratorio di innovazione che Huawei avrebbe di lì a poche settimane aperto a Pula. Gentiloni, da premier, si presenta invece al primo Belt and Road Forum del maggio 2017.

L’avvento del governo gialloverde, altresì conosciuto come “governo del cambiamento”, porta a una netta accelerazione sull’avvicinamento italiano a Pechino. D’altronde, quando era fuori dal cosiddetto Palazzo il Movimento Cinque Stelle (oltre a gridare “onestà”) urlava contro Nato e affini, proponendo una visione della politica estera diversa da quella tradizionale dal secondo dopoguerra italiano. Tra i punti all’ordine del giorno, appunto, l’avvicinamento alla Cina. Ma per capire come si arriva al 23 marzo 2019, giorno in cui viene firmato l’ormai celeberrimo memorandum of understanding con il quale l’Italia aderisce alla Belt and Road Initiative, non si può dimenticare il ruolo della Lega.

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Di Lorenzo Lamperti