Vietnam 1975-2025. Il ruolo delle donne vietnamite durante e dopo la guerra, dalle combattenti alle fondatrici del villaggio Loi. Intervista a Alessandra Chiricosta, esperta di movimenti femminili nel Sudest asiatico
Sminatrici, soldate, costruttrici di bunker: erano tante le donne vietnamite che hanno partecipato con entusiasmo alla guerra di liberazione del Vietnam tra il 1955 e il 1975, ben oltre lo stereotipo sessista delle “prostitute-spie”. Alla guerra contro imperialismo e colonialismo, nel loro caso, si è sommata la lotta contro rapporti di genere impari (spesso ereditati proprio dalle esperienze colonialiste) che hanno accompagnato le loro rivendicazioni politiche anche nel dopoguerra, dalle pratiche di cura in comune del villaggio Loi alle pensioni per le combattenti. A cinquant’anni dalla caduta di Saigon ne abbiamo parlato con Alessandra Chiricosta, filosofa ed esperta di movimenti delle donne nel Sudest asiatico.
Chi erano le donne che combattevano nella guerra di liberazione del Vietnam?
Durante i lunghi anni di lotta, prima contro il colonialismo francese e poi contro l’imperialismo statunitense, il contributo delle donne vietnamite è stato fondamentale in ogni ambito del conflitto. Facevano di tutto, oltre gli stereotipi colonialisti, sciovinisti e sessisti delle “prostitute spie”. C’erano le combattenti sui vari fronti, quelle nella foresta, le sminatrici, soldate, dottoresse, ingegnere e costruttrici di bunker. Certo, quello che raccontano è che l’entusiasmo per la partecipazione femminile spesso non corrispondeva a un trattamento equo, e in seguito è stato tradito.
Penso a Nguyen Thi Dinh, figura di spicco e prima generale dell’Esercito popolare del Vietnam, che guidò il celebre “Esercito dei lunghi capelli”. In quale momento si colloca la presa di coscienza delle donne vietnamite?
Durante la guerra c’era questo famoso “Esercito dei lunghi capelli”, o anche le “Libellule del Mekong”, che rappresentavano proprio lo spirito delle soldate morte al fronte. Era un grande vanto della propaganda avere donne in guerra. Prima, già nel 1930, era stata fondata anche l’Unione delle donne vietnamite. Si stava creando, cioè, una sorta di proto-movimento femminista, anche se è difficile parlare di femminismo per via delle implicazioni colonialiste che portava con sé. E in effetti la colonizzazione cinese, poi la francese, hanno riportato le donne vietnamite parecchio indietro. Stiamo parlando di donne che dal 1500 avevano la possibilità di divorziare e di ereditare, con una distanza siderale rispetto a quello che succedeva contemporaneamente in Europa. Comunque, l’Unione delle donne vietnamite (legata al Partito comunista del Vietnam), anche con le sollecitazioni che venivano soprattutto dalla Francia, iniziò a interrogarsi e a svolgere un’attività socio-politica in cui si fondavano riviste e si viaggiava per conoscere le compagne all’estero e sensibilizzarle alla causa vietnamita.
Quindi godevano di riconoscimento politico? Che ne pensava Ho Chi Minh?
Ho Chi Minh, negli stessi anni, ammette che nessuna rivoluzione avrebbe avuto successo se non avesse coinvolto attivamente le donne in quanto «schiave degli schiavi». Ne fa una questione prioritaria, anche se di fatto le cose erano più complesse. Comunque progressivamente si crea una solidarietà internazionale, grazie a queste delegazioni femminili che, negli anni Settanta, partono per il Canada e per l’Europa, incontrano gruppi femministi per sollecitare una riflessione sull’importanza di sostenere la liberazione del Vietnam contro l’intervento statunitense.
Che impatto ha avuto la guerra sulla vita delle donne?
Ha minato fortemente ogni forma di relazione in Vietnam. Ne ha rafforzate alcune, distrutte altre, considerato appunto che si è trattato anche di una vera e propria guerra civile (cosa che non viene spesso ricordata). Le famiglie erano smembrate dalla decisione di stare da una parte o dall’altra e all’indomani della guerra, e anche qui la responsabilità di rimettere a posto un tessuto sociale è ricaduta in gran parte sulle donne. L’esaltazione della virtù combattente femminile e il ruolo delle donne non è sempre coinciso con un riconoscimento, e nel momento in cui la guerra è finita si è richiesto di tornare a una sorta di “pace sociale”: tanto per cambiare, alle donne è stato chiesto di fare un passo indietro.
Che fine ha fatto l’Unione delle donne vietnamite nel dopoguerra?
Da una parte, ha concretizzato il suo ruolo. Dall’altra, essendo vicina al Partito comunista vietnamita, è diventata un ascensore sociale nella politica del partito. Ha il merito di aver combattuto, in quegli anni, perché venissero riconosciute le pensioni di guerra anche alle donne. Ma era una bella sfida, perché tornare alla normalità per molti uomini significava tornare a una condizione patriarcale. L’immagine tipica che mi viene in mente è quella ereditata dal colonialismo francese delle donne di 23 e 24 anni senza figli che erano considerate irrimediabilmente “zitelle”, con un forte biasimo sociale, nonostante avessero dato tutte se stesse per la causa nazionale.
Come affrontano questa spinta conservatrice? E come nasce il villaggio Loi per crescere i figli in comunità?
Dopo aver combattuto viene richiesto loro di tornare a fare la brava moglie, la brava figlia: ma queste richieste non corrispondevano più alle loro esperienze. Quindi iniziano a tirare fuori pratiche molto interessanti, ad esempio quella del xincon, «chiedere un figlio». Alcune donne chiesero ad amici e conoscenti di dare loro dei figli e poi fondarono il cosiddetto villaggio Loi, a nord di Hanoi, che riuniva una comunità di donne che crescevano ed educavano i figli insieme. Chiaramente anche questo creò un biasimo non da poco da parte della società, e qui ebbe un ruolo forte l’Unione delle donne vietnamite perché fu in grado di far riconoscere anche al governo il grande valore sociale che aveva questo esperimento. Oggi quei figli sono cresciuti e le nuove generazioni hanno altre aspirazioni, sono ben lontane dalle ragioni che hanno portato alla nascita del villaggio. Però ha avuto la sua importanza.
Articolo pubblicato su il manifesto.
Laureata in Relazioni internazionali e poi in China&Global studies, si interessa di ambiente, giustizia sociale e femminismi con un focus su Cina e Sud-est asiatico. Su China Files cura la rubrica “Banbiantian” sulla giustizia di genere in Asia orientale. A volte è anche su Domani e il manifesto.
