Secondo il China Dissent Monitor di Freedom House, in tutto il paese, alla fine di novembre 2025 si erano verificate 661 proteste rurali, con un aumento del 70% rispetto all’intero 2024.
“Se il Partito comunista vuole dissotterrare le tombe dei nostri antenati, che prima dissotterri quelle degli antenati del [presidente] Xi Jinping”. Novembre 2025: un video girato nella cittadina cinese di Shidong mostra gli abitanti protestare in risposta a una direttiva introdotta dalle autorità locali che impone la cremazione anziché la sepoltura dei defunti, una pratica tradizionale dell’etnia Miao residente nella zona.
Dopo qualche giorno è un villaggio nella contea di Lingao, più a sud, a scendere in strada contro la demolizione di un piccolo tempio locale. Un paio di mesi prima erano stati gli abitanti di Tongxing, nella Cina centrale, a insorgere. Secondo le immagini comparse su Douyin, il TikTok cinese, decine di persone hanno circondato gli agenti di polizia in uniforme per fermare la requisizione di terreni agricoli che i funzionari volevano vendere per fare spazio a una miniera.
Sono alcune delle principali proteste avvenute alla fine dello scorso anno in varie parti della Cina. Province diverse: Guizhou, Hainan e Hunan. Stesso mezzo di diffusione: i social network. Simili cause: ingiustizie sociali e rallentamento dell’economia. Secondo il China Dissent Monitor di Freedom House, in tutto il paese, alla fine di novembre 2025 si erano verificate 661 proteste rurali, con un aumento del 70% rispetto all’intero 2024. Il bilancio per l’intero anno è di 5.343 mobilitazioni di vario genere, un +44% rispetto alle 3.704 documentate nel 2024. Nel quarto trimestre, la maggior parte di queste ha visto per protagonisti lavoratori (54%), proprietari di immobili (22%) e residenti rurali (14%).
Sono numeri degni di attenzione in un paese noto per lo stretto controllo sociale. Tuttavia occorre ricordare come le rivolte contadine abbiano scosso la Cina fin dalla prima età imperiale, tanto che almeno quattro delle principali dinastie della storia cinese sono cadute proprio a causa di sommosse popolari scatenate da siccità, cattivo raccolto, o corruzione dei regnanti. In tempi più recenti le sommosse rurali sono risultate collegate soprattutto alla questione della terra, che nelle città cinesi appartiene allo Stato, mentre nelle campagne è di proprietà della comunità di villaggio. Il governo ha tuttavia il potere di requisire terreni agricoli per progetti di natura commerciale. Eventualità che si è verificata con una certa frequenza durante l’ultimo ventennio di urbanizzazione a tappe forzate e che ha visto i residenti cedere quanto per loro più prezioso senza ricevere adeguato (talvolta alcun) risarcimento. Le piccole proteste locali rappresentano quindi la frustrazione nei confronti di un sistema in cui le possibilità di riscatto per la popolazione sono ancora piuttosto poche.
Alla base di tutto c’è il rallentamento della crescita economica. Le amministrazioni locali, gravate complessivamente da almeno 44.000 miliardi di yuan (6.200 miliardi di dollari) di debiti, necessitano di denaro per i servizi pubblici e per pagare gli stipendi ai dipendenti statali. Per quanto gli smottamenti del settore immobiliare abbiano reso il business della terra meno profittevole di un tempo, la confisca dei terreni da destinare a progetti edili resta un espediente ampiamente utilizzato per rabboccare le casse statali.
Ovviamente non sono solo i governi locali a stringere la cinghia. Come intuibile, le crescenti difficoltà dell’economia cinese hanno un impatto maggiore sui lavoratori a basso reddito. Per decenni, milioni di persone hanno abbandonato le campagne per dirigersi verso le città in piena espansione, inseguendo opportunità di guadagno ed emancipazione per sé e per le famiglie lasciate indietro. Ma ormai da tempo la crescita cinese ha il fiato corto, le persone sono costrette a lavorare più ore per una paga inferiore. Così sono sempre di più i migranti interni a rinunciare ai loro sogni urbani. Ai disillusi si aggiungono gli operai edili licenziati durante la crisi immobiliare cominciata cinque anni fa.
La vita che li attende una volta tornati nel luogo d’origine è però spesso ben diversa rispetto a quanto auspicato. Tanto che, come spiega al Guardian Chih-Jou Jay Chen, professore di sociologia presso l’Academia Sinica di Taipei, chi lascia i grandi centri alla fine capita di frequente si stabilisca in città più piccole piuttosto che nei villaggi di nascita. La Repubblica popolare ha sconfitto la povertà assoluta nel 2021, ma le condizioni materiali nelle località più remote non sempre sono all’altezza delle aspettative. Molti dei migranti sono giovani, lontani dall’età della pensione. Frustrati dalle magre prospettive economiche, è più facile che decidano di farsi giustizia o di sfogare l’insoddisfazione personale.
Si tratta di una vera bomba a orologeria per il governo cinese che, guardando alle rivolte contadine del passato, teme di perdere il “mandato celeste” – la legittimità ottenuta assicurando benessere – così come avvenuto per gli imperatori Han, Tang, Yuan e Ming. Va detto che la maggior parte delle manifestazioni di dissenso è rivolta contro le autorità locali. Pertanto non è da considerarsi nell’immediato una minaccia per i leader di Pechino. Anzi, sebbene fortemente temute, le mobilitazioni popolari fungono al contempo da termometro dell’umore popolare, permettendo ai piani più alti di intervenire quando la situazione rischia di degenerare.
È quanto pare stia avvenendo anche oggi. Il rapporto sul lavoro del governo per il 2026, approvato negli scorsi giorni dal parlamento cinese, esorta alla promozione di “un modello di crescita favorevole all’occupazione”. In particolare – il documento lo dice esplicitamente – verrà data priorità alle “politiche per facilitare l’occupazione dei laureati e di altri giovani”, così da “stabilizzare l’occupazione tra i lavoratori migranti rurali”.
A questo proposito, parlando con i giornalisti, alcuni delegati in rappresentanza delle amministrazioni locali hanno chiesto la ripresa dei settori tradizionali ad alta intensità di manodopera (come la produzione tessile) che negli ultimi anni sono stati trasferiti verso altri paesi asiatici a causa dell’incremento del costo del lavoro in Cina.
Va notato tuttavia che stabilizzare l’occupazione potrebbe non bastare a tirare su il morale generale. Alcune proteste sono meno chiaramente associabili al rallentamento economico, e apparentemente più imputabili all’inerzia delle autorità davanti alle ingiustizie sociali. È il caso di Jiangyou, cittadina della provincia del Sichuan, dove ad agosto un migliaio di persone si è radunato in strada per chiedere alle autorità di intervenire in difesa di una bambina, figlia di una donna sorda, bullizzata a scuola. In tutta risposta, la polizia ha utilizzato manganelli e pungoli elettrici per disperdere la folla.
Di Alessandra Colarizi
[Pubblicato su GariwoMag]
Classe ’84, romana doc. Direttrice editoriale di China Files. Nel 2010 si laurea con lode in lingua e cultura cinese presso la facoltà di Studi Orientali (La Sapienza). Appena terminati gli studi tra Roma e Pechino, comincia a muovere i primi passi nel giornalismo presso le redazioni di Agi e Xinhua. Oggi scrive di Cina e Asia per diverse testate, tra le quali Il Fatto Quotidiano, Milano Finanza e il Messaggero. Ha realizzato diversi reportage dall’Asia Centrale, dove ha effettuato ricerche sul progetto Belt and Road Initiative. È autrice di Africa rossa: il modello cinese e il continente del futuro.
