Si tratta di una svolta radicale per Pechino, se non nella sostanza almeno nella retorica. Il meeting di novembre, infatti, ha sancito un cambio di tono nella narrazione ufficiale, dall’IA come fenomeno da controllare all’IA come strumento di controllo.
“Se apri la finestra per far entrare aria fresca, devi aspettarti che entrino anche delle mosche”. Nei primi anni ‘90, l’ex leader cinese Deng Xiaoping aveva capito bene la duplice natura di Internet: il nuovo strumento digitale si presentava come un canale per stimolare il progresso e la crescita economica della Cina. Ma allo stesso tempo già all’epoca impensieriva Pechino per il potenziale destabilizzante. Il dilemma si sta ripresentando con la diffusione dell’intelligenza artificiale e delle sue declinazioni.
Sulla questione si è espresso, a fine novembre, il Politburo. L’organo decisionale del Partito comunista cinese ha tenuto una sessione di studio su come “migliorare a lungo termine la governance dell’ecosistema di Internet” e “creare costantemente un cyberspazio pulito e corretto”. Aprendo l’incontro, il presidente cinese Xi Jinping ha lodato la capacità del governo nel “reprimere” e “contenere con successo il caos di Internet”, sottolineando la necessità di “risolvere le questioni importanti in modo tempestivo ed efficace e migliorando costantemente la propria capacità di utilizzare Internet per comprendere l’opinione pubblica e svolgere il proprio lavoro”. Non solo. “Dobbiamo continuare a plasmare il cyberspazio con voci positive, valori tradizionali e le nuove tendenze del momento, rendendo Internet un luogo importante per la guida ideologica, la crescita morale e l’eredità culturale” ha dichiarato il leader cinese, sottolineando che “la governance dell’ecosistema di Internet è una questione comune a tutti i Paesi del mondo”. Di conseguenza la Cina deve “partecipare attivamente alla formulazione di norme internazionali…utilizzare il web per diffondere la propria voce e raccontare la sua storia in modo efficace, mostrando in modo vivido un’immagine credibile, amabile e rispettabile”.
Si tratta di una svolta radicale per Pechino, se non nella sostanza almeno nella retorica. Il meeting di novembre, infatti, ha sancito un cambio di tono nella narrazione ufficiale, dall’IA come fenomeno da controllare all’IA come strumento di controllo. Il governo cinese ha inserito l’IA tra le principali “nuove forze produttive”, le tecnologie avanzate con cui punta a rilanciare l’economia e contrastare problematiche quali l’invecchiamento della popolazione. Ma ha anche espresso preoccupazione per i rischi annessi a una risorsa ancora in fase di sviluppo, classificata insieme ai terremoti e alle epidemie tra le principali minacce nel Piano nazionale di risposta alle emergenze.
Quale impatto avrà l’IA sul mondo del lavoro e sull’istruzione? Come fare affinché non sfugga al controllo umano? Ma soprattutto come sorvegliare l’infosfera davanti alla proliferazione di modelli linguistici open source? Si tratta di questioni che riguardano un po’ tutti i paesi, ma sono considerate anche più incombenti in Cina dove il Partito-Stato non tollera alcuna deviazione dalla linea politica e ideologica dominante.
Anticipando i contenuti del XV piano quinquennale (2026-2030), che verrà ratificato dal parlamento a marzo, il ministro della Scienza e della Tecnologia ha affermato che è necessario “rafforzare la regolamentazione [dell’IA] con un quadro giuridico più solido e standard etici”, mentre il 30 dicembre il ministero della Sicurezza dello Stato ha menzionato l’IA tra le “nuove capacità di combattimento” nelle operazioni anti-sovversione, anti-egemonia, anti-separatismo, antiterrorismo e anti-spionaggio.
Lo sforzo normativo ha già prodotto dei risultati. A novembre, sono state formalizzate regole che impongono alle aziende del settore di garantire che i loro chatbot siano addestrati su dati filtrati per contenuti politicamente sensibili. Con tanto di test ideologico prima della diffusione. Tutti i testi, i video e le immagini generati dall’IA devono essere esplicitamente etichettati e tracciabili, rendendo più facile individuare e punire chiunque diffonda materiale indesiderato. Durante i tre mesi di rettificazione, le autorità hanno provveduto a rimuovere almeno 960.000 contenuti generati dall’IA considerati illegali o dannosi.
Censurare però non basta più. Come sottolineato a dicembre dal vice capo del Dipartimento di Propaganda del Comitato Municipale di Pechino, la Cina deve “ricercare proattivamente il cambiamento” e “cogliere efficacemente l’iniziativa strategica” nell’uso delle tecnologie digitali per non perdere terreno nella competizione globale. Per Zhao Weidong, “i canali di diffusione delle informazioni stanno diventando più complessi e l’apporto di prodotti e valori culturali occidentali sta diventando più occulto e rapido, mettendo a rischio i giovani “facilmente influenzabili”. “Dobbiamo rafforzare l’influenza dei prodotti culturali cinesi tradizionali… tenendo risolutamente i contenuti nocivi della cultura occidentale fuori dal nostro paese”, conclude il funzionario.
È dal 2024 che le autorità cinesi indottrinano le big tech, da ByteDance ad Alibaba, affinché i loro modelli linguistici rispecchino i “valori socialisti fondamentali”. Con la diffusione internazionale dei chatbot cinesi, le risposte politicamente corrette dei vari DeepSeek, Qwen, e Doubao hanno un impatto anche sulla comprensione degli utenti all’estero. Secondo Lingua Sinica, un prodotto sviluppato dall’Uganda sulla base di Qwen-3 genera risposte in linea con la vulgata di Pechino: la Cina è una democrazia, ma con caratteristiche cinesi; Xi Jinping non è un dittatore; e l’approccio di Pechino riguardo le libertà personali “potrebbe sorprendere alcuni che pensano che i diritti individuali vengano prima di tutto”.
Con la riunione del Politburo, viene compiuto un ulteriore passo avanti. Se fino a ora le aziende sono state la principale risorsa da cui ottenere i dati, l’IA intesa come strumento di controllo vede una partecipazione più attiva del settore giornalistico. A questo proposito, durante il meeting, Xi ha auspicato un coinvolgimento dei “media tradizionali” – ormai tutti supervisionati dallo Stato – chiamati a “svolgere un ruolo dimostrativo e di primo piano nella fornitura di contenuti online di alta qualità”.
Secondo fonti del South China Morning Post, alcuni reporter hanno ricevuto l’incarico di produrre “energia positiva mainstream” per alimentare i modelli di intelligenza artificiale. L’incarico consiste nello spiegare in 100-200 parole una determinata questione o episodio sociale e politico seguendo la retorica ufficiale. Stando all’informatore, questi testi compongono un corpus “positivo” per addestrare l’intelligenza artificiale generativa a livello nazionale. E quando vengono affrontati temi particolarmente delicati, come lo Xinjiang e il Tibet, “la revisione delle risposte alle domande è piuttosto rigorosa”.
A settembre l’Amministrazione del Cyberspazio, l’autorità cinese di regolamentazione di Internet, ha lanciato una campagna contro i “sentimenti negativi”. Due mesi dopo, solo sulla piattaforma di microblogging Weibo erano circa 1.200 gli account sospesi o chiusi per aver fomentato negatività. Ora è giunto il momento di infondere positività.
Di Alessandra Colarizi
[Pubblicato su Gariwo]
Classe ’84, romana doc. Direttrice editoriale di China Files. Nel 2010 si laurea con lode in lingua e cultura cinese presso la facoltà di Studi Orientali (La Sapienza). Appena terminati gli studi tra Roma e Pechino, comincia a muovere i primi passi nel giornalismo presso le redazioni di Agi e Xinhua. Oggi scrive di Cina e Asia per diverse testate, tra le quali Il Fatto Quotidiano, Milano Finanza e il Messaggero. Ha realizzato diversi reportage dall’Asia Centrale, dove ha effettuato ricerche sul progetto Belt and Road Initiative. È autrice di Africa rossa: il modello cinese e il continente del futuro.
