
Li Xiannian completò la sua ascesa negli anni che seguirono la Rivoluzione Culturale, quando contribuì attivamente alla caduta della ‘Banda dei quattro’. Nel periodo di transizione al riformismo di Deng Xiaoping fu un attivo collaboratore di Zhou Enlai e soprattutto di Hua Goufeng. Nel 1977 entrò infine nel Comitato Permanente dell’Ufficio Politico, posto che conservò fino al 1987. Tuttavia con la salita al potere dei riformisti perse gradualmente la sua influenza e fu relegato a cariche di prestigio ma con limitato potere decisionale. Tra il 1983 ed il 1988 ricoprì la funzione di Presidente della Repubblica, mentre dal 1988 fino alla sua morte fu Presidente della Conferenza Consultiva del Popolo.
Alla fine degli anni ottanta, quando il Tibet fu colpito da una rivolta, fu tra i più attivi accusatori del Dalai Lama e delle interferenze straniere. Contemporaneamente, la sua lunga esperienza in materia economica e i suoi ideali statalisti lo resero una delle voci più ostili, senz’altro la più prestigiosa, alle riforme intraprese da Deng Xiaoping e fra i più violenti accusatori dell’ala liberale, che portarono alla caduta di Hu Yaobang nel 1987 e del suo successore Zhao Ziyang in seguito ai disordini di Tian’an Men nel 1989. Le sue posizioni lo convinsero a sostenere l’imposizione della legge marziale in risposta alle proteste studentesche ed operaie, un’intransigenza che, agli occhi dell’opinione pubblica occidentale, lo ha accostato agli ambienti radicali dell’ultra-sinistra all’interno del Partito.
