Dopo Donald Trump e Vladimir Putin, tocca a Shehbaz Sharif e Kim Jong-un. L’iperattivismo diplomatico di Xi Jinping non accenna a rallentare. Anzi, accelera, ricevendo il premier pakistano a Pechino e preparando poi una visita a Pyongyang, possibile viatico di un nuovo summit tra il leader supremo e Trump
Dopo Donald Trump e Vladimir Putin, tocca a Shehbaz Sharif e Kim Jong-un. L’iperattivismo diplomatico di Xi Jinping non accenna a rallentare. Anzi, accelera, con due mosse che lasciano immaginare azioni decise su due fronti di crisi: il primo aperto e pronto a deflagrare di nuovo, come l’Iran, il secondo latente e irrisolto, come la penisola coreana. La priorità più immediata è l’Asia occidentale. Un dossier sul quale la Cina sta cercando di orientare sempre più chiaramente. E per farlo ha scelto già da tempo una piattaforma: il Pakistan. La visita di Sharif a Pechino, al via domani, coincide ufficialmente coi 75 anni delle relazioni diplomatiche sino-pakistane. In realtà, la mediazione tra Stati uniti e Iran sarà il cuore delle discussioni. Islamabad è emersa come attore sempre più centrale nei contatti tra Washington e Teheran. La Cina sostiene apertamente questa iniziativa, forse la guida. Pechino non vuole essere il volto pubblico della pressione sull’Iran. Preferisce che a svolgere quel ruolo sia un partner fidato, geograficamente vicino, politicamente influente e dotato di relazioni storiche sia con Teheran sia con Washington. Nessun paese risponde a questa descrizione meglio del Pakistan.
Islamabad è d’altronde uno dei partner più affidabili della Cina. Il Corridoio Economico Cina-Pakistan rappresenta uno dei pilastri della nuova Via della seta e i dirigenti pakistani definiscono i rapporti con Pechino “un’amicizia senza eguali nella storia”. Pochi giorni fa, la Cina ha confermato per la prima volta di aver fornito supporto tecnico sul campo al Pakistan durante la guerra con l’India dello scorso anno. Durante il conflitto, un caccia di produzione cinese ha abbattuto almeno uno dei velivoli francesi in dotazione all’India. Sulla televisione di stato di Pechino è apparsa un’intervista a Zhang Heng, alla guida di uno dei principali sviluppatori dei aerei da combattimento e droni cinesi. Zhang ha confermato che il Pakistan ha in dotazione una flotta di jet J-10CE di fabbricazione cinese, impiegati negli scontri con Nuova Delhi.
La Cina accelera, dunque, subito dopo il vertice tra Xi e Donald Trump. Pechino ritiene che l’attuale amministrazione americana sia più incline a trattare su dossier tradizionalmente non negoziabili, come Taiwan. Mostrarsi collaborativa sulla soluzione della crisi di Hormuz consente alla Cina di accreditarsi come attore responsabile, mantenendo aperti canali politici con Washington e guadagnando punti presso i paesi del Golfo. Non è un caso che Xi abbia enunciato quattro punti per la soluzione negoziale del conflitto ricevendo il principe ereditario di Abu Dhabi prima e il premier saudita Mohammad bin Salman poi.
C’è anche un interesse pratico. Sì, nel breve termine la Cina è più schermata dallo shock energetico rispetto ai vicini asiatici, grazie alle profonde scorte strategiche di petrolio e alla diversificazione delle forniture. Allo stesso tempo, un conflitto prolungato rischia di stravolgere la domanda globale. Un grande problema per l’economia cinese, che nonostante i tentativi di rafforzare i consumi interni dipende ancora in larga parte dalle esportazioni. Ricevendo Sharif, due settimane dopo il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, Pechino si mostra più disposta a favorire una mediazione.
La Cina si muove anche su un fronte geograficamente più immediato, la Corea del nord. Secondo l’agenzia sudcoreana Yonhap, tra fine maggio e inizio giugno Xi sarà a Pyongyang, sette anni dopo l’ultima volta. Anche qui, da sottolineare la coincidenza di tempi con la visita di Trump a Pechino. Secondo la Casa bianca, peraltro, i due leader avrebbero ribadito l’obiettivo comune di “denuclearizzazione della penisola coreana”. Significativo, visto che Pyongyang mira ormai al riconoscimento della sua nuclearizzazione de facto, peraltro sostenuta anche dalla Russia dopo il trattato di mutua difesa siglato nel 2024. Xi e Kim Jong-un non hanno mai avuto un rapporto idilliaco. Dopo anni di anticamera, Xi ha incontrato Kim a ripetizione solo tra 2018 e 2019, a cavallo dei summit tra il leader supremo nordcoreano e Trump. Poi, altri sei anni di distanza.
La nuova visita, anticipata nelle scorse settimane da un viaggio perlustrativo del ministro degli Esteri Wang Yi, potrebbe dunque essere un antipasto del rilancio del dialogo Kim-Trump, magari a cavallo dell’Apec di Shenzhen a novembre. Nell’incontro di gennaio, il presidente sudcoreano Lee Jae-myung ha chiesto a Xi di utilizzare la propria influenza su Kim per contribuire alla riapertura dei canali intercoreani. L’iniziativa di Xi potrebbe servire non solo per mediare con Washington e Seul, ma anche per gestire la possibile fase di riapertura diplomatica, smorzando il contropiede di Vladimir Putin che per Kim è diventato ormai “l’amico e alleato più onesto”.
Di Lorenzo Lamperti
[Pubblicato su il Manifesto]
Classe 1984, giornalista. Direttore editoriale di China Files, cura la produzione dei mini e-book mensili tematici e la rassegna periodica “Go East” sulle relazioni Italia-Cina-Asia orientale. Responsabile del coordinamento editoriale di Associazione Italia-ASEAN. Scrive di Cina e Asia per diverse testate, tra cui La Stampa, Il Manifesto, Affaritaliani, Eastwest. Collabora anche con ISPI. Cura la rassegna “Pillole asiatiche” sulla geopolitica asiatica.
